DON GIOVANNI TACCHI

(da "La Nona Campana", novembre-dicembre 1983)


Nel 2007 ricorre il sessantesimo anno di vita dell'oratorio Sacro Cuore della parrocchia di Castellanza: sono ormai sessant'anni da quando il lonatese don Giovanni Tacchi e un manipolo di ragazzi gettò le fondamenta di quello che attualmente è una bellissima area verde, con campi di pallone e da pallavolo, palestra, bar e quant'altro serve a far trascorrere serenamente il tempo ai ragazzi castellanzesi. Anzi, sabato 10 febbraio 2007 il comune di Castellanza ha ufficialmente intitolato a don Giovanni Tacchi il nuovo Asilo Nido Ma chi era don Giovanni?

Don Giovanni Tacchi è nato il 4 agosto 1924. Celebra la sua prima messa nella chiesa di Lonate Pozzolo nella festa della SS. Trinità del 1947. Destinato all'oratorio di Castellanza, vi è accolto dal parroco don Luigi Testori, e vi rimane fino al 1977, quando viene trasferito come parroco a Pontevecchio di Magenta. A Lonate, a Castellanza, a Pontevecchio ha lasciato un'idea felicissima di prete: don Giovanni ha sempre dimostrato entusiasmo per il sacerdozio, bastava vederlo celebrare messa! E questo lo portava ad essere amico di tutti. Don Giovanni si spegne improvvisamente il 22 settembre 1983, ma ancor oggi chi lo ha conosciuto lo ricorda così: un prete autentico, amico di tutti.

Don Giovanni Tacchi (1924-1983)

 

UL PRED DI PULIRÖ

Il nostro caro « don Giuanin » era più conosciuto come « ul pred di Pulirö », e scopriremo qualcosa di lui attraverso la testimonianza di quanti lo hanno avuto vicino negli anni di sacerdozio, così da scoprire il suo vero volto, perché nel ricordo della maggior parte dei lonatesi don Giovanni è presente soltanto come il simpaticissimo quantoa vivace « pretino biondo che all'età di 11 anni già indossava la tonaca nera », oppure come il « taumaturgico chierichetto » che sapeva attirare a sé ed intrattenere con i giochi più svariati e divertenti frotte di ragazzi e di giovani.

Ancora c'è chi ricorda don Giovanni come un chierico dotato di una singolare intelligenza (primo assoluto alla maturità liceale al « Cairoli » di Varese), nonché di un candido pudore che gli faceva istintivamente abbassare gli occhi e gli dipingeva di rosso il viso alla sola presenza di una donna.

Alla luce di questo ed altro, don Giovanni era fatto per fare il prete. Lui stesso quando, finita la teologia, lo si voleva mandare a Roma per continuare gli studi, ebbe a dire che aveva studiato per diventare prete e non professore di latino e greco. Forse la suo vera personalità e sintetizzata in queste poche righe scritte dai suoi parrocchiani ed apparse fra gli « annunci funebri »:

« Il sorriso, la gioia spontanea, la premurosa attenzione alle persone lo hanno accompagnato fino agli ultimi istanti della sua vita. Così la comunità cristiana dei Santi Luigi e Carlo in Pontevecchio di Magenta, con incontenibile pianto consolato soltanto dalla speranza pasquale, ricorda il suo pastore don Giovanni Tacchi che improvvisamente l'ha lasciata nel mezzo di un'esistenza vissuta nella costante testimonianza di fede profonda e di dono generoso ai fratelli. »

Abbiamo intervistato la sua genie per sapere qualcosa di più su di lui. Una sua parrocchiana così ha detto all'indomani della sua morte:

« Di don Giovanni non si può parlare, perché lui era sempre nuovo, diverso, imprevedibile. A lui invece potevi parlare perché conosceva l'arte di ascoltare, e allora la suo voce, le sue mani, il suo volto si animavano delle tue gioie, delle tue angosce. Era una persona vera. Innamorato del suo Cristo, lo cercava in ognuno di noi. Per questo, dopo la sua morte, nello scambiarci i vari stati d'animo ci siamo ritrovati, sia pure con sfumature diverse, tutti egualmente amati. Oggi più che mai noi a Ponte Vecchio ci sentiamo uniti, lui sta ancora vivendo nel saluto di nonna Teresa, nello sguardo di Claudina, nel sorriso di Francesco, nel canto un po' stonato ma tenero di Ugo. Tante persone che vogliono sinceramente continuare con chi prenderà il suo posto questo cammino fatto di luminosa speranza. »

Per dire chi era e cosa ha rappresentato questa persona non basta di certo un articolo, redatto per di più do chi non ha mai avuto l'occasione di conoscerlo di persona. Le testimonianze raccolte tra la sua gente, tra chi ha vissuto con lui questi anni intensi di fede, ne fanno emergere un uomo vitale:

"Era l'immagine dell'unità, era un uomo libero."

"La sua fede era tutta nelle Sacre Scritture."

"Ci ha dato la testimonianza che esiste Cristo, ci ha fatto credere nella Resurrezione."

"Don Giovanni non ha fatto niente (inteso come strutture nuove o simili), ma alto stesso tempo ha dato tutto di lui alla comunità."

Frasi così se ne sono sentite tante, non forzate ma espressamente dette dal cuore. Sempre attivo, mai uno volta visto a riposare, ha contattato tutta la gente della frazione. Non c'è famiglia che non abbia, un giorno, ricevuto lo sua visita, non abbia avuto da lui dei consigli. Come lui incontrava tutti, era incontrato da tutti.

Non si negava mai ai bisogni delle singole persone e famiglie, "non era un uomo di mezze misure, per tutti aveva pronto una risposta, una soluzione ai quesiti anche più disparati."

Era un validissimo conoscitore della psicologia infantile: con lui l'Oratorio ha cambialo volto, ha saputo far ritrovare ai giovani tanti stimoli sopiti.

"L'Oratorio - soleva dire - non è il luogo dove si va in fila per tre."

Sono note raccolte tra i giovani che gli sono stati vicini in questi anni. Note. I sentimenti, il vero insegnamento di don Giovanni, queste persone, e tutto la comunità di Pontevecchio, non possono certo raccontarli davanti ad una penna e ad un foglio di carta.

 

PRETE A CASTELLANZA

Ed ora, alcune testimonianze della gente di Castellanza dove don Giovanni e rimasto per ben trent'anni come coadiutore ed assistente dell'Oratorio maschile prima e di quello femminile dopo.

Proprio all'apertura delle SS. Quarantore è giunta una notizia inverosimile, come un fulmine a ciel sereno. La gente s'era radunata in chiesa per l'inizio del triduo di preparazione ed il Vescovo Monsignor Bosadonna, nell'omelia, aveva accennato a un Don Giovanni che non aveva più bisogno di celebrare l'Eucaristia, perché ormai la viveva. Alla fine tutti si sono convinti: era morto don Giovanni, così, all'improvviso. Qualcuno ha detto, a buon ragione, che la sua morte, avvenuta proprio alle SS. Quarantore, era un « segno », un segno da interpretare con gli occhi della fede. E non poteva essere diversamente per chi ha conosciuto don Giovanni.

Ci vuol poco per conoscere un prete, basta vedere come prega, ma per chi ha avuto la fortuna di vivergli accanto per un po' di tempo, questa conoscenza diventa la fonte di tanti ricordi, per cui il significato di quel segno si fa più evidente. Le SS. Quarantore sono dedicate all'adorazione dell'Eucaristia, essa è il Sacramento del sacrificio supremo di Cristo per gli uomini. Ebbene, la morte di don Giovanni si innesta in questi significati: Dio adorato, amato al di sopra di tutto, con una passione ed un sentimento estremi; gli uomini, soprattutto i giovani, amati per Dio e in Dio, amati per loro stessi, per l'immortalità della loro anima. E tanto più erano poveri ed ultimi e lontani, tonto più a lui vicini, primi e privilegiati. Questo e il significato della sua morte che si impone con prepotenza, così come era il sua temperamento do vivo, focoso e vivace.

Don Giovanni ha tirato su diverse generazioni di giovani; ha fatto del bene ad una infinità di persone; è sempre andato a cercare le anime, non si è rassegnato ad aspettarle. Tutta questa gente era presente alle sue esequie, e sua vita speso per gli altri. Egli ormai si è consumato come l'Eucaristia che noi adoriamo e che riceviamo dentro di noi, ed è diventato intercessore di grazie per chi ancora lo ricorda con affetto e riconoscenza.

 

Don Giovanni Tacchi con Papa Paolo VI

 

Allorché nel 1965 don Giovanni dovette lasciare l'Oratorio maschile per diventare assistente di quello femminile, i ragazzi ed i giovani di Castellanza che per diciotto anni avevano condiviso con lui gioie e fatiche credettero buona cosa perpetuarne il ricordo in una piccola raccolta di aneddoti. La intitolarono: « ZIBALDINO ».

Nella sua presentazione leggiamo tra l'altro:

« ...don Giovanni quest'anno lascia l'oratorio. S'e pensato di fare un giornalino che ne riassuma i diciotto anni di attività, cercando di dare un volto a questo Oratorio, a questo nostro reverendo come sacerdote generico e come assistente dell'oratorio in particolare. »

Il titolo, Zibaldino, fa riferimento ad un quaderno in cui sono notate alla rinfusa molte cose diverse, secondo che capitano. Ed ecco un florilegio di quegli aneddoti.

 

MELANCONICO ARRIVO

Un giorno come tanti. In piazza della Chiesa arriva un giovane prete in bicicletta accompagnato dal padre. Nessuno lo aspetta. Gli si rompe il pedalino della vecchia bici e non c'e nessuno a cui farlo riparare. È arrivato Don Giovanni Tacchi.

 

ANNI RUGGENTI

È stato costruito il teatro, una novità assoluta a Castellanza, e la notizia si diffonde velocemente. Non e però l'abilità degli attori a darle fama immortale, bensì... ma andiamo con ordine.
Si sta girando sul set la scena di un temporale con lampi e tuoni; occorre dunque fabbricare un fulmine. Una lastra di zinco con contatto strisciante, ed ecco il fulmine. Diabolico! Mai visti fulmini più belli! Peccato che siano saltati tutti i contatori della zona...

 

UN CUORE, UNA ZUCCA E UNA CAPANNA

L'oratorio non e un oratorio, è un bosco. Occorre una capanna che sia cappella, bar, ripostiglio. Per fare una capanna ci vogliono i pilastri. I « gh'è chi ul Don Giüan » (è la parola d'ordine dei contadini e degli abitanti dei dintorni per indicare i responsabili di qualsiasi anonimo misfatto) si mettono all'opera. Ci sono delle solide piante di pesco nella compagna vicina. Niente di più facile. Tre sono state già portate via e si lavora alacremente intorno alla quarta che, dopo eroica resistenza, sta per capitolare. Ad un tratto un urlo: « Ul padrom »!
Fuggono tutti, ma ad un ragazzo non sembra onesto abbandonare la preda cos! vilmente, e resta attardato. Il contadino lo prende di mira con una grossa zucca e... lo centra. Così, oltre ai quattro tronchi di pesco, ci rimette anche una zucca.

 

DON GIOVANNI EVASORE FISCALE

Durante le feste dell'oratorio, vengono sempre suonati parecchi dischi e quindi dovrebbero essere pagati i diritti d'autore. Ma nessuno diceva di saperlo, quella volta che gli impiegati del fisco fecero chiamare don Giovanni. I rapporti erano già parecchio tesi per via di alcune « dimenticanze », e don Giovanni fiutava aria di batosta. La signora incaricata attendeva al varco col cipiglio atteggiato a burrasca imminente: « Dunque, questa volta che storiella mi racconta? ».
« La solita: non lo sapevo » rispose il reverendo arciprete, evidentemente a disagio.
« Questa volta proprio non ci credo; non è possibile che lei non sappia mai niente. È ora di finirla! Si prenderà la sua multa di mezzo milione e basta. »
« Mezzo milione? » balbettò l'infelice.
« Sì, mezzo milione! centomila più, centomila meno. »
Fu allora che il diabolico reverendo giocò la sua ultima carta: « Chissà cosa dirà il mio signor curato - piagnucolò - mi hanno allontanato dal precedente incarico perché giudicato incapace. Mi hanno sballottato qua e là ed alla fine, affidandomi l'oratorio, il parroco ha allargato le braccia dicendo: "Se non riesci neanche in questo..." ».
Due grossi lucciconi comparvero sugli occhi dello spassoso commediante. Lacerava il cuore, il furfante.
La buona signora si commosse (fu un errore?), poi si sentì in colpa e cercò di rimediare: «Via, non faccia così... vedremo... se possibile... ».
Fu così che il fisco fraternizzò con don Giovanni.

 

DON GIOVANNI FA IL MORTO

I soldi mancano sempre. Sono ancora tempi duri, anzi, durissimi.
S'e fatta una squadra di calcio e bisogna fare spogliatoi e docce. Viene incaricata una ditta di fare l'impianto.
Gli spogliatoi sono finiti e... arriva la fattura.
Don Giovanni, fingendo di non averla ricevuta, va dal titolare della ditta: « Grazie signor B.; ho visto che i lavori sono finiti e che non mi è arrivata nessuna fattura. La ringrazio di cuore perché non avrei proprio saputo come pagare... »
Colto alla sprovvista, il buon signor B. capitola: « Niente niente, don Giovanni. È un piacere... anzi, senta, se arriva qualche fattura la stracci, come se niente fosse ».

 

LADRO FRA I LADRI

Se parlaste della via Filippo Corridoni all'oratorio, difficilmente trovereste qualcuno che vi capisca. Per loro è la via delle « due cinte » e basta. Una delle due cinte ha il difetto di dare su un frutteto notoriamente ben fornito.
Una sera don Giovanni, tornando dalle funzioni serali, vede uno dei suoi ragazzi che gira preoccupato sotto la famosa cinta.
« Cosa fai qui? ».
Il ragazzo si guarda attorno circospetto, poi, indicando con il pollice il frutteto: « Il C. è dentro e non riesce più ad uscire ». La veste nera è subito sulla cinta, tende la mano e solleva il prigioniero e così, cavalcioni al muro, gli fa un predicozzo:
« Prima di entrare a rubare le mele si guarda sempre di avere libera la ritirata, capito? »
Poi, per giustizia, rivolto all'altro che attende fuori: « E tu, ricordati che è ladro chi ruba, ma e ladro anche chi tiene il sacco! »

 

IL COMPAGNO DON GIOVANNI

Ogni città che si rispetti ha i suoi ubriachi, schiamazzatori notturni, agit-prop, eccetera; niente di strano dunque che anche a Castellanza...
La notte del decimo anniversario di sacerdozio di don Giovanni, c'e un gran baccano in via Roma: l'indiavolato arciprete si dimena e schiamazza, mentre i suoi giovani lo portano in trionfo su un triciclo scalcagnato.
Nella via assonnata, qualche finestra si illumina, qualche naso spunta dalle imposte, qualche chioma arruffata fa capolino per scomparire subito in un rantolo di protesta.
La masnada delirante passa presso la caserma dei carabinieri e (figuratevi che chiasso!) riesce a rovinare il sonno dei vigili tutori dell'ordine. Il maresciallo li insegue, inveisce contro la retroguardia, cerca di tacitare gli scalmanati.
Don Giovanni vede e interviene: la discussione degenera in alterco (al quale partecipano vivacemente dalle finestre le comari della contrada, svegliate dall'improvviso silenzio).
Ed ecco il fattaccio: il maresciallo ingiunge al furente arciprete di seguirlo in caserma!
Un attimo di silenzio teso e ostile, poi il S. grida: « Se portano dentro don Giovanni, entriamo tutti. Avanti! »
E il maresciallo s'incammina verso la caserma... solo.

 

DON GIOVANNI STAKHANOVISTA

È caduta la neve e l'oratorio si e diviso in due schiere di battaglianti. Palle di neve volano da tutte le parti e chi ci rimette sono i vetri del bar; ma lasciamo perdere.
Don Giovanni non si tira indietro e ne prende tante e tante che il giorno seguente ha un febbrone da cavallo.
Però come sempre non manca all'appuntamento: con secchi e badili è ancora al lavoro, con tanto di febbre.
È imprudenza? Forse. Però c'e anche un cuore grosso così...

 

Per finire, ecco una breve rassegna stampa su di lui. Anzitutto una testimonianza tratta dal numero di marzo 2007 del periodico dell'amministrazione comunale « Castellanza Viva »:

Chi l’ha conosciuto ricorda la sua capacità di cogliere le attitudini e le potenzialità di ogni giovane: indirizzava anche i ragazzi con qualche difficoltà a scuola verso l'occupazione più giusta, tanto che molti di questi hanno raggiunto grandi successi sul lavoro. Don Giovanni Tacchi insegna a chi ricopre il ruolo di educatore ad amare i giovani con le loro diversità, scovare e apprezzare le loro potenzialità, considerarli una ricchezza da custodire e valorizzare. Agli insegnanti ripeteva di essere severi, ma di non mortificare mai un bambino: sarebbe stato come ucciderlo!

Ed ecco un estratto di breve articolo del numero di ottobre 2007 del "Corriere dell'Alto Milanese":

Non è retorica affermare che Don Giovanni è sempre presente a Castellanza. Quando, giovanissimo, giunse in quella parrocchia deve essere successo una specie di "tsunami" nella coscienza dei parrocchiani e dei sacerdoti già presenti. A Don Giovanni non si poteva essere indifferenti. Sia che lo si vedesse immerso nella preghiera inginocchiato sul pavimento della chiesa in un modo che solo lui aveva, tale da essere tutt'uno con 1'ambiente, sia che ti guardasse attraverso le sue grosse lenti che mal nascondevano il sorriso buono dei suoi occhi azzurri. Che dire delle sue prediche? Dal pulpito tuonava parole di fuoco che colpivano l'ipocrisia farisaica dei castellanzesi e che ammutolivano di stupore i più giovani. Impossibile essere indifferenti a lui. Tutti lo amavano, anche chi organizzava dal Cral vicino alla chiesa le feste dell'Unità; anzi, i suoi amici più sinceri erano loro, i comunisti. A Don Giovanni nessuno poteva dire di no: il suo sorriso dolce di ragazzo cresciuto troppo in fretta, la sua zazzera di capelli biondocenere che non stava mai a posto e soprattutto il suo sguardo che ti entrava nel cuore e non ti lasciava più. Quando è morto ancora giovane, a soli 59 anni, certamente don Giovanni ha portato con sé un pezzo del cuore di Castellanza, di quella Castellanza strana che viene fuori di rado e solo quando viene a contatto con qualcosa di magico, quale era il mondo di questo sacerdote. Ciao, don Giovanni, anche per averci dimostrato nel tuo breve, intenso contatto terreno, che si può essere sacerdoti in un altro modo.

La lapide in ricordo di don Giovanni Tacchi e padre Vincenzo Soldavini nel cimitero di Lonate Pozzolo

La lapide in ricordo di don Giovanni Tacchi e padre Vincenzo Soldavini nel cimitero di Lonate Pozzolo

 

Ed ora, un ricordo di un altro coadiutore lonatese, tuttora vivente.


DON ANGELO MAFFIOLI

(da "La Nona Campana", agosto-settembre 2008)

 

Don Angelo Maffioli ha festeggiato nel 2008 il cinquantesimo di sacerdozio, essendo stato ordinato sacerdote il 21 giugno 1958 dall'arcivescovo Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. Dopo tre anni come Vice Rettore in collegio a Porlezza e dopo aver trascorso cinque anni come coadiutore a Biassono, dedicandosi specialmente all'oratorio femminile, nel marzo del 1966 don Angelo venne destinato alla parrocchia di S. Ambrogio in Lonate Pozzolo ove, in particolare, assunse il compito di coadiutore dell'oratorio femminile e di assistente degli uomini di Azione Cattolica. Pure si dedicò all'insegnamento di religione nella scuola media locale.

Dal 1972 subentrò a don Antonio Bosisio nel gravoso compito di sovrintendere alla grande struttura nel nuovo oratorio maschile che, a differenza del vecchio e piccolo stabile di via Roma, disponeva di numerose strutture e di un grande bar gestito da una società cooperativa, aperto al pubblico tutti i giorni, fino alla mezzanotte. Presso il nuovo oratorio inoltre trovavano sede anche varie associazioni lonatesi.

Anche se tanti erano i collaboratori, giovani e adulti, le attività oratoriane assorbivano ogni energia, in quanto erano aperte a tutti: bambini, ragazzi, giovani e adulti, maschi e femmine, che in oratorio maschile trovavano un ambiente sereno e un luogo di aggregazione.

Agli incontri di preghiera e alla catechesi (preparazione alla prima comunione e alla cresima, adolescenti e giovani) si affiancavano le varie attività sportive: sette squadre di calcio, alcune delle quali partecipanti ai tornei del Centro Sportivo Italiano, poi il torneo serale estivo, le squadre di pallavolo e pallacanestro.

All'oratorio feriale, frequentato da molti ragazzi, don Angelo affiancò anche i campeggi estivi in Valgrisanche, uno per i ragazzi delle elementari, un altro per ragazzi delle medie e i giovani. Grande impegno richiedeva la celebrazione della festa di apertura dell'oratorio a settembre: d'obbligo, la sera precedente, l'arrivo della fiaccola votiva da un santuario mariano e il pomeriggio la disputa della caccia al tesoro automobilistica. Pure si dedico a sostenere il teatro dell'oratorio, dedicando alcune rappresentazioni a commedie dialettali.

Appassionato di fotografia, a don Angelo si devono le prime foto dell'interno del monastero di San Michele, dell'oratorio di San Pietro in via Oberdan, delle are romane conservate nel chiostrino della chiesa parrocchiale di Sant'Ambrogio, via via pubblicate sul notiziario parrocchiale "La Nona Campana", di cui egli per i primi anni curò la grafica, e quindi su questo sito.

Negli anni Settanta don Angelo costituì la sezione lonatese dell'AVIS, staccandola da quella di Gallarate.

Nel 1977, dopo oltre dieci anni di intensa attività, soprattutto negli oratori, don Angelo si sentì maturo per fare il parroco. Venne destinato alla parrocchia della Purificazione di Maria Vergine di Cocquio Trevisago, di cui prese possesso ufficialmente il pomeriggio dell'Immacolata, accompagnato da numerosissimi lonatesi, che la stessa mattina avevano partecipato alla sua ultima messa celebrata a Lonate.

 

Già che ci siete, se lo credete, potete dare un'occhiata alla storia recente di Lonate; altrimenti, cliccate qui e tornate indietro.


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