SANT'ANTONINO TICINO, UN PAESE AI CONFINI DEL MONDO

(da "In Vista", febbraio 2018 - dicembre 2021)

 

"Non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo costruire qualcosa di veramente duraturo, non dobbiamo ignorare il passato, né l'opera benemerita dei nostri vecchi" (Prof. Carlo Soldavini, Sindaco di Lonate Pozzolo, 1969)

Sant'Antonino Ticino è quel paesino "ai confini del mondo" di cui forse nemmeno gli stessi abitanti parlano volentieri, e molti dei paesi "vicini" (lonatesi e fernesi, per esempio) non ne conoscono la storia, le tradizioni che sono pane della nostra cultura. Ma noi abbiamo una nostra Storia, e su questa pagina Web vorrei iniziare a raccontarla. Siamo veramente un paese di confine, con la provincia di Milano (Vanzaghello e Castano Primo), con la Regione Piemonte, verso il Ticino, e siamo il paese più a sud della Provincia di Varese, senza tenere conto di Tornavento, che senza dubbio ha i suoi primati.

Sant'Antonino Ticino (Sant'Antunin in dialetto locale) è una frazione del comune di Lonate Pozzolo, in provincia di Varese. La tradizione locale vuole che l'antico nome del paese fosse Cascina del Pozzo e che al suo pozzo sostasse, per abbeverare il cavallo, il soldato Antonino Martire, di passaggio verso la regione in cui sarebbe stato martirizzato insieme con i commilitoni cristiani (la sua tomba si trova a Piacenza). La chiesa del luogo, intitolata al Santo, esisteva gia alla fine del Duecento. Sant'Antonino martire viene festeggiato il 13 novembre, giorno del ritrovamento delle Reliquie. La tradizione di questa festa è caratterizzata dal rito del faro o del pallone: il sacerdote, all'inizio della solenne celebrazione in onore del Martire, subito dopo l'ingresso, dà fuoco ad un pallone appeso ai piedi dell'altare; questo rito simboleggia la caducità dei valori mondani.

Le notizie circa Sant'Antonino Martire e la sua biografia sono scarse. La tradizione locale tramanda che il suo martirio avvenne intorno al 303 nelle vicinanze di Travo, un comune in provincia di Piacenza situato in Val Trebbia. La sua esistenza è ricordata nel "De laude Sanctorum" di Vittricio di Rouen, risalente alla fine del IV secolo, nonché nel Martirologio Geronimiano, che lo riporta alla data del 30 settembre, probabile data di nascita. Nel IV secolo il vescovo Savino di Piacenza avrebbe ritrovato le sue spoglie. Ricognizioni storiche delle reliquie sono state eseguite per secoli, dai dintorni dell'anno 1000, ad opera del vescovo Sigifredo, passando per il 1510 (Malabaila), il 1562 (Bernardino Scotti), il 1569 (Paolo Burali d'Arezzo) e il 1615 (Claudio Rangoni), per finire con l'approfondito studio di Giovanni Battista Scalabrini (1839-19059 tra il 1878 e il 1879. Il suo culto è stato sentito nella diocesi di Piacenza sin dal secolo successivo alla sua morte. Fu nominato patrono di Piacenza, ruolo condiviso con santa Giustina, e gli fu intitolata la prima cattedrale della città, l'attuale Basilica di Sant'Antonino. Al Santo è dedicata una statua posta sulla rotonda davanti al Pubblico Passeggio di Piacenza, e grazie ad un automatismo la statua fa un quarto di giro ogni ora. La sua devozione è diffusa in altre diocesi italiane ed a lui è intitolata l'omonima città di Sant'Antonino vicino a Bellinzona, nel Canton Ticino. Vi è una Chiesa intitolata a Sant'Antonino Martire anche a Nova Milanese ed a Concesio in provincia di Brescia, il paese natale di San Paolo VI. A Concesio è conservata anche una Pala, collocata sull'altare maggiore, che rappresenta il martirio di Sant'Antonino, ed è stata recentemente attribuita al pittore bolognese Giovanni Gioseffo Dal Sole (1654-1719), databile alla fine del XVII secolo.

Sant'Antonino era strutturato come semplice comune rurale. Il nome odierno compare tardi, dopo l'alto medioevo, del 1300 circa, quando è attestata una chiesa intitolata a Sant'Antonino martire. Che il luogo fosse abitato in secoli precedenti è dimostrato dall'ara del I secolo d.C. portata nel 1933 al Museo Civico Guido Sutermeister di Legnano e dal "Campo delle olle", localizzato in prossimità dell'incrocio fra la strada vecchia per Castano e quella per Vanzaghello. Secondo la tradizione popolare il paese si chiamava originariamente Cascina del Pozzo, e ad un pozzo si ricollegava la tradizione di Antonino, soldato e martire cristiano, che vi avrebbe fatto sosta per abbeverare il cavallo. Lo storico locale Gian Domenico Oltrona Visconti opinava invece che il paese prese il nome dal titolo della chiesa e la chiesa da un componente della famiglia Bodio, nella quale Antonino era il nome ricorrente. Del pozzo, non si sa quanto antico, trattano diversi documenti e piuttosto recenti.

Importante per dare un'idea del territorio e dell'abitato è l'istrumento notarile di fondazione, nel 1354, della cappellania di San Taddeo da parte del nobile Villano Crivelli che abitava "in loco de Sant'Antonino". Compaiono una ventina di campi e vigne in territorio di Sant'Antonino Ticino con la loro posizione ed estensione e con i nomi dei proprietari dei fondi confinanti con questi; e menzionata una strada del Comune (Strada Communis) interna all'abitato, un tratto del fossato che circondava la "strada del vaccaro" sulla quale si muovevano verso pascoli e brughiere le bestie che i proprietari affidavano a un custode; è menzionata anche una casa con viti e alberi da frutto preso la chiesa di San Taddeo; vi sono menzionati la strada per Castano e il torrente Arno. Per inciso, San Taddeo è stato uno degli apostoli di Gesù e primo Catholicos di tutti gli Armeni. È venerato da tutte le chiese cristiane che ammettono il culto dei santi; nella Chiesa occidentale Taddeo è festeggiato da tempo antichissimo il 28 ottobre insieme all'apostolo Simone lo Zelota; il motivo vero, oggettivo della loro festa in comune può essere la loro attività e che siano morti insieme. Viene considerato, per antichissima tradizione, patrocinatore dei casi disperati e grande taumaturgo. Le reliquie del Santo sono conservate nella Basilica di San Pietro, al centro dell'abside del transetto sinistro dedicato a San Giuseppe.

I proprietari dei terreni confinanti con quelli della cappellania erano i Bodio, i Tapella, i Tosi, i Della Croce, i Crivelli di Sponzano (Castellanza) e, con l'appellativo rilevante di "domini", i Carcano e i Crivelli locali. Il Communis de Sancto Antonino figura in un documento del 1383 come proprietario di un fondo in territorio di Lonate. Nella piazza, dove c'erano un olmo e la "pissinella" attestata nel 1496, i consoli radunavano l'assemblea dei nobili e dei "vicini", secondo le occorrenze. Alcuni Consoli furono negli anni i Tacchi e i Fossati, i Bodio e i Giroldi. Il pozzo pubblico, di cui si ha menzione nel Settecento, doveva esserci da secoli, se la tradizione vuole che il primo nome del paese fosse Cascina del Pozzo.

Sfogliando il libro "Storia di Lonate Pozzolo" di Gian Domenico Oltrona Visconti, edito a ottobre 1969, da pagina 135 si apre un capitolo molto interessante per Sant'Antonino Ticino, "La chiesa e i parroci...", in cui l'autore racconta con una precisione certosina la presenza/assenza della figura del Parroco dal 1400. Anche oggi non abbiamo il Parroco residente, e la Storia insegna.

« Nel quattrocentesco "atto di consacrazione" della chiesa di Sant'Antonino si rivela innanzi tutto l'assenza del "parroco", assenza che non ci spieghiamo, perché il titolare avrebbe dovuto presenziare alla firma dell'Atto. Ciò, purtroppo, ci impedisce di conoscere il nome di uno dei primi pastori del luogo. Ma si può pensare, riassumendo, che Sant'Antonino non sfuggisse alla consuetudine e che proprio qualche privato o qualche notabile, ancorché non "signore", sia stato il promotore della dedicazione dell'oratorio al martire. Per sapere qualcosa dell'aspetto e della forma dell'edificio nei tempi antichi dobbiamo riferirci alla pianta tardocinquecentesca delineata quando era curato Gio. Antonio Marchesini, pianta che dà le seguenti misure: cubiti 28 x 12; per trovare un mutamento sostanziale occorre tuttavia scendere al Settecento. Un ampliamento parziale del tempio dette allora occasione di redigere uno schizzo il quale, pur nella sua rozzezza, mostra la chiesa alquanto trasformata ed evidentemente dilatata sull'area del cimitero che da tre lati la circondava (marzo 1727). La chiesa di Sant'Antonino appare in una rubrica del "Liber Notitiae" attribuito al Bussero.
Quanto ai parroci di Sant'Antonino - luogo che formava una Comunità autonoma (fino al 1865), le cui notizie sono scarse e più che altro rilevabili dal paragone con abitati confinanti di pari consistenza umana - occorre tener presente che l'elenco che diamo più avanti è lacunoso per quanto riguarda i secoli anteriori al XVI.
Giovanni Giroldi, figlio del "dominus" Andreolo di Sant'Antonino, eletto nel 1550, è di fatto il primo sacerdote avente la qualifica ufficiale di parroco.
La famiglia Giroldi appare nei documenti dell'Archivio parrocchiale del paese, dai quali si evince che nella piccola terra fiorivano diverse linee Giroldi, indubbiamente legate da vincoli di parentela. Oggi la "gens" di quel nome e estinta.
Come la non lontana San Taddeo, la parrocchiale di Sant'Antonino ebbe a subire furti e danni durante l'invasione francese del 1636 allorché le milizie del maresciallo di Crequi, superato il Ticino, dilagarono impunemente nelle pievi di Gallarate e Dairago. Anzi il parroco Gio. Stefano Carcano fu costretto in tale drammatica circostanza a chiedere in prestito persino le suppellettili necessarie per il culto.
In una "Nota delle scritture della cura di Sant'Antonino pieve di Dairago riposta nell'archivio plebano di Dairago nel 1705", oltre ad un documento relativo alla nomina del curato Giroldi da parte della popolazione, come di norma avveniva prima del Concilio di Trento, si trovano notizie interessanti.
Anzitutto si incontra il curato Pietro de Busti, che non appare nell'elenco diciamo cosi ufficiale dei curati del paese, e in secondo luogo l'istrumento della separazione della cura di Sant'Antonino da quella di San Michele di Magnago, avvenuta per maggior comodità dei fedeli nel 1736.
Il distacco sarebbe causato dalle piene dell'Arno, che spesso impedivano alla gente di raggiungere la chiesa del paese vicino. Vi sono poi le ordinazioni di San Carlo per le chiese di Sant'Antonino e San Taddeo, l'atto già menzionato di consacrazione della futura parrocchiale e "diverse" scritture che non si possono leggere perché la scrittura vecchia è svanita. »

Per quanto piccolo, il paese fu comune a sé stante fin dal tardo medioevo e sino all'anno 1869 quando, per decreto regio, fu trasformato in frazione di Lonate Pozzolo. Segni tipici del comune medievale sono considerati i consoli, il pozzo comunale, la piazza, il fossato.

Lo storico Gian Domenico Oltrona Visconti, discendente dei feudatari di Sant'Antonino, nella sua "Storia di Lonate" del 1969 scriveva: « Nella frazione di Sant'Antonino fu reperita un'ara romana (ora al museo di Legnano), che la tradizione locale direbbe proveniente da Castelseprio; fu anche ritrovato qualche oggetto in terracotta nel campo poi detto "delle olle" in via Baracca, su proprietà ora Airoldi ». Quanto al "campo delle olle", questa denominazione non è una romantica invenzione del nostro secolo: essa figura in ben due atti notarili. A seguito di una divisione di beni avvenuta nell'anno 1699, figura un "campo delle Olle" in territorio di Sant'Antonino, di due pertiche e due tavole, confinante a monte con una strada e a sud con un fondo del monastero lonatese di San Michele. La denominazione del campo fa pensare ad una necropoli, probabilmente piccola, costituita da vasi contenenti le ceneri dei defunti cremati: vasi di fattura povera, poco diversi da quelli di cucina, collocati senza protezione direttamente nella nuda terra, secondo usanze di origine celtica, continuate attraverso l'eta romana ed ampiamente attestate nell'Alto Milanese.

Sant'Antonino era comune autonomo già nel tardo medioevo, appartenente alla pieve civile di Dairago, quando le piccole comunità civili erano guidate da uno o due consoli ed erano generalmente intestatarie di qualche bene immobile. Nell'atto del 1354 ad esempio si istituiva la cappellania di San Taddeo da parte del nobile Crivelli, che volle la chiesina superstite nella contrada omonima; sopra la porta d'ingresso vi à ancor oggi una lastra ricordo.

Nel 1496, cresciuta la popolazione, Sant'Antonino si costituì in parrocchia autonoma da Magnago, di cui prima era parte. II beneficio parrocchiale si costituì con beni offerti da benestanti delle famiglie Bodio e Luoni. La popolazione continuò a crescere: 200 persone circa nel 1581, 280 nel 1655, 379 nel 1750.

II curato Giuseppe Antonio Visconti ci fa sapere, in una "Nota delle rendite" della stessa cura santantoninese, che nel 1705 vi erano in totale 50 fuochi, che la primizia totalizzava cinque moggia di segale e altrettante di miglio, nonché dieci brente di vino. Alla stessa data si viene a sapere che le S. Messe davano un reddito da 460 lire a 600 lire l'anno. Le Note delle scritture e delle rendite si trovano nel locale archivio parrocchiale. Il tempio beneficiò nel 1893 di ulteriore ampliamento dalla parte absidale per sopperire alle necessità dei fedeli. La decorazione attuale è opera del pittore locale Angelo Galloni, completata nel 1943 con le offerte pubbliche, essendo allora parroco don Abbondio Rocca.

Nell'archivio di San Giovanni Battista a Busto Arsizio, si trova invece copia dei decreti della visita compiuta in paese nell'ottobre 1742 da Monsignor Carlo M. de Costantinis, visitatore della Regione III e canonico con l'ordine di inserire nel messale della cappella di S. Taddeo "novus canon ultimae impressionis", che nella chiesa vi erano antiche reliquie asportate "tempore invasionis Gallorum", mentre, precisa il Costantini, "per V. Parochum nullum documentum exibitum fuerit de earum restitutione"; che il capit. Don Giovanni Cermelli era tenuto a far celebrare due messe settimanali per i propri defunti, in forza di transazione sottoscritta nel 1610 con l'allora parroco Giulio Bellotti (altro parroco di cui era ignota l'esistenza); che all'altare della Vergine del Carmelo si dovevano celebrare tre Messe alla settimana per legato del parroco Giovanni Giroldi; che i fratelli Lodovico e Filippo Oltrona ricevettero per la Cassa dei Morti lire 1200 i cui interessi dovevano essere impiegati per celebrazione di S. Messe; che la solita processione dei santantoninesi al Sacro Monte di Varese, era proibita a tenore del Sinodo diocesano XXXII e surrogata con quella alla chiesa della B.V. di Saronno, che infine vi erano nella chiesa stessa di S. Antonino le pie società del S.S. Sacramento e della B.V. del Carmelo, il cui tesoriere era Giovanni Genoni.

Notizie desunte sempre dall'archivio parrocchiale del paese dicono che la prima pietra di un "lazzaretto" fu posta nell'agosto 1758 dal "compadrone" don G. Ambrogio Oltrona Visconti nel luogo della "foppa grande" sulla strada per Castano (oggi Parco delle Rimembranze), ma che la prima inumazione avvenne soltanto nel 1787.

A breve distanza dal "lazzaretto", con atto 15/3/1734 a r. A. Palazzi, veniva eretta l'edicola della Madonna dell'Aiuto per iniziativa dei "compadroni" (gli Oltrona Visconti, i Bodio e i Piantanida, che a turno sarebbero divenuti priori del "campestre sacellum") e su terreno donato dalla Comunità. La fabbrica costò 253 lire e impiegò, oltre ad un pittore, due "maestri" che per 22 giorni di lavoro percepirono la bella somma di 25 soldi ciascuno a giornata. Di tale chiesetta riparleremo in dettaglio più avanti.

Secondo la mappa del 1722, l'abitato era costituito da una trentina di caseggiati, disposti sui due lati delle vie disegnate senza denominazione, corrispondenti alle odierne Giassi, Madonna, San Taddeo, con pochi caseggiati nella zona dell'odierna via Baracca, ancora separati dall'abitato. AI centro del paese la piazza aveva un'osteria e una macelleria, due torchi da vino e uno da olio. In uscita dall'abitato le strade conducevano a Lonate Pozzolo, a San Macario, a Vanzaghello, a Castano Primo, verso il Ticino.

Nell'Ottocento, dopo l'Unità d'Italia, ebbe il suo consiglio comunale e il suo sindaco (l'ultimo fu un Brusatori). Lo stato delle anime del 1850 dà 719 abitanti, raccolti in 32 cortili.

In via Baracca 8 rimane (attualmente un po'sbiadita) una Madonna con Bambino, dipinta intorno al 1910 dal pittore Luigi Brusatori, a quel tempo abitante a Sant'Antonino. Le abitazioni mantennero carattere rurale fino alla meta del Novecento. Taluni cortili hanno ancora dimensioni grandiose e talvolta sono persino intercomunicanti (in dialetto li si chiama i tri staj). Fra le poche strutture nuove sorte in zone allora periferiche è da ricordare l'asilo infantile, del 1925 circa. Lo sviluppo dell'abitato inizio dopo il 1960.

Sant'Antonino Ticino nell'immediato dopoguerra conta 1600 abitanti e circa 400 famiglie: in pratica ci si conosceva tutti, oggi un po' meno. La maggioranza della popolazione è dedita quasi esclusivamente all'agricoltura e vive ancora in tipiche case rurali con attigua stalla per animali, fienile e cascina, dove venivano depositati i prodotti della terra, come "ul mirigon" (il granoturco) e il legname per accendere la stufa o il camino. Le case erano situate dove ora c'è il centro storico, nelle zone di via Madonna, via Giassi e via Baracca. La maggior parte dei terreni coltivati era di proprietà Oltrona Visconti e quindi in affitto; pochi erano i proprietari.

Negli anni sessanta per gli uomini inizia un certo abbandono dell'agricoltura a favore del lavoro nelle fabbriche (es. a Busto Arsirio), mentre le donne intensificano il lavoro nelle tessiture, sia di Sant'Antonino che di Lonate, che vivono però un momento di crisi, come la mitica "Michele Solbiati Sasil" che ha visto tantissime donne, anche di Sant'Antonino, lavorare a turni, le cosiddette "squadre" o "squadron".

A proposito di Sasil, in un'intervista del 2003 Vittorio Solbiati, classe 1933, "il re del lino", imprenditore di quarta generazione, affermava di produrre allora tre milioni di metri di lino, tutti prodotti in Italia e venduti per 1'80 % all'estero, « Con lo stile "stropicciato" il lino non fa più una piega ». Alle origini dell'azienda il padre Peppino era tessitore a Busto Arsizio di una fabbrica fondata nel 1874, mentre la madre apparteneva ad un'altra famiglia di tessitori di Legnano, la Bernocchi, fondata nel 1870 e famosa per aver regalato a Milano la Triennale negli anni trenta del Novecento. Vittorio Solbiati entrò nell'azienda nel 1958 con l'intento di mantenerla in vita, visto che i suoi familiari intendevano chiuderla. Allora il lino era l'unica fibra vegetale europea che si adoperava in casa per la biancheria, mentre nell'abbigliamento era un prodotto marginale con pochissimi colori: il bianco "crociera", il beige "manager" e il blu "serata al festival di Venezia".

Nella seconda metà degli anni Sessanta il tessile entrò in crisi: il mercato del cotone non seguì la crescita dell'economia, gli investimenti nell'innovazione si ridussero, le aziende chiusero. Pensate, Vittorio Solbiati raccontò che fu l'incontro con Giorgio Armani, il primo stilista a credere nel lino, a dare una spinta in avanti all'azienda che si allargò al punto da impiantare due capannoni ad Oleggio, adibiti per il deposito e la spedizione, una filatura di lino a Lodi, un'altra filatura di cashmere a Biella e molto altro ancora. Nel 2003 la Solbiati aveva 450 dipendenti e produceva tre milioni di metri di lino, realizzando un fatturato di 75 milioni di euro, di cui il 72 % era fatturato all'estero. Vittorio Solbiati è morto nel 2011 e la sua azienda ora non c'e più.

Gli uomini, nelle ore libere dal lavoro in fabbrica, in un primo momento si dedicavano ancora alla coltivazione dei campi; in un secondo tempo l'attività industriale occupò le persone in misura sempre maggiore (10 e più ore al giorno) e si assistette ad un progressivo abbandono delle attività rurali.

La costruzione di nuove case avvenne in una prima fase (anni '60/'70) con un vero e proprio "boom" edilizio. Sorsero villette e case unifamiliari situate sulle nuove vie Bergamo, Como, Mantova, Genova, Firenze, Verona (tutte nella zona di via Manzoni), oppure sulle laterali della via Baracca in direzione Vanzaghello e nella zona di via Montello. In questi anni parallelamente all'attività lavorativa nelle industrie di Busto Arsizio e Gallarate, sorsero a Sant'Antonino anche piccoli laboratori artigianali, piccole tessiture per conto terzi.

Nel secondo dopoguerra a Sant'Antonino Ticino sono stati attivati alcuni servizi prima assenti e rinnovati quelli presenti. Nel 1956 iniziò un primo collegamento autobus di linea con Gallarate (la mitica STIE), e successivamente potenziato nel 1962 fino ai giorni nostri. Molti ragazzi che allora frequentavano le Scuole Medie Carminati di Lonate Pozzolo, raggiungevano la sede scolastica proprio con il bus, ma alcuni preferivano la bicicletta, soprattutto nelle ore di lezione pomeridiane.

II nucleo primigenio dell'Istituzione scolastica era costituito all'inizio del Novecento dalla scuola elementare Dante, realizzata su progetto dell'ing. Ulisse Bosisio nel 1915, dalla scuola elementare della frazione di S. Antonino e dalle pluriclassi collocate nella frazione di Tornavento che vennero affiancate prima dalle scuole di Avviamento al Lavoro (INIASA, Istituto Nazionale Istruzione Addestramento Sezione Artigianato) e poi dal 1962 dalla nuova Scuola Media Unificata Carminati, che permetteva quindi il completamento dell'obbligo scolastico sul territorio. L'aumento della popolazione nel corso degli anni rese necessaria la realizzazione di due nuovi edifici, le scuole elementari Volta a Lonate inaugurate nel 1973 e le medie Solbiati a Sant'Antonino. Oggi l'Istituto Comprensivo Carminati è composto dalle scuole primarie Brusatori, Dante e Volta e dalla scuola secondaria di primo grado Carminati. Esso opera in una realtà territoriale complessa e variegata e soddisfa un bacino d'utenza di oltre 900 alunni, le cui famiglie appartengono a diverse realtà economiche e socioculturali.

Nel 1957 si rinnovò l'illuminazione pubblica. Nel 1963 venne aperto l'ufficio postale, presso l'allora Casa del Giovane, sull'area del vecchio forno comunale, e dal 1967 funzionò la farmacia. Dopo il 1945 venne aperto un ambulatorio medico: prima bisognava andare a Lonate dal medico condotto Dr. Camillo Piccinelli e dal 1940 anche dal santantoninese Dr. Marco Tacchi.

Una curiosità: nel 1951 il paese è senza bambini. Usufruendo di una beneficenza dei datori di lavoro, le madri mandano i propri figli al mare o in montagna, aggregandoli alla Caritas Ambrosiana. Il paese rimane cosi con pochissimi bambini per circa tre settimane.

La scuola a Sant'Antonino ha una sua storia particolare. Pare che nell'ottocento la sede fosse in una casa di via San Taddeo. Poi fu costruito l'edificio in via Trento, originariamente solo di quattro aule, fino alla terza elementare, con maestre pagate dal Comune. Poi vennero istituite la quarta e la quinta classe, in precedenza frequentabile solo a Castano Primo. La nuova scuola "Santino Brusatori", in via Pisa, con 12 aule, è una costruzione del 1975-1976: la denominazione la si deve ad un contributo devoluto al Comune dalla vedova Angioletta Carnaghi in memoria del marito. La scuola media inferiore ebbe una sua sede in via Madonna nel 1986. Successivamente venne annessa l'attuale palestra, con un contributo dei signori Solbiati.

Parliamo ora della nuova, modernissima Chiesa Parrocchiale di Sant'Antonino Ticino, che vedete qui sopra in una foto scattata dall'autore di questo sito. Nel giugno 1969 l'allora parroco don Mario Manfrin invitava la popolazione ad un'assemblea parrocchiale straordinaria ponendo all'ordine del giorno due quesiti:

1) è veramente necessaria una nuova chiesa?
2) se è necessaria, che cosa bisogna fare?

La struttura della vecchia chiesa, tetto e campanile, pavimento e muri perimetrali, ecc., aveva urgente bisogno di un intervento. La capienza era insufficiente, vista la popolazione residente e le maggiori esigenze del futuro. L'ubicazione era sull'unica strada di comunicazione con i paesi vicini e senza un adeguato parcheggio per le macchine.

Il parroco sottolineava la generosità della popolazione grazie alla quale, negli anni immediatamente precedenti, si erano realizzate la costruzione della Casa del Giovane, la ristrutturazione della casa parrocchiale e dell'Asilo; generosità che, abbinata al benessere crescente, rendeva credibile la realizzazione della nuova chiesa. L'assemblea decise di indire un Referendum popolare (una grande novità per Sant'Antonino!), e a tale scopo si distribuì una scheda-questionario. L'esito favorevole del Referendum comportò l'attivazione di un comitato formato sulla base delle indicazioni contestuali alle risposte.

Era già a disposizione della parrocchia un'area adeguata su cui costruire, donata da donna Vittoria Oltrona Visconti. Il comitato dopo lunghe e appassionate discussioni scelse il progetto del giovane architetto Claudio Maffiolini di Cassano Magnago, tendente ad illustrare il concetto di chiesa come "tenda di Dio". II parroco lo rendeva noto alla popolazione con un foglio illustrativo datato 8 dicembre 1970.

Nel frattempo era cominciata la raccolta delle quote sottoscritte. Il progetto "la tenda di Dio" si presenta chiaramente leggibile dall'esterno. È facile cogliere i distinti volumi: il corpo centrale di forma quasi completamente rotonda; il corpo ellittico della ecclesia hiemalis che si stacca nitidamente da questo, pur compenetrandolo; il basso nastro del deambulatorio che avviluppa il corpo centrale, per poi slanciarsi con moto proprio in un movimento ardito, ma ordinato, sereno, solenne. Le parti basse, dall'una e dall'altra parte della chiesa, chiariscono già dall'esterno la loro funzione sussidiaria e partecipano solo nella giusta misura al volume complessivo.

L'11 dicembre 1974 Monsignor Bernardo Citterio benediceva la prima pietra della costruzione, inserendovi una pergamena a ricordo, e all'inizio del 1978 la chiesa era ultimata e veniva benedetta. La nuova chiesa parrocchiale è stata consacrata dall'Arcivescovo di Milano Cardinal Giovanni Colombo il 1° maggio 1979.

Chi entra per la prima volta in questa chiesa e rivolge lo sguardo verso l'altare non può fare a meno di notare un Cristo appeso alla parete, senza croce, volutamente in sintonia con l'Architetto Claudio Maffiolini di Cassano Magnago, che aveva "pensato" ad una costruzione semplice, essenziale, piuttosto spoglia. Era l'8 dicembre 1970 quando il Parroco don Mario Manfrin rendeva noto il progetto alla popolazione:

« Secondo me, lo spazio architettonico di una chiesa deve avere i seguenti requisiti. Essere estremamente semplice nelle linee e nei volumi che lo caratterizzano. Contenere gli indispensabili presupposti teologici e liturgici, per cui ogni cosa sia davvero collocata al suo posto. Suggerire, senza imporre, visuali, luci e tensioni. Non essere 'fuori scala' rispetto all'uomo, il quale deve comprendere completamente lo spazio in cui è immerso... l'ingresso principale alla chiesa è ampio e preceduto da una zona coperta. Qui e presente il primo segno simbolico, l'acquasantiera, che contiene la stessa acqua benedetta del fonte battesimale. Dall'atrio prende avvio il deambulatorio in salita che è una ideate ricostruzione del Calvario, con 14 vetrate ed i simboli della Via Crucis. Il fedele, al termine della salita, vede una grande Croce di legno, in controluce. In questa zona il soffitto sale rapidissimo, suggerendo una spazialità protesa verso il cielo. La zona della penitenzieria è proprio qui, al termine della Via Crucis, vicino al grande Crocifisso di legno. »

Queste sono le parole con le quali l'Architetto Maffiolini descriveva, in estrema sintesi, il suo progetto di "Tenda di Dio", la nuova chiesa parrocchiale. Dunque una croce di legno c'è, ma non e collocata dove ci aspetteremmo di vederla. Il Cristo, opera dell'artista Giuseppe Banda di Samarate, è molto drammatico e sofferente, inchiodato con forza alla parete, senza la croce: è un segno di speranza e di resurrezione. Ma chi era l'autore di questa straordinaria opera?

Giuseppe Banda nacque a Samarate il 5 febbraio 1914, dove lavorò nello studio di via Dante fino alla sua morte avvenuta il 2 gennaio 1994. Nel 1939 si diplomò "Maestro d'arte in scultura" presso l'Istituto Superiore d'Arte di Monza-Villa Reale, dove ha condotto gli studi sotto la guida dei maestri Marino Marini, Pio Semeghini, Raffaele De Grada e dell'architetto Giuseppe Pagano. Chiamato alle armi, venne fatto prigioniero dalle truppe francesi nel 1943 e deportato in Africa Equatoriale nel campo di Berberati, dove modellò un Cristo in terra termitiera per la cappella del campo. Riconosciuto il suo talento artistico, gli venne affidato l'incarico per dirigere una scuola di scultura di ebano e avorio, e due anni dopo ottenne l'incarico per affrescare l'abside e il presbiterio della Cattedrale di Sant'Anna a Berberati. Al rimpatrio, avvenuto nel 1946, iniziò l'attività artistica in Italia con il monumento ai Caduti Partigiani nel cimitero di Samarate, attività che proseguì per circa mezzo secolo dando vita ad opere di diverso genere che hanno riscosso l'attenzione della critica italiana e internazionale. Numerose opere sono conservate in collezioni private; sculture monumentali si trovano nei cimiteri della provincia di Varese e nel cimitero Maggiore di Milano. Artista di grande qualità, dedicò tutta la sua vita all'arte, realizzando alcuni dei monumenti simbolo della città, come la fontana nella piazza del Municipio. Suoi sono anche i bassorilievi dell'Aloisianum di Gallarate e i mascheroni della vecchia facciata del Teatro Condominio, sempre a Gallarate.

E ora, due parole sullo stendardo processionale di Sant'Antonino Martire, realizzato nel 1690 da un ricamatore milanese, di forma rettangolare con sei festoni sagomati sul lato inferiore, e sostenuto da un bastone metallico orizzontale ornato alle estremità da motivi a rosoni doppi in rilievo, Su un lato, il Santo martire, titolare della chiesa, risalta su sfondo rosso, a cavallo, in abiti militari, con l'orifiamma nella mano destra, mentre da destra è raggiunto da raggi di luce. Nei festoni del bordo inferiore una corona con le palme del martirio si ripetono alternativamente a simboli probabilmente araldici. Sull'altro lato, su fondo bianco avorio, ecco la Madonna del Carmine incoronata da due angioletti, in posizione sovrastante due angeli e le anime del Purgatorio; nei festoni sono raffigurati simboli mariani, quali gigli alternati a rose. Il tessuto di fondo delle scene centrali è damasco rinnovato nel XVIII e nel XIX secolo, le cornici che ne delimitano i contorni paiono originali, realizzate in tessuto cannellato dipinto con i ricami realizzati con fili di seta policromi.

Era consuetudine nei secoli passati fare eseguire nuovi stendardi sul modello di quelli troppo rovinati, in quanto veniva privilegiata la devozione e la raffigurazione più antica del Santo venerato. È probabile che a Sant'Antonino l'antico stendardo (c'era già un secondo modello, "un altro dipinto frusto" secondo l'inventario del 1709) abbia avuto la raffigurazione del santo titolare della chiesa e che la rappresentazione dello stesso santo sia stata indicata come modello per una facciata dello stendardo nuovo. Così si spiega la composizione cinquecentesca di un'opera del periodo tardobarocco e l'esistenza di uno schema secentesco, più sciolto e articolato, per la Madonna del Carmine presente sull'altra facciata. Il ricamo e la tecnica di pittura sono di qualità e sono simili a quelli di altri stendardi censiti di recente nella diocesi di Novara, come lo stendardo di Brovello Carpugnino (VB). Lo stendardo à stato restaurato alcuni anni fa dalle monache del Laboratorio di Restauro dell'Isola di San Giulio di Orta. Attualmente, purtroppo, è un po' deteriorato dal tempo, ma è sempre magnifico da vedersi.

E ora torniamo a parlare più diffusamente della chiesetta della Madonna dell'Aiuto, una Cappella eretta nel 1734 dai nobili e dalla popolazione di Sant'Antonino Ticino per devozione alla Vergine. È certamente uno dei luoghi più cari ai santantoninesi: è da lì che si parte ogni Domenica delle Palme in processione, con i rami d'ulivo, verso la chiesa parrocchiale, e non si può fare a meno di notarla passando, perché é posta in corrispondenza di una curva e ci invita a una breve sosta. Da ragazzo ci andavo a piedi o in bicicletta, dato che abitavo nelle vicinanze, ed era sempre obbligatoria una sosta, soprattutto nelle afose giornate estive; da lì si poteva avere una bella vista della campagna circostante, campi coltivati a grano o frumento, e per un attimo ti perdevi in quel quieto mare d'erba, dove il confine era chiaro e definito, finiva il paese e cominciava la campagna. Da qualche tempo non e più cosi, giacché attorno sono cresciuti edifici e cemento, ma questa è un'altra storia. Nel 1934 il geometra Fedeli di Albizzate realizzò il pronao, e il pittore Angelo Galloni decorò gratuitamente la cappella per devozione alla Vergine.

La particolarità della Madonna dell'Aiuto è il quadro, inizialmente collocate proprio all'interno della Cappella, di cui si può vedere una copia all'interno ed anche sopra il portichetto, oggi custodito nella chiesetta "feriale" della parrocchia. Un olio su tela, un tondo opera di un pittore settecentesco che si ispirò allo stile di Lucas Cranach il Vecchio, pittore e ritrattista rinascimentale, famoso per essere stato il ritrattista di Martin Lutero. Esso fu restaurato nel 1983 da Padre Ambrogio Fumagalli (1915-1998), monaco benedettino olivetano e pittore, autore anche delle belle vetrate della nuova chiesa parrocchiale, in particolare della Via Crucis all'ingresso. Nel milanese, ma soprattutto in Sassonia e nel Tirolo, è molto diffusa la devozione alla Madonna dell'Aiuto, e fu nel 1735 che un parroco di Sant'Antonino, Giovanni Battista Brusatori, chiese di essere ammesso al consorzio della Beata Vergine dell'Aiuto in quel di San Bartolomeo a Milano. Anche in quel di Dairago, da cui Sant'Antonino dipendeva, esiste un esemplare di questa particolare Madonna dipinta su un paliotto in cuoio argentato, ora collocato nel Santuario della Madonna in Campagna.

La devozione alla Madonna dell'Aiuto è riscontrabile anche nella vicina Busto Arsizio, grazie ad una statua lignea, collocata nella chiesa di Santa Maria di Piazza. Secondo la tradizione la raffigurazione della Madonna, che fino ad allora era rappresentata con la mano destra sul grembo e la mano sinistra a reggere il Bambin Gesù, dopo le incessanti preghiere dei bustocchi per scongiurare la peste, cambiò il suo aspetto. Si dice che una mattina l'immagine della Madonna avesse alzato il braccio destro, mostrando il palmo della mano, come se volesse fermare l'epidemia di peste. È da allora che la Madonna venerata a Busto Arsizio viene indicata come Madonna dell'Aiuto, e viene raffigurata con la mano sinistra impegnata a sorreggere Gesù Bambino e la mano destra alzata per fermare la peste.

E ora, un salto in avanti nel tempo fino al 1987. Tutto è cominciato con una bomba della Seconda Guerra Mondiale, trovata a metà ottobre durante i lavori di scavo per la costruzione del nuovo depuratore di Sant'Antonino. Per gli amanti delle statistiche, l'ordigno era lungo un metro e venti, aveva un diametro di mezzo metro e pesava 500 chili. Diciamo era, perché gli artificieri lo hanno fatto brillare pochi giorni dopo il ritrovamento. Dopo il ritrovamento sono iniziate le congetture: bomba tedesca o bomba americana? La Prealpina del 14 ottobre non si sbilanciava e diceva: "forse l'una o forse l'altra". Alcuni anziani del paese sostengono la teoria della bomba tedesca, lanciata da uno Stuka durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma i tedeschi non bombardavano i propri aeroporti, e il "Campo della Promessa" era proprio sotto il controllo tedesco. Per noi santantoninesi, quell'antico aeroporto era un posto un po' misterioso, poco frequentato e da cui si passava obbligatoriamente d'estate in bici o in motorino, per andare al Ticino a fare il bagno e prendere il sole. Ora rimangono poche infrastrutture ricoperte dal verde, che si scorgono entrando in superstrada proprio da Sant'Antonino. La natura vince sempre sull'uomo, ma questa e un'altra storia.

Piazza Don Mario Manfrin (già Piazza della Chiesa) a Sant'Antonino Ticino

Piazza Don Mario Manfrin (già Piazza della Chiesa) a Sant'Antonino Ticino

 

Passiamo ora a usanze, lavoro e feste nella memoria degli anziani. Il lavoro dei campi è stato per anni l'occupazione principale degli abitanti di Sant'Antonino Ticino, prima dell'avvento delle grandi fabbriche, delle tessiture e delle confezioni, dove uomini e donne hanno trovato lavoro, soprattutto nel primo dopoguerra. Il lavoro dei campi è sempre rimasto nella tradizione di famiglia degli uomini di Sant'Antonino; infatti quando tornavano a casa, dopo una faticosa giornata di lavoro in fabbrica, soprattutto nella bella stagione, immancabilmente facevano un "salto" in campagna, anche solo per vedere la crescita del frumento o del granoturco.

I campi erano coltivati a frumento, segale, biada e granoturco. Come foraggio per gli animali si coltivavano trifoglio, erba medica e ravizzone e c'erano filari di meliga con la quale si costruivano le scope. Il terreno veniva preparato per la semina con la "sciloria" (aratro) e il "rampighen" (erpice). I contadini che avevano solo mucche o asini lavoravano in coppia, oppure chiedevano l'intervento del bulch, un contadino benestante che possedeva il cavallo. Per la mietitura si usavano la "misuria" o la "ranza" (piccola e grande falce). La battitura del frumento avveniva manualmente con un bastone snodato chiamato "tresch". Più avanti venne acquistata la trebbiatrice o "machina da batt". Fu costituita in questa occasione una società agricola presieduta da don Luigi Oltrona Visconti. Sul finire dell'estate si procedeva alla raccolta del granoturco (mirigom) che si sfogliava in cortile aiutandosi l'un l'altro; con la partecipazione anche dei bambini, e mentre si lavorava si cantava e si recitava il Santo Rosario. L'inverno era dedicato al taglio della legna nei boschi e ai lavori di manutenzione degli attrezzi. Ci si riparava dal freddo trascorrendo nelle stalle gran parte della giornata. Quando era imminente la nascita di un vitello, si faceva credere ai bambini che a portarlo sarebbe stato San Pietro. Anche gli adulti del resto, per annunciare l'evento, dicevano che sarebbe arrivato San Pietro.

Il contadino possedeva gli appezzamenti di terreno collocati in diversi punti distanti tra loro, al fine di evitare che la grandine cadesse su tutti i campi di sua proprietà distruggendo l'intero raccolto. Un buon reddito per i contadini era dato anche dall'allevamento dei bachi da seta (bügat) che avveniva in primavera quando le foglie di gelso (murom), di cui i bachi si nutrivano, erano completamente sviluppate. Generalmente le tavole dei bachi venivano collocare nel locale ripostiglio, ed in mancanza anche in cucina o camera da letto. La semenza dei bachi proveniva dal paese vicino di San Macario.

[Fonte: "Sant'Antonino Ticino, 1496-1996, cinque secoli di storia di una Comunità", editato in occasione dei 500 anni della Parrocchia.]

Mario Canziani

Se volete maggiori informazioni, rivolgetevi alla Pro Loco di Lonate Pozzolo, indirizzo via Cavour 21, telefono 0331/301155.

 

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