4. Una nera di 150 anni?

La longevità dei patriarchi
Avete visto quanti significati nascosti è possibile scoprire, analizzando con attenzione il testo della Genesi? E siamo solo all'inizio: il bello deve ancora venire. Infatti, dopo l'episodio della cacciata dall'Eden e dell'assassinio di Abele, nasceva l'esigenza di colmare il vuoto tra Adamo e Noè. A ciò provvede la lista di discendenti di Caino (4,17-24) e poi di Set (cap. 5), il terzo figlio di Adamo ed Eva. Ebbene, salta subito all'occhio una caratteristica madornale di questi ultimi: la loro LONGEVITÀ.

Tutti vivono secoli e secoli. Adamo raggiunge i 930 anni, Set i 912; Noè li supera entrambi, toccando la soglia dei 950 anni; addirittura Matusalemme, nonno di Noè morto nell'anno del diluvio universale, vive per 969 anni. Sono età incredibili: è come se questi personaggi fossero nati nell'anno 1000, ai tempi dei duelli tra i cavalieri e della lotta per le investiture, e fossero morti alle soglie dell'era atomica e spaziale, dopo aver visto la guerra tra i comuni e l'impero, il viaggio di Marco Polo, la peste nera in Europa, l'Umanesimo, la scoperta  dell'America, il  Rinascimento, la Riforma e la Controriforma, la Guerra dei Trent'Anni, l'Illuminismo, la Rivoluzione Francese, il Risorgimento e le due guerre mondiali! Pensate quante cose avrebbero avuto da raccontare!

Raffigurazione di un re sumerico sul cosiddetto "Stendardo di Ur", pannello ligneo intarsiato con pietra rossa, conchiglie e lapislazzuli, ritrovato nel 1928 da sir Leonard Woolley nella tomba del sovrano sumerico Ur-Pabilsag, morto verso il 2550 a.C.

È possibile? La teologa Annamaria Cenci, ancora negli anni duemila, rispondeva di sì, con la motivazione che "nulla è impossibile per Dio" (già usata, prima di lei, dall'arcangelo Gabriele). Però, se noi ci addentriamo nelle mitologie dei popoli vicini ad Israele, scopriamo numerose somiglianze sulle quali non si può assolutamente sorvolare. Dalle tavolette cuneiformi ritrovate nella bassa Mesopotamia è emerso che i re sumerici delle mitiche origini regnarono per millenni, se non per decine di millenni. C'è un certo Enmeenluanna, re di Bad-Tabira prima del diluvio, che dovrebbe aver regnato per ben 43.200 anni; quasi 45 volte più a lungo, quindi, di quel Matusalemme che è considerato l'uomo longevo per antonomasia. E di questo re non si può certo dire che avesse la protezione dell'Onnipotente! Dite ciò che volete, ma queste spaventose longevità non cessano tuttora di impressionarmi.

È ovvio che siamo di fronte, anche qui, ad un influsso sul popolo ebraico delle tradizioni dei vari popoli con cui esso è venuto a contatto, nel corso della sua storia millenaria (presso cui, in questo caso, era prigioniero). Gli Israeliti assorbirono dai Caldei la convinzione che l'età dell'uomo fosse diminuita col trascorrere del tempo ma, essendo un po' più realistici di loro, hanno ridotto il numero degli anni fino a circa nove secoli. Però fecero di più: sulla scia dei racconti sapienziali della creazione, essi vollero implicitamente dare un significato a queste età venerande. Teologicamente, per così dire, nonostante il peccato primordiale, gli uomini nei primi tempi si conservavano onesti e timorati di Dio; in seguito, invece, l'uomo perse progressivamente memoria dei Doni di Dio, incominciò a peccare, a fabbricarsi falsi dei, e così gli uomini non meritarono più di vivere così a lungo: la loro età andò progressivamente riducendosi, fino ai limiti odierni. Siamo di fronte a quella che diverrà una costante nella redazione della Bibbia: alla storia umana viene applicata la teoria della RETRIBUZIONE, secondo cui tutte le sventure umane sono punizioni, da parte di Dio, di gravi peccati commessi. Il diluvio, la fine di Sodoma e Gomorra, l'oppressione dei Filistei, la divisione del regno salomonico tra Israele e Giuda, la cattività babilonese (e perfino la distruzione del tempio nel 70 d.C. e il fallimento della rivolta antiromana del Bar Kochba nel 135 d.C.) sono tutti eventi "riletti" sotto questa prospettiva. Questo presuppone, naturalmente (al contrario ci ciò che accadeva per i popoli pagani, per cui morire giovani in battaglia era un onore), che la longevità, per gli autori biblici, sia segno di benevolenza divina. Siamo agli antipodi del motto di Menandro: "Muor giovane colui che al Cielo è caro"!

"La sua vita non sarà che di 120 anni"
Questa affermazione è confermata dal fatto che la prima cosa che fa Dio per punire gli uomini peccatori è abbassare la loro vita media: "Il mio spirito non resterà per sempre nell'uomo perchè egli è carne, e la sua vita non sarà che di 120 anni" (Gen 6,3). È molto significativo il fatto che la persona più longeva di cui si conoscano esattamente le date di nascita e di morte in base a documenti affidabili sia stata Jeanne Calment, una donna francese morta il 4 luglio 1997 alla bella età di 122 anni!

Più avanti, però, nonostante ancora in epoca storica personaggi come Giosuè e Tobia siano detti morire a 110 anni, la Bibbia corregge sé medesima; il versetto 10 del salmo 89 afferma in maniera apodittica: "gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti". La durata massima della vita umana è perciò riportata entro i limiti permessi dal decadimento fisico (non dimentichiamo che il corpo dei nostri antenati di 5000 anni fa non era fisiologicamente dissimile dal nostro attuale) e, soprattutto, dalle condizioni di vita di quei tempi, quando la medicina era basata solo sulla magia, e un'operazione chirurgica era da considerarsi un vero e proprio salto nel buio.

Naturalmente, potrete obiettarmi che c'è sempre stato qualcuno, anche prima dell'invenzione delle moderne vaccinazioni e terapie mediche, quando ancora il tenore di vita era piuttosto basso, che ha sfondato questa soglia limite di ottant'anni. Fra i personaggi famosi del passato che hanno raggiunto i novant'anni, e in qualche caso anche il secolo di vita, possiamo ricordare Sofocle (496-406 a.C.) famoso tragediografo ateniese, autore tra l'altro dell'"Edipo re"; Isocrate (436-338 a.C.), oratore compatriota  del precedente; Narsete (478-573), generale bizantino che  riconquistò parte dell'occidente all'impero di Giustiniano; Aurelio Cassiodoro (490-583), storico della tarda latinità, ministro di Teodorico  ed autore di una "Chronica" universale; Agatone di Palermo (575-681), Papa dal 678 al 681; Enrico Dandolo (1108-1205), spregiudicato doge veneziano  "sponsor" della quarta crociata; San Francesco di Paola (1416-1507), il protettore dei marinai;  Andrea Doria (1466-1560), ammiraglio ed uomo politico genovese; Tiziano Vecellio (1485-1576), ammirato pittore italiano del  Rinascimento; Bernard de Fontanelle (1657-1757), erudito e filosofo transalpino; Louis de Richelieu (1696-1788), diplomatico parigino; Michel  Chevreul (1786-1889), chimico francese; e Vincenzo Gioacchino Pecci (1810-1903), papa dal 1878 coni il nome di Leone XIII. Nessuno  di  questi ha però raggiunto i 120 anni: neppure Sant'Antonio Abate, l'anacoreta della tebaide morto nel 357 che, secondo alcuni agiografi, al momento di passare a miglior vita di anni ne avrebbe avuti 105!

A dir la verità, a volte al telegiornale si sente parlare di gente che vive nelle Ande o nel Caucaso, ed asserisce di aver superato i 130 o magari i 140 anni di vita; ma questi luoghi sono accomunati dall'assenza di uffici di anagrafe, ed è logico che gli anziani tendano ad aumentarsi l'età per vanagloria, come le signorine tendono a diminuirsela. È ormai fin troppo noto il caso di una anziana nera che viaggiava nel XIX secolo al seguito del circo Barnum, e che asseriva di essere stata la nutrice di George Washington: se fosse stato vero, avrebbe avuto più di 150 anni. Tuttavia, quando morì, un'autopsia accertò che non poteva avere più di 80-90 anni. Dunque, con buona pace di ogni integralismo esegetico, possiamo tranquillamente affermare che, se  Matusalemme & C. sono esistiti davvero, non hanno superato l'età che Madre Natura normalmente concede ad un uomo.

Naturalmente, a qualcuno di voi può sorgere un dubbio: perchè ai patriarchi sono state attribuite queste precise età, e non altre? Che significato hanno quei numeri così esagerati?

Numeri magici?
Le possibili spiegazioni sono molteplici. Non è da escludersi che queste età così straordinarie rappresentino dei numeri magici. Voi sapete bene quanto sono importanti i numeri per il popolo ebraico; c'è addirittura una scienza, chiamata GEMATRIA, che si occupa dello studio dei numeri, collegato alla CABALA. La cabala non è certo solo napoletana: l'hanno inventata gli Ebrei per collegare ai fatti storici dei numeri che servono non solo per interpretare il presente, ma anche per prevedere il futuro. Anche a questo proposito sono state fatte, comunque, delle ipotesi "concordistiche": per esempio il già citato Isaac Asimov
ha supposto che le età dei patriarchi siano espresse non in anni, ma in mesi lunari; in questa maniera, i 969 anni di Matusalemme si ridurrebbero a circa 70 anni solari: dunque una vita lunga sì, visti i tempi, ma non eccezionale. Altri, avendo notato che l'età di Enoc (365 anni) corrisponde al numero dei giorni di un anno solare, hanno pensato che l'età di suo padre Iared (962 anni) corrisponda al periodo sinodico del pianeta Venere sommato a quello del pianeta Saturno, mentre i 777 anni di Lamec sarebbero la somma del periodo sinodico di Giove e di quello di Saturno. Insomma, le durate delle vite dei patriarchi sarebbero da interpretarsi come le durate di cicli astronomici.

Piero della Francesca, Morte di Adamo, Basilica di San Francesco ad Arezzo

Piero della Francesca, Morte di Adamo, Basilica di San Francesco ad Arezzo

Qualcun altro invece suppone che quelli riportati dalla Genesi siano solo alcuni anelli della catena generazionale che da Adamo arriva fino a Noè, cioè quelli più importanti; in pratica, un'intera serie di generazioni verrebbe sintetizzata nel suo rappresentante più significativo. Per esempio, i 969 anni di Matusalemme rappresenterebbero una ventina di generazioni, di cui l'esponente di maggior spicco sarebbe proprio il preteso nonno di Noè, ragion per cui verrebbe nominato solo lui!

Ora, anche questo, alla luce del discorso che abbiamo fatto prima, è completamente insensato. Secondo il biblista H. Renckens, infatti, "il prodigio di una tradizione che da Adamo corresse ininterrottamente fino ad Abramo è campato completamente in aria, ed una sana esegesi non può assolutamente tenerne conto." Cioè, noi non possiamo pretendere di possedere una MEMORIA, una "coscienza storica" che arriva così lontano da affondare le sue radici nelle origini stesse dell'umanità! Dopo quattro, cinque, sei, al massimo sette generazioni, si sa benissimo che la memoria collettiva va perduta, se qualcuno non la mette per iscritto! È vero, in Africa esistono dei cantastorie che riescono a tenere a mente le generazioni e le vicende degli ultimi 5 o 6 secoli, e infatti nel film "Radici" si vede proprio uno di questi bardi che racconta la storia della famiglia Kinte fino al 1500 o giù di lì! Però c'è sempre il sospetto che la memoria venga deformata: passando di bocca in bocca, gli avvenimenti vengono trasfigurati, abbelliti, magari caricati di particolari di natura soprannaturale, che fanno somigliare gli annali storici a vere e proprie saghe mitologiche (è stato questo il destino del Râmâyana e dell'epopea omerica della guerra di Troia). Tanto per introdurre un interludio scherzoso, io mi ricordo di un cartone animato della Warner Bros in cui il gatto Silvestro eredita 1000 dollari e, mano a mano che i gatti si passano la notizia di bocca in bocca, essi diventano duemila, cinquemila, diecimila... Alla fine, si dice che Silvestro abbia ereditato un miliardo di dollari! Si capisce che allo stesso modo vanno a finire le cose con la tradizione orale: quando un racconto subisce una lunga gestazione, viene necessariamente migliorato e trasfigurato. Quindi, pretendere di ricordare quali sono le nostre origini fino al super-patriarca Adamo mi sembra troppo anche per un aedo che abbia la memoria di Pico della Mirandola!

State bene attenti, però. Dire ciò non significa respingere in blocco i primi 11 capitoli della Genesi solo perchè si riferiscono a tempi anteriori all'invenzione della scrittura; e nessuno può usare con leggerezza parole categoriche come "assolutamente vero" o "certamente falso", se è vero che la fede è l'incerta scommessa di cui parla Pascal! Quanto vi ho ipotizzato vi deve però insegnare a prendere ogni antica narrazione "cum grano salis". Ad esempio, io mi sono sempre chiesto, fin da bambino, come ha fatto Noè a sapere che le acque del diluvio superarono le cime dei monti più alti della terra di 15 cubiti (sette metri e mezzo circa), come dice Gen 7,20, se il patriarca non poteva guardare fuori dall'arca, che era tutta tappata e coperta di bitume, altrimenti l'acqua sarebbe penetrata in essa, facendola colare a picco! Non a caso, per sapere se il diluvio era finito o meno, Noè ha dovuto ricorrere al famoso stratagemma degli uccelli: ha dovuto mandare fuori il corvo e la colomba, perchè le finestre erano situate sul tetto, altrimenti l'acqua sarebbe penetrata all'interno. Ora, come faceva Noè a sapere che i cubiti erano proprio 15? Questo, naturalmente, è un particolare introdotto dalla tradizione successiva.

I patriarchi antidiluviani
Anche i NOMI attribuiti ai patriarchi testimoniano l'origine "mitica" di questi racconti. Adamo, come detto, è l'"uomo" in generale, ma anche Enos (figlio di Set) significa "uomo" (Enosh in ebraico). Siccome Caino era fuggito (in NOD, che non significa altro che "fuggiasco") e Abele era morto, Set genera un ALTRO UOMO, un uomo nuovo in sostituzione del vecchio Adamo. Abele, d'altro canto, significa "cosa breve", "cosa vana" (nell'originale ebraico 'ebel, letteralmente "soffio di vento"); è anche la parola che risuona nel Qoelet: "vanità di vanità, tutto è vanità" (1,2). Infatti Abele è vissuto pochissimo rispetto agli altri patriarchi! Caino vuol dire "possesso", e infatti Eva (come si sa) dice in Gen 4,1: "Ho avuto in possesso un uomo dal Signore". Però è evidente che qui c'è anche un'altra allusione: Caino e i suoi discendenti hanno preferito il possesso delle cose materiali al godimento dell'intimità con Dio, che invece era proprio dei vari Noè ed Abramo. Il terzo figlio di Adamo ed Eva, Set, porta un nome che può significare "denominato" oppure "concesso", con riferimento a Gen 4,25: "Dio mi ha concesso un'altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l'ha ucciso". Il figlio di Caino invece si chiama Enoc, in ebraico "dedicato a" [ sottinteso: Dio ], intendendo quelle vittime sacrificali, spesso umane, offerte alle divinità al momento della fondazione di nuove città; infatti, secondo Gen 4,17, Caino costruì una città dandole il nome del suo primogenito. Il figlio di Enos si chiama Cainan, nome che ha la stessa etimologia di Caino, mentre il figlio di quest'ultimo, Maalaleel, ha un nome che può significare "Gloria di Dio" (il padre cioè rendeva grazie al Signore per avergli concesso un figlio). Il successivo anello generazionale, Iared, viene interpretato come "discesa"; sarebbe da intendersi come "discendenza", ma l'apocrifo Libro di Enoc interpreta piuttosto questo nome nel suo senso letterale, perché durante la sua vita gli angeli chiamati "Vigilanti" sarebbero scesi sulla Terra per insegnare agli uomini la via della rettitudine, dando vita alla stirpe di semidei che avrebbe popolato il mondo prima del Diluvio.

Matusalemme, Lamec e Noè

I tre patriarchi Matusalemme, Lamec e Noè in una miniatura medioevale

Del figlio di Iared, Enoc, si è già detto parlando del suo omonimo cainita, ma con la difficoltà che a lui non è associata la fondazione di alcuna città; siccome su di lui fiorì una vasta letteratura che lo volle depositario di una vastissima sapienza, qualcuno ha pensato a una possibile etimologia alternativa, dall'ebraico "insegnamento". Di tutti gli altri patriarchi antidiluviani e postdiluviani viene indicata l'età, la posterità e il momento della morte secondo la formula fissa « X aveva N anni quando generò Y; X dopo aver generato Y visse ancora N' anni e generò figli e figlie. L'intera vita di X fu di (N + N') anni, poi morì ». L'unico che sfugge a questo stereotipo è proprio l'Enoc setita, del quale Gen 5,23-24 dice: "L'intera vita di Enoc fu di trecentosessantacinque anni. Poi Enoc cammino con Dio e non fu più, perché Dio lo aveva preso." Tali misteriosi versetti hanno fatto nascere la tradizione secondo cui Enoc fu assunto in Cielo come Elia, ed infatti nell'"Orlando Furioso" di Ludovico Ariosto il paladino Astolfo lo trova nel Paradiso Terrestre insieme ad Elia e a San Giovanni Evangelista. Alcuni hanno supposto che Enoc fosse addirittura una divinità solare, adorata prima che in Israele si affermasse il monoteismo, dato che la sua vita dura 365 anni; tuttavia non è certo che gli Ebrei di 4000 anni fa fissassero proprio in 365 giorni la durata dell'anno solare.

Il figlio di Enoc, Matusalemme (in ebraico Metuselah), ha un nome che potrebbe significare "uomo del dardo" (con accezione sconosciuta), oppure "la sua morte porterà". Come già ricordato, egli è il più longevo tra tutti i personaggi della Bibbia, e per questo è entrato nell'immaginario collettivo come simbolo della longevità. "Requiem per Matusalemme", si intitola una puntata della serie originale di "Star Trek", incentrata su di un alieno dell'età di 5000 anni; "Matusalemix" è stato battezzato in Italia Agecanonix, il più anziano tra i personaggi delle avventure di Asterix il gallico; e nel film di fantascienza "Blade Runner" il personaggio di J.F. Sebastian soffre della malattia immaginaria chiamata "Sindrome di Matusalemme", che comporta un invecchiamento precoce. Secondo tradizioni extrabibliche, Matusalemme sarebbe morto l'11 Cheshvan dell'anno 1656 dopo la Creazione, sette giorni prima dell'inizio del Diluvio Universale. Anzi, ricamando su Genesi 7,4 si disse che il Signore avrebbe ritardato il diluvio di una settimana proprio a causa dei sette giorni di lutto in onore del giusto Matusalemme. Matusalemme fu padre di Lamec, il cui nome potrebbe significare "Servo di Dio"; questi sarebbe morto a 777 anni (una data effettivamente sospettata di nascondere qualche sorta di numerologia) cinque anni prima del Diluvio.

Lamec fu padre di Noè, il cui nome viene interpretato dalla stessa Genesi come "il consolatore"; il padre Lamec dice infatti di lui in Gen 5, 29: "costui ci consolerà del nostro lavoro e della fatica delle nostre mani, a causa del suolo che il Signore ha maledetto". Si tratta in realtà di un'etimologia posteriore, dovuta alla cosiddetta Tradizione Sacerdotale, corrente teologica dell'ebraismo sviluppatasi al tempo della deportazione a Babilonia (VI sec. a.C.). Per gli Ebrei, infatti, il nome non era una mera espressione vocale, bensì l'essenza stessa delle cose. Il primo gesto di Adamo, quando Dio gli presenta gli animali appena creati perchè vi scelga un compagno, è quello di dare un nome a ciascuno di loro (Gen 2,20): nominare una cosa equivaleva a possederla, ed infatti nel libro dei Numeri si legge che gli Israeliti cambiavano il nome a tutte le città da essi conquistate in Palestina alla fine del loro Esodo. Per essi valeva in special modo, dunque, il detto latino: "nomina sunt omina", cioè "i nomi sono presagi"! Gli ebrei hanno sempre avuto la tentazione di spiegare per assonanza i nomi di persona e di luogo, come potrete constatare leggendo vari passi della Bibbia, quale ad esempio quello di Gen 21, 22-34, in cui il racconto dell'alleanza di  Abramo  col filisteo Abimelec è usato come spunto per spiegare il nome della città di Bersabea.

Un'etimologia più probabile del nome di Noè è quella che lo riconduce a una radice semitica con il significato di "colui che prolunga": ovviamente, colui che prolunga la vita, l'umanità, la storia al di là della catastrofe del diluvio, che ad esse doveva porre fine per sempre. Noè capita comunque a fagiolo, perchè siamo ormai alle soglie della terrificante catastrofe del  DILUVIO UNIVERSALE.