Vieni, Signore Gesù!

La Nuova Creazione
A differenza di quanto rappresentato dal Belli nel suo sonetto « Er giorno der giudizzio » che abbiamo letto nel capitolo precedente, nell'Apocalisse tutto non finisce con quel tragicomico « bbona sera », ma al contrario alla fine del mondo vecchio segue una palingenesi, cioè la creazione di un mondo nuovo:

« Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più » (21,1)

Il cielo e la terra così abbinati indicano la globalità dell'opera creativa, come nel primo versetto della Bibbia (Genesi 1,1), che ora viene ripetuta da zero. Ancora una volta è da sottolineare un fatto che altrimenti potrebbe passare inosservato: la scomparsa del mare. Il ribollente, ondoso mare nella Bibbia è simbolo di tutte le forze cosmiche che si oppone all'opera divina, e non a caso il secondo e il terzo giorno della Creazione sono dedicati alla suddivisione tra acque inferiori ed acque superiori, per creare uno spazio asciutto in mezzo, e alla suddivisione tra mare e terraferma, così da impedire all'azione distruttrice delle acque di infierire sul mondo degli uomini. Ora ogni male è cancellato dalla faccia della Terra, e dunque il mare cessa la sua funzione di contrasto all'opera ordinatrice di Dio. Da notare anche l'aggettivo "nuova", che nel linguaggio biblico significa perfetta, compiuta, definitiva.

Ogni paese che si rispetti ha la sua capitale; ed ecco subito che essa fa la sua comparsa:

« Vidi anche la Città Santa, la Nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo, ed Egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate." E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose." » (21,2-5)

Tra l'altro questa è la prima ed unica volta nell'Apocalisse in cui Dio parla di persona, senza l'intermediazione di angeli, e lo fa non a caso per proclamare la gioia eterna dei Santi. Ormai da questa città il dolore e la morte sono espulsi per sempre, a differenza delle città terrene, perchè la prepotente esplosione della Vita Divina, la stessa che ha fatto risorgere Cristo dai morti ed ha sostenuto nei secoli la vita della Chiesa, ha rinnovato tutte le cose.

Questa insuperabile visione corona il messaggio dell'Apocalisse. Chiusa la storia con le sue vicende buone o cattive, luminose o tenebrose, si apre l'eternità di Dio, il regno del trionfo sovrano del bene e della luce. Giovanni sembra qui potenziare al massimo la sua facoltà rielaboratrice o creatrice di simboli e di immagini, per tentare di dare a noi mortali, ovviamente entro i limiti del linguaggio umano, un'idea della vera Patria Celeste. Tutte le immagini utilizzate nella descrizione della Gerusalemme Celeste sono tratte dall'Antico Testamento, in particolare quelle della novella sposa e della città di Sion o Gerusalemme. L'immagine della sposa risale al profeta Osea: per dare l'idea dell'amore di Dio verso il popolo ebraico egli vede in Dio lo sposo fedele e nel suo popolo la sposa adultera, ma la comunità degli eletti nel Cielo, libera ormai dai peccati, sarà sposa fedele, degna del suo Sposo, come Giovanni ci ha già detto nel capitolo 19, parlando delle nozze della Chiesa con l'Agnello. E cosi la città di Gerusalemme, capitale terrena della nazione ebraica e dimora di Dio, che con la Sua presenza nel Tempio si rendeva presente tra il Suo popolo, si trasfigura automaticamente nella città ultraterrena dei Santi.

Gustave Dorè, La Visione della Gerusalemme Celeste

Gustave Dorè, La Visione della Gerusalemme Celeste

 

La Gerusalemme Celeste
Giovanni passa ora a tratteggiare la mappa ideale della definitiva Patria Celeste che il Signore ha preparato per i Suoi eletti, mappa che è contrassegnata dal ripetersi del numero dodici, il numero della pienezza che caratterizza il Popolo di Dio (dodici tribù d'Israele, dodici Apostoli):

« Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: "Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell'Agnello."
L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello. » (Apocalisse 21,9-14)

Questi dettagli simbolici vogliono significare la sicurezza, la stabilità e l'ingresso aperto a chiunque voglia in questa che è la meta finale cui idealmente convergono la Storia Sacra e l'intera storia dell'umanità. Si noti come la città riassuma in sé l'Antico e il Nuovo Israele, perchè sulle porte ci sono i nomi delle Dodici Tribù d'Israele, in quanto il Vecchio Testamento è la porta necessaria per entrare nella Fede in Cristo, mentre sui basamenti ci sono i nomi dei Dodici Apostoli, cioè le rocche su cui furono fondate le prime Chiese Cristiane (Pietro e Paolo fondarono la Chiesa di Roma, Andrea la Chiesa di Costantinopoli, Giovanni le Chiese d'Asia, Bartolomeo la Chiesa d'Armenia, e così via). La città risplende come una pietra preziosa, e tra poco ci sarà detto con quali pietre dure e simboliche è costruita. Segue una misurazione simbolica della città, in termini tanto precisi quanto ideali, al punto che si può parlare di geometria dello spirito:

« Colui che mi parlava aveva come misura una canna d'oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L'angelo misurò la città con la canna: misura dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall'angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. » (21,15-18)

La figura che ne risulta non è quadrata, come una città del nostro mondo, ma addirittura cubica: una struttura spaziale che esprime la sua assoluta perfezione, secondo le concezioni degli antichi, così come l'enorme perimetro ci vuol dire la sua inesauribile capacità di accogliere ospiti santificati da Cristo. Infatti i dodicimila stadi equivalgono a circa 2400 chilometri: ne segue una superficie di 5.760.000 chilometri quadrati, paragonabile a quella dell'intera Europa, esclusi i territori dell'ex URSS. Come si vede si tratta di un continente, più che di una città, in grado di alloggiare l'intera popolazione mondiale al momento in cui fu composta l'Apocalisse.

Anche in questo caso sono state cercate soluzioni varie per interpretare queste misure, ma è evidente che si tratta della solita numerologia simbolica: dodicimila deriva da 12 x 10 x 10 x 10, cioè dal numero 12, simbolo di Israele e della Chiesa, moltiplicato tre volte per dieci, ad indicare pienezza e perfezione insuperabili. Le mura poi sono alte 144 cubiti, cioè circa 72 metri perchè un cubito, unità di lunghezza tipica dell'Antico Testamento, equivale a circa mezzo metro: anche in questo caso il numero deriva da 12 x 12, cioè la perfezione del popolo d'Israele moltiplicata per la perfezione della Santa Chiesa, ad indicare la totalità dei credenti: i credenti in Cristo venturo e i credenti in Cristo venuto, che dovranno essere tutti accolti dentro quelle ciclopiche mura. Da notare che l'Angelo, uno di quelli delle Sette Coppe, esegue le misurazioni con una canna d'oro, in greco "kalamos": uno strumento in uso presso gli antichi per eseguire misure di questo tipo, ma essa è d'oro, non di vile metallo, perchè una cosa così preziosa come la Gerusalemme dei Cieli può essere misurata solo con uno strumento altrettanto prezioso.

Le Pietre del Paradiso
Questo è solo l'inizio di un'incredibile profusione di pietre preziose. Le dodici porte della città sono intagliate in altrettante perle, di dimensioni manifestamente iperboliche, e d'oro sono i palazzi, le mura e l'intera piazza centrale, l'Agorà in cui abitualmente usava radunarsi il popolo per eventi politici o cerimonie religiose. Segue poi una descrizione del suo irraggiungibile splendore, composta con un fantastico accumulo di varie pietre preziose ben note agli antichi, a ciascuna delle quali erano attribuiti poteri terapeutici ed influssi astrali:

Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. » (21,19-21)

La descrizione si ispira a questo passo di Isaia:

« Afflitta, percossa dal turbine, sconsolata, ecco io pongo sulla malachite le tue pietre e sugli zaffiri le tue fondamenta. Farò di rubini la tua merlatura, le tue porte saranno di carbonchi, tutta la tua cinta sarà di pietre preziose » (Isaia 54, 11-12)

ed ai capitoli 40-48 di Ezechiele. Vediamo di illustrare una ad una queste pietre dure, illustrando alcune delle loro proprietà oggi tornate di moda insieme ad una nuova disciplina, la cristalloterapia, che presume di curare certi malanni facendo ricorso proprie alle magiche proprietà dei minerali.

Diaspro del Madagascar, dal laboratorio di mineralogia del Liceo Classico di Gallarate, foto dell'autore di questo sito (cliccare per ingrandire)

Il diaspro, il cui nome è di origine persiana, è una roccia sedimentaria formata principalmente da quarzo in cui sono presenti sostanze silicee; qui sopra se ne vede un campione proveniente dal Madagascar, in una foto scattata dall'autore di questo ipertesto. Appare di solito di colore rosso mattone per inclusioni microcristalline di ossidi di ferro, principalmente ematite, o verde con varie tonalità per la presenza di microcristalli di anfiboli e pirosseni. Può anche assumere tonalità giallastre o nere per l'inclusione di ossidi di manganese. Secondo l'opinione degli antichi esso stimolerebbe la circolazione dell'energia nell'organismo, rafforzerebbe il coraggio nell'affrontare compiti poco graditi e favorirebbe un'indole tenace e combattiva. Secondo l'anonimo trattato "Sulle Pietre", converrebbe portarlo con sé mentre si arano i campi perchè produrrebbe fertilità, propiziando la pioggia. È considerato un protettore del sistema circolatorio. Gli antichi ebrei lo utilizzavano anche contro il morso di serpenti e insetti. Nell'Apocalisse lo abbiamo già incontrato: ad esso è paragonato in Ap 4,3 Colui che siede sul Trono nella Visione della Corte Celeste: « Colui che stava seduto era simile nell'aspetto a diaspro e cornalina ». Per il suo colore rosso viene associato al pianeta Marte e al segno zodiacale dell'Ariete.

Lo zaffiro appartiene alla famiglia del corindone, e deve il proprio colore blu intenso alla presenza di ferro e titanio. Il suo nome deriva probabilmente dall'ebraico saffir, "la cosa più bella". In epoca antica era chiamato "ormìskos", "piccola collana", perchè i re erano soliti portarlo al collo come amuleto. Secondo i lapidari di epoca classica protegge l'uomo dal livore, conserva il corpo sano e di bell'aspetto, arresta l'eccessiva sudorazione e preserva dalle infiammazioni. Se sciolto nel latte, sarebbe capace di far rimarginare le piaghe più ostinate e di guarire gli spasmi ai visceri. Se applicato sulla lingua gioverebbe a chi è impedito nella parola, e sarebbe persino capace di combattere la depressione. Dagli Ebrei era chiamato "pietra sacra" in relazione ad un celebre passo del Libro dell'Esodo: « Poi Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani di Israele. Essi videro il Dio d'Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro, simile in purezza al cielo stesso. » (Esodo 24,9-10) Nel Medioevo lo zaffiro era considerato pietra di preghiera, che contribuisce ad avvicinare a Dio; stessa funzione di pietra di preghiera gli era attribuita dai buddisti. "Se vuoi raggiungere la pace, prendi lo zaffiro orientale, perchè genera concordia e rende l'uomo devoto a Dio", diceva il filosofo medievale Sant'Alberto Magno (1206-1280). Viene solitamente associato al pianeta Giove ed al segno del Sagittario.

Il calcedonio è un ossido del gruppo dei quarzi, originato dall'acido silicico concentrato; lo si trova nella varietà grigio-biancastra, il cosiddetto calcedonio dendritico, oppure in quella marrone scuro. Il primo promuoverebbe meticolosità e spirito di ricerca, il secondo aiuterebbe ad uscire dallo stato di passività e favorirebbe la creatività. Gli si attribuisce inoltre il potere di apportare speranza ed armonia, e sarebbe una gemma purificante e calmante. Il calcedonio è tradizionalmente associato al pianeta Saturno e al segno del Capricorno.

Lo smeraldo, dal greco smàragdos, "pietra verde", è un silicato di berillio e alluminio dall'intenso colore verde ("non c'è colore di aspetto più gradevole", diceva Plinio il Vecchio), dovuto alla presenza di cromo, anche se in passato si credeva erroneamente che contenesse clorofilla come le foglie degli alberi. Si riteneva che svolgesse un'azione depurativa sui reni e sulla cistifellea; inoltre, gli antichi dicevano che possedesse un potere profetico, e che si staccasse dalla montatura per annunciare a chi lo portava una malattia imminente. In Ap 4,3 abbiamo già letto: « Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono ». È solitamente associato al pianeta Venere ed al segno del Toro.

La sardonice è una varietà di agata dal colore chiaro che va dal rosa al giallo, dal marrone al grigio; appartiene al gruppo del quarzo. La si raccomandava nell'antichità per trovare le parole giuste nei discorsi e per indurre all'amore chi ne era riluttante. Si pensava che avesse il potere di far cessare le contese e di calmare le coliche addominali, e addirittura di guarire i morsi di ragni e scorpioni. È associata alla Luna e al segno della Vergine.

La cornalina o corniola è una pietra semitrasparente con riflessi vitrei di colore rosso-aranciato, marrone scuro, ocra o ruggine. Il suo nome deriva dal latino "corneus" a causa delle sue striature. Gli antichi egiziani la ritenevano sacra ad Iside, la dea che ricompose il corpo di Osiride permettendogli di risorgere, e quindi la cornalina è sempre stata ritenuta legata all'energia del sangue, e come tale capace di infondere coraggio ed eliminare ogni paura, anche quella della morte (guarda caso, contiene un'elevata percentuale di ferro). Per questo la portavano al collo i guerrieri dell'antichità. Un tempo, ridotta in polvere, era utilizzata per togliere il tartaro dai denti. Si narra che Maometto avesse un anello di cornalina da cui non si separava mai. Essa è legata al pianeta Mercurio e al segno zodiacale dei Gemelli.

Il crisolito, dal greco "pietra d'oro", è una varietà di peridoto o olivina, la componente principale delle rocce ultrabasiche, povere di silice e ricche di magnesio. Viene estratto da più di 3500 anni, ed è stato introdotto in Europa dai Crociati. In genere è di color giallo oro (da cui il nome) o verde oliva. Avrebbe la virtù di alleviare le sofferenze degli asmatici e, se portato sul braccio sinistro, dissolverebbe incubi e fantasmi della mente. Si dice che induca a pentirsi delle colpe commesse e che doni allegria a chi lo porta. Addirittura le donne, portandolo, diverrebbero più attraenti! Posto sul plesso solare, poco sopra l'ombelico, svolgerebbe un'azione disintossicante e stimolerebbe le funzionalità di fegato, cistifellea, pancreas e milza. Il crisolito è associato al pianeta Nettuno e al segno zodiacale dei Pesci.

Il berillo è un minerale di berillio che può presentarsi incolore, verde di varia tonalità o azzurro; nel reticolo cristallino del berillo vi sono dei canali vuoti, in cui spesso prendono posto i metalli alcalini (litio, sodio, cesio) che spesso partecipano alla costituzione del minerale. Esso era usato nei riti per propiziare la pioggia; veniva portato durante la navigazione per protezione contro le tempeste. Proteggerebbe chi lo porta dall'annegamento e dal mal di mare. Il berillo è stato usato per molto tempo per incrementare la capacità mentale, tanto da venir definito la "pietra del veggente": nell'Irlanda medievale gli indovini usavano sfere di berillo per scopi divinatori. Gli innamorati se lo scambiavano come regalo per assicurare l'amore e la fedeltà; si diceva anche che facesse cessare le maldicenze. Il suo corpo celeste è la Luna e il suo segno zodiacale è il Cancro.

Il topazio, dal sanscrito topas, "calore" (perchè la pietra muta colore se scaldata), è un fluorosilicato di alluminio dall'intenso colore giallo dorato, che ricorda quello del miele. Presso gli antichi egizi simboleggiava Ra, il dio del Sole. Esso preserverebbe dai pericoli dei viaggi in mare, assicurerebbe grandi guadagni nei commerci, gioverebbe alle malattie degli occhi e, posta sotto il cuscino durante la notte, rinvigorirebbe il corpo eliminando la tensione nervosa. Di topazio sono le ruote del Carro del Signore nella visione di Ezechiele 1,16. Risulta associato al Sole e al segno del Leone.

Il crisopazio o crisoprasio è una varietà di quarzo che contiene piccole quantità di nichel, ed il cui colore varia dal verde fino al verde-blu. Il suo nome in greco significa "porro d'oro" perchè si tratta di una pietra traslucida di colore verde come il porro, e contiene all'interno cristallini di pirite dorata. Lo si usava per migliorare la circolazione del sangue e per alleviare i disturbi della gotta; ridurrebbe l'egoismo, l'ingordigia e la disattenzione e favorirebbe la versatilità e l'immaginazione.  Stimolando le energie del basso addome, contribuirebbe a tenere lontane le malattie veneree. Secondo la leggenda, il diavolo lo ha in odio al pari dell'acqua santa; il suo pianeta è Venere e il suo segno è la Bilancia.

Il giacinto è una varietà di zircone di colore arancione o rosso granato, ricordata già da Plinio il Vecchio. Sottoposto all'azione del fuoco, il giacinto si scolora e diviene bianco, e per questo nel Medioevo divenne il simbolo della fede, come scrive ad esempio San Gregorio di Nazianzo (329-390). Anch'esso lo abbiamo già incontrato in Apocalisse 9,17, a proposito della cavalleria infernale: « Così mi apparvero i cavalli e i cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo. » Questa pietra rafforzerebbe le capacità mentali, aiuterebbe intestino e fegato, aumenterebbe l'appetito, equilibrerebbe le ghiandole pituitaria e pineale e concilierebbe il sonno. Il suo corpo celeste è Plutone e il suo segno zodiacale è lo Scorpione.

Infine, l'ametista è un quarzo cristallino che deve il suo colore violetto alla presenza di tracce di ferro nel reticolo cristallino; qui sotto se ne vede un campione proveniente dal Brasile, in una foto scattata dall'autore di questo ipertesto. Il suo nome deriva dal greco e significa "non intossicante", perchè nell'antichità si credeva che proteggesse dall'ubriachezza. È anche chiamata la "pietra dell'umiltà" per la sua supposta capacità di placare l'orgoglio e tradurlo in riflessione ed introspezione, favorendo la lungimiranza. Ridurrebbe la collera ed avrebbe effetti benefici sullo stress da lavoro, stimolando la concentrazione e rendendo il sonno profondo e tranquillo. Il suo pianeta sarebbe Urano, e il suo segno zodiacale sarebbe quello dell'Acquario.

Ametista del Brasile, dal laboratorio di mineralogia del Liceo Classico di Gallarate, foto dell'autore di questo sito (cliccare per ingrandire)

Le Pietre del Pettorale
Questi dodici minerali alludono in realtà alle dodici pietre incastonate nel pettorale del Sommo Sacerdote ebraico, le accurate istruzioni per montare il quale si trovano nel libro dell'Esodo:

« Farai pure il pettorale del giudizio, artisticamente lavorato; lo farai come il lavoro dell'efod: d'oro, di filo violaceo, porporino, scarlatto e di lino fino ritorto. Sarà quadrato e doppio; avrà una spanna di lunghezza e una spanna di larghezza. Vi incastonerai una serie di pietre: quattro file di pietre; nella prima fila ci sarà un sardonio, un topazio e uno smeraldo; nella seconda fila un rubino, uno zaffiro, un calcedonio; nella terza fila un opale, un'agata, un'ametista; nella quarta fila un crisolito, un onice e un diaspro. Queste pietre saranno incastonate nelle loro montature d'oro. Le pietre corrisponderanno ai nomi dei figli d'Israele, saranno dodici, secondo i loro nomi; saranno incise come dei sigilli, ciascuna con il nome di una delle tribù d'Israele. (Esodo 28,15-21)

Naturalmente nel pettorale le dodici pietre indicano le dodici Tribù d'Israele. È significativo che sui dodici basamenti fatti di dodici pietre, che rappresentano le Dodici Tribù, siano iscritti i nomi dei Dodici Apostoli, pilastri del Nuovo Israele. Otto pietre del pettorale, e cioè la sardonice, il topazio, lo smeraldo, lo zaffiro, il calcedonio, l'ametista, il crisolito e il diaspro, in ordine diverso le ritroviamo nella Gerusalemme Celeste; e le altre quattro? Secondo padre Matteo la Grua, esperto esegeta ed esponente del Rinnovamento dello Spirito di Palermo, il termine onice è la traduzione dell'ebraico "soham", che però può essere tradotto anche come berillo. La quarta pietra, il rubino, nell'originale ebraico è "nophek", una pietra rossa tradotta con "anthrax" (antracite, cioè carbone acceso) dai Settanta, e "carbunculus" dalla Vulgata latina, ma può anche essere resa con "Karchedon" (dal nome greco della città di Cartagine), cioè con il calcedonio dell'Apocalisse. La settima pietra, in ebraico "lesem", oltre che con opale, potrebbe essere identificata secondo vari commentatori con la tormalina, con l'ambra, o proprio con il giacinto. Infine, l'agata dell'Esodo viene dall'originale ebraico "sebo", ed è l'unica per cui non abbiamo prove che possa essere identificata con il crisopazio, la decima pietra della descrizione di Giovanni. Ma a questo punto, visto che undici pietre su dodici sembrano combaciare, appare ragionevole pensare che Giovanni abbia tradotto "sebo" proprio con questa pietra per ragioni che oggi ci sfuggono: sicuramente è un'"ipotesi sull'Apocalisse" più che convincente, come direbbe Vittorio Messori!

È anche possibile che le dodici pietre, come ha detto qualcuno, siano state scelte per assicurare tutti i possibili influssi positivi sulla Città di Dio. Ma, al di là di ogni significato misteriosofico, che i soliti amanti di dietrologie mistiche hanno cercato di decifrare studiando minuziosamente le proprietà attribuite a questi minerali, appare evidente che Giovanni vuole soprattutto esaltare lo splendore e la ricchezza della Nuova Gerusalemme, da intendersi come un riflesso della Gloria Divina: ed infatti in 21,10 si è descritta la Città Santa come « risplendente della gloria di Dio ». La città idolatra di Babilonia risplendeva unicamente dei suoi gioielli, dell'oro, del manto scarlatto, insomma di una ricchezza passeggera e terrena "che la tignola divora", tanto per usare la metafora di Matteo 6,19-20; giustamente Giovanni contrappone all'agostiniana Città degli Uomini la Città di Dio, che solo nel Signore trova la propria gloria e la propria ricchezza. Così infatti scrive Agostino d'Ippona nel suo capolavoro teologico "De Civitate Dei":

« Si dice che questa Città discende dal Cielo, perchè è celestiale la grazia con cui Dio l'ha fatta (...) Ed è discesa dal Cielo fin dal suo inizio, fin da quando i suoi cittadini hanno cominciato ad accrescersi progressivamente, nel corso di questo tempo mondano, per la grazia di Dio che scende dall'Alto ad opera del lavacro di generazione nello Spirito Santo mandato dal Cielo. Ma nel giudizio di Dio, che sarà l'ultimo, operato dal Suo Figlio Gesù Cristo, il suo Splendore, per dono di Dio, si rivelerà tanto grande e tanto nuovo da non lasciare dietro a sé nessuna traccia di vecchiezza: infatti anche i corpi passeranno dalla vecchia corruzione e mortalità a una nuova incorruzione ed immortalità. »

La Gerusalemme celeste e l'Agnello, miniatura del 1400 circa, Bibliothèque Nationale, Parigi

La Gerusalemme celeste e l'Agnello, miniatura
del 1400 circa, Bibliothèque Nationale, Parigi

 

Il Nuovo Eden
La descrizione raggiunge il culmine quando illustra la felicità dei beati, utilizzando una lunga citazione del capitolo 60 di Isaia che ci mostra la processione dei Santi diretta verso il loro Dio:

« Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello. » (21,22-27)

Una scoperta che lascia sorpreso lo stesso Giovanni consiste nel fatto che nella Nuova Gerusalemme non esistono più templi. Infatti Dio stesso e Cristo, l'Agnello immolato, sono il tempio vivente, perchè ora non è più necessaria nessuna mediazione tra Loro e l'uomo, ed i Salvati possono contemplare direttamente in faccia il loro Signore, con il Quale sono in piena comunione per sempre. Allo stesso modo sono scomparsi sole, luna, stelle e tutti i luminari creati da JHWH nel Quarto Giorno dell'Eptamerone, lasciando il posto alla straripante Luce della Maestà Divina.

Segue poi una descrizione bucolica della Nuova Patria Celeste, che ha ispirato da vicino centinaia di artisti, tra cui il Beato Angelico che l'ha raffigurata sul lato sinistro del suo Giudizio Universale, come abbiamo visto nel capitolo precedente:

« Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni.
E non vi sarà più maledizione. Il trono di Dio e dell'Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli » (22,1-5)

Evidentemente questo ritratto è modellato su quello del Paradiso Terrestre descritto nel capitolo 2 della Genesi, con l'immagine del fiume e, al versetto 14, dell'Albero della Vita:

« Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi » (Genesi 2,8-10)

Il fiume della Gerusalemme Celeste non si divide più, perchè tutta l'Umanità Redenta è stretta intorno al Trono dell'Agnello. L'Albero della Vita è un'evidente allusione all'albero dell'Eden, piantato al principio della Storia della Salvezza, il cui significato è chiaro: i Beati hanno a disposizione la fonte stessa della Vita, e quindi non morranno mai e non saranno più soggetti al ciclico divenire del nostro mondo fatto di materia. « Accanto all'Albero della Vita », argomenta in proposito Pietro Citati, « nell'antico Paradiso Terrestre esisteva l'Albero della Conoscenza del Bene e del Male, dal quale derivò la divisione del mondo in due sfere opposte: bene e male, sacro e profano, puro e impuro, permesso e proibito, vita e morte, divino e demoniaco, libro bianco della Grazia e del Rito e libro rosso del Peccato e della Vendetta. Nel Nuovo Eden è rimasto solo l'Albero della Vita. Invece di essere divisa negli opposti, l'Essenza di Dio è ora intera e indivisa: i Suoi due volti si sono riunificati al di sopra del Bene e del Male, come i colori antitetici si sono riunificati nell'unità della Luce. »

La Gerusalemme Celeste, circa 1000 d.C., da un'Apocalisse conservata alla Staatsbibliothek di Bamberga

La Gerusalemme Celeste, 1000 d.C., da una Apocalisse
conservata alla Staatsbibliothek di Bamberga, Germania

 

La fine del tempo?
Da notare che l'albero dà dodici raccolti all'anno, uno per mese, assicurando ricchezza e prosperità infinite: torna l'interminabile simbolismo del numero dodici in questo ultimo scorcio dell'Apocalisse. Questo affollarsi di simboli tolti dal primo libro della Bibbia ci dice che il Peccato Primordiale aveva distrutto la comunione tra Dio e l'Uomo che era nel progetto originario del Signore, ma nel Paradiso Celeste tale unità di intenti viene ripristinata, e la salvezza dell'intero universo è assicurata per sempre. Contemporaneamente, nel comporre questo brano Giovanni è suggestionato dal ritratto ideale della Terra Promessa che ci presenta Ezechiele nel capitolo 47 del suo libro profetico:

« Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all'esterno fino alla porta esterna che guarda a oriente, e vidi che l'acqua scaturiva dal lato destro. (...) Era un fiume che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute, erano acque navigabili, un fiume da non potersi passare a guado. Allora egli mi disse: "Hai visto, figlio dell'uomo?" Poi mi fece ritornare sulla sponda del fiume; voltandomi, vidi che sulla sponda del fiume vi era un grandissima quantità di alberi da una parte e dall'altra. » (Ezechiele 47,1-2.5-7)

Anche in questo caso il messaggio è trasparente: sulla Terra, nel corso della Storia umana, noi non siamo a casa nostra, ma siamo esuli in quella che C.S. Lewis, l'autore delle "Cronache di Narnia", chiamava con termine significativo "la Terra delle Ombre". Siamo come Mosè, che attraversa il deserto diretto alla patria promessa, e come gli esuli di Babilonia, che attendono di tornare alla terra natale e di ricostruire il Tempio. Così ha scritto in proposito il teologo gesuita Ugo Vanni:

« Tutte le promesse di Dio nell'Antico Testamento si trovano qui realizzate al di sopra di ogni immaginazione. A questo punto il lettore non solo sa, ma sente e percepisce dal di dentro che la Gerusalemme Nuova è davvero la sua città: vale la pena di attraversare il guado della precarietà, della sofferenza, della lotta sfibrante contro il male, di superare le lusinghe insidiose delle Babilonie disseminate nell'arco della storia per raggiungerla. Consapevole fin dall'inizio della lettura-ascolto dell'Apocalisse che il nome di Gerusalemme si trova scritto sulla sua fronte, avverte adesso con gioia e commozione di portarla nel cuore. »

Eppure, Pietro Citati ha ancora qualcosa da dirci in proposito:

« Se né sole né luna misurano i giorni, se non c'è più notte, se l'uomo abita in Dio, se la luce domina senza ostacoli e senza sosti, possiamo credere che il Tempo abbia finito di esistere. Ci sembra che il Vecchio Tiranno abbia cessato per sempre di battere i suoi colpi regolari e sinistri. Eppure, non è così. Ci sono ancora dei mesi: dei frutti vengono a maturazione; e delle nazioni dei re, che non appartenevano alla città cubica, entreranno dalle porte sempre aperte della Gerusalemme Celeste. Dunque accadono eventi: resta aperto il futuro: il movimento della storia non è finito; non c'è nessuna pagina ultima, nessuna sosta definitiva, nessuna meta raggiunta per sempre. Forse siamo giunti al punto segreto dove l'eterno ed il tempo coincidono. Il tempo, una volta così oppressivo, ha accettato il ritmo estatico dell'infinito, mentre l'eterno, invece di cristallizzarsi in un punto immobile, si muove senza fine, come il rivo d'acqua che scaturisce dal trono, come la sorgente d'acqua che zampilla verso la Vita Eterna. »

Sono io, Giovanni
Il più suggestivo libro biblico si avvia così al suo epilogo, costruito attraverso un dialogo tra Giovanni e l'Angelo che lo ha guidato fino all'ultima visione. Quest'ultimo, parlando come se incarnasse Cristo stesso, così come accadeva per Mosè con l'Angelo del roveto ardente, annuncia come imminente la propria venuta gloriosa, secondo la convinzione che era propria dei primi secoli cristiani:

« Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro » (22,6-7)

Subito dopo Giovanni si rivolge direttamente al lettore:

« Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell'angelo che me le aveva mostrate » (22,8)

Questo ricorda irresistibilmente un passo del Vangelo di Giovanni, confermando l'ipotesi dell'identificazione tra gli autori delle due straordinarie opere:

« Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera » (Giovanni 21,24)

Ed ecco che Giovanni, come gli abbiamo già visto fare nel capitolo 19, si prostra davanti all'Angelo, dato che Cristo in persona aveva parlato per bocca sua, ma la reazione dello spirito è ancora la stessa:

« Ma egli mi disse: "Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare!" » (22,9)

Segue l'invito a divulgare il più possibile le visioni avute, anche a chi ne rifiuterà il messaggio (sembra di sentire l'eco della parabola evangelica del seminatore):

« Poi aggiunse: "Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Il perverso continui pure a essere perverso, l'impuro continui ad essere impuro, il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora." » (22,10-11)

La Gerusalemme Celeste, XIV secolo, miniatura dell'Apocalisse di Cloister

 

L'Alfa e l'Omega
Siamo ormai alle ultime battute: entra in scena il protagonista stesso dell'opera, Cristo, nella Sua duplice funzione di Colui che suggella definitivamente la storia, e di Colui che giudica ogni vivente, scacciando dalla propria Città Santa ogni perversione ed ogni idolatria:

« Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.
Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine.
Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all'albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!
Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino. » (22,12-16)

Il suggestivo ricorso alla prima e all'ultima lettera dell'alfabeto greco per indicare la Divinità era già stato da noi incontrato in Apocalisse 1,8, e a buon diritto viene qui riproposto al termine dell'opera e di tutta la Storia della Salvezza, così come il Principio e la Fine richiama "il Primo, l'Ultimo e il Vivente" di Ap 1,17-18. Come la prima e l'ultima lettera abbracciano e racchiudono tutto quanto l'alfabeto stesso, cioè tutto l'esprimibile dalla mente umana e, per estensione, tutta la realtà dell'essere, cosi Dio nella Sua Immensità abbraccia, comprende, racchiude, inizia e pone termine a tutto l'universo. Questo vuole ribadire Giovanni: tutto ha origine da Lui e tutto infine confluisce in Lui. La grande avventura della Storia non ha mai a monte il puro caso o l'azione di forze cieche, come il Fato degli antichi pagani, ma l'atto di amore e di donazione di un Essere infinito e buono, a cui tutti gli uomini, fin dall'origine della specie umana, hanno dato infiniti nomi, e che noi chiamiamo Dio.

Gli Ultimi Tempi
Per usare le parole di Giovanni Canfora, così come tutto l'Antico Testamento attendeva la venuta di Cristo, cosi noi, i discepoli del Nuovo Testamento, siamo in attesa del ritorno di Cristo e della Sua definitiva vittoria sul male, né può essere altrimenti, perché tutta l'opera di Dio ha come centro e fine Cristo, il punto di fuga della lunga prospettiva della Storia. Perciò la speranza e l'attesa del ritorno di Cristo non sono qualcosa di marginale nel cristianesimo: l'attesa cristiana della fine, la speranza cristiana nell'instaurarsi della Nuova Gerusalemme, fanno parte integrante dello svolgersi di questa storia, e, per usare le parole del teologo luterano Oscar Cullmann (1902-1999), « si situano nella linea che, partendo dalla Creazione e passando per il popolo d'Israele, il Resto, il Cristo unico, la Chiesa e l'umanità convertita e riscattata, sfociano nella Nuova Creazione ». La nostra speranza di cristiani non può essere che la speranza nella Parusia, nel ritorno del Signore, al di là di tutti gli stolidi tentativi di calcolare la data del Suo ritorno, perché il quando è nascosto nel segreto di Dio. Non ci devono trarre in inganno le espressioni di Giovanni come "presto" o "vicino", le quali, più che calendarizzare una cronologia precisa, si riferiscono alla nostra situazione, poiché di fatto negli « ultimi tempi » della Creazione noi siamo già, impegnati nell'attesa fiduciosa che il Redentore dia finalmente compimento alla nostra storia.
L'Antico Testamento, che è tutto una preparazione pedagogica dell'umanità alla venuta del Salvatore, costituisce ormai i « tempi passati », i « primi tempi »; Cristo, compiendo l'opera del Padre Suo e riportando una vittoria definitiva sulle potenze del male (« abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! » dice Giovanni 16,33), ha aperto ed iniziato gli « ultimi tempi ». Questa vittoria naturalmente non ha ancora sortito i suoi ultimi effetti, e non si estende ancora a tutta la terra né a tutta l'umanità: la vittoria completa sarà ottenuta solo nella sfera soprannaturale e puramente spirituale (e il nostro immaginoso "Cielo" non vuol fare altro che evocare questa sfera). L'umanità conserva la sua piena libertà e può anche rifiutare la vittoria di Cristo, permettendo alle forze del Male di continuare la lotta. Ecco perché l'Apocalisse ci ha mostrato la lotta del bene e del male in questo mondo (i servitori di Dio contro i servitori della Bestia e del Dragone-Satana) in stretto collegamento con la lotta tra Bene e Male della sfera ultraterrena (angeli buoni ed angeli cattivi, Dio e Satana). Ed è per questo che, più che parlare alla nostra curiosità, le pagine dell'Apocalisse parlano alla nostra speranza.

Vieni!
Queste estreme battute dell'Apocalisse concludono perciò nel modo migliore sia il messaggio del libro sia quello di tutta la Bibbia. Esse sono ritmate sul verbo "venire", che invoca l'irruzione di Cristo nella storia per porre un freno a tutte le sue storture e crudeltà.

« Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!" E chi ascolta ripeta: "Vieni!" Chi ha sete venga; chi vuole, attinga gratuitamente l'acqua della vita. Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell'albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. Colui che attesta queste cose dice: "Sì, verrò presto!" Amen. Vieni, Signore Gesù! » (22,17-20)

Le ultime parole di Giovanni, prima dell'Amen finale, sono un'invocazione liturgica molto usata dalle comunità cristiane primitive, che nell'originale aramaico ci è stata tramandata da San Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi:

« Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Marana tha: vieni, o Signore! » (1 Cor 16,21-22)

Da notare che quest'invocazione nella lingua originale costituisce un gioco di parole. Infatti può essere letta in due modi: Maran atha si può tradurre "Il Signore viene", cioè è presente già da ora in mezzo alla comunità dei credenti, mentre Maranà tha significa invece "Vieni, Signore!" ed è un'invocazione affinché Egli torni presto tra noi. Duplice è il significato in Paolo, duplice è dunque il significato anche in Giovanni. Che, si noti, conosce bene questa lettera, perchè ne riproduce fedelmente la chiusa secondo lo schema: saluto autografo + ammonimento a non tradire il Signore Gesù + invocazione al Signore stesso + rendimento di grazie + Amen.

L'ultimo versetto dell'opera, come se si fosse trattato di un'unica colossale preghiera, si chiude infatti con un pensiero rivolto ai lettori di ogni tempo e con un "così sia":

« La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen! » (22,21)

Sequenze tratte dal film "Apocalisse" (2002)
di Raffaele Mertes, musica degli Skillet

 

La calligrafia cifrata dei Cieli
E con questo siamo arrivati al termine di questa nostra cavalcata nell'Apocalisse, nella quale abbiamo accumulato una serie di "ipotesi" per cercare di decifrare i tanti misteri celati in questo affascinante libro. Non mi illudo certo di averli svelati tutti, anzi! Comprendere la vera chiave di un testo come questo è come cercare di raggiungere la velocità della luce: secondo la Relatività di Einstein, più ci si avvicina ad essa, e più cresce lo sforzo necessario per avvicinarcisi ulteriormente. Anche perchè, secondo alcuni, comprenderla al 100 % non solo sarebbe impossibile, ma andrebbe contro le stesse intenzioni dell'Autore. Questo infatti è il commento finale di Pietro Citati a proposito delle molteplici chiavi di lettura di questa che si presenta a noi fin dalla prima parola come la "Rivelazione" piena ed assoluta:

« In realtà, scrivendo l'Apocalisse, Giovanni non ha voluto essere capito. Come i saggi e i poeti, contava sul mistero, sull'enigma, sull'equivoco, sulla polivalenza dei significati. Sapeva che, per quanto gli interpreti traforassero il suo testo, vi sarebbe rimasto qualcosa di tenebroso: molto o moltissimo di insondabile; e quindi il rotolo appena aperto sarebbe stato interpretato in tutti i sensi, applicato in tutte le epoche e situazioni, frainteso, tradito e realizzato senza fine. L'oscurità ne garantiva il futuro: quel futuro al quale soprattutto teneva; solo quando i nostri occhi si sveglieranno senza più ombre nella luce leggerissima della Gerusalemme Celeste, potremo comprenderne appieno ogni lettera. Giovanni sapeva che i libri chiari e aperti muoiono appena nati. Solo i libri scritti con la calligrafia cifrata dei Cieli, solo i libri che nessuno può dissigillare completamente, continuano a infuocare per secoli i nostri pensieri. »

Se così è, dopo tanto ipotizzare, mi sia concesso di chiudere con l'unico messaggio sicuramente "chiaro e aperto" dell'Apocalisse per tutti i lettori e i commentatori di tutti i tempi, l'unico che tutti possono cogliere e immergere direttamente nel proprio vissuto, l'unico che possono sentirsi di ripetere instancabilmente fino alla discesa dal Cielo della città di diaspro cristallino:

« Vieni, Signore Gesù! »

 

Bibliografia

AA.VV., "La Bibbia per la famiglia, Nuovo Testamento", volume 2, edizioni San Paolo, Alba

AA.VV., "La Bibbia di Gerusalemme", edizioni Dehoniane, Bologna

AA.VV., "Patmos, l'isola dell'Apocalisse", da "Il Mondo della Bibbia", n° 44, settembre-ottobre 2008

AA.VV. "La Bibbia, prima lettura", Principato, Milano

a cura di Giovanni Canfora, "La Bibbia Illustrata", edizioni San Paolo, Alba

Ugo Vanni, "L'Apocalisse: ermeneutica, esegesi, teologia", EDB, Bologna

S.Canelles, C.Caricato, L.Piscaglia, S.Simonelli, "Introduzione alla Bibbia", ed. Newton, Roma

Matteo la Grua, "Cristo nelle pietre preziose", Soc. Coop. Rinnovamento nello Spirito Santo, Roma

Pietro Citati, "La Luce della Notte", I Miti Mondadori, Milano

Vittorio Messori, "Pensare la Storia", Sugarco edizioni, Milano

 

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