4. « Grande quanto la Libia e l'Asia »

"Est modus in rebus, sunt certi denique fines - quos ultra citraque nequit consistere rectum". E' in virtù di questa più che celebre affermazione di Orazio (Satire, libro I, 1, 106-7) che cercherò di non dilungarmi troppo in questo ipertesto, ma mi sembra impossibile parlare del diluvio universale senza fare cenno ad un'altra leggenda ad essa collegata: quella di Atlantide, cioè della mitica isola-continente descritta da Platone nei suoi dialoghi mentre traccia il modello di un'ideale Atene preistorica (in realtà quasi certamente mai esistita) contro cui, appunto, l'Atlantide si sarebbe inutilmente battuta. Infatti il cataclisma che avrebbe spazzato via l'Atlantide platonica dalla faccia della Terra potrebbe essere lo stesso che ha originato la tradizione del diluvio universale. Io procederò nei due capitoli che seguono a riassumervi in breve la "storia" degli infioramenti romanzeschi nati intorno ad essa dalla fantasia umana nel corso dei secoli, per poi procedere ad una riflessione scientifica intorno alla possibilità che quest'isola sia effettivamente esistita così come ce la descrivono oggi gli « atlantologi » (si ricordi che in questo termine non c'è alcunchè di spregiativo nelle mie intenzioni).

 

4.1  La figlia di Atlante

A questo scopo, cominciamo con le testimonianze anteriori a Platone. Ben poco, a meno che non si sappia leggere attentamente fra le righe. Non si può non cominciare questa carrellata con l' "Odissea" di Omero (VIII sec a. C.). Al principio di essa così si esprime Athena, lagnandosi col padre Zeus della prigionia del suo protetto Ulisse nell'isola di Ogigia, sede della ninfa Calipso:

"...ma io di doglia per l'egregio Ulisse

mi struggo, lasso, ché dai suoi lontano

giorni conduce di rammarco, in quella

isola che del mar giace nel cuore,

e di selve nereggia: isola, dove

soggiorna entro alle sue celle secrete

l'immortal figlia di quel saggio Atlante,

che del mar tutto i più riposti fondi

conosce, e regge le colonne immense

che la volta sopportano del Cielo..."

(libro II,vv.71-80 nella traduzione di I.Pindemonte, D'Anna, 1959)

Il riferimento é fin troppo esplicito. Ciò naturalmente non significa che Omero si riferisca per forza ad Atlantide quando compone questi versi, comunque essi ci dimostrano quanto sia radicata già nel Medioevo Ellenico la celebre tradizione che Atlante,chiunque esso sia stato, dovesse possedere poteri che lo ponevano al di sopra degli altri uomini: non a caso, Esiodo nella Teogonia (VII sec. a.C.) ritiene che si tratti di un Titano, vale a dire un gigante dalla forza spaventosa, e figlio di Giapeto e di Climene, cioé altri due giganti. E' però presente, nel mito della condanna inflittagli da Zeus per essersi messo contro di lui nella Pugna di Flegra, anche l'antico ricordo di qualcosa di spiacevole accaduto all'altrimenti invincibile Titano.

Erodoto (V sec. a.C.) parla nelle sue monumentali "Storie" di una tribù detta degli "Atlanti", il cui nome deriverebbe dal monte Atlante, "tutto tondo e liscio, così impervio che la sua cima non é mai stata veduta, in quanto le nubi non l'abbandonano mai, né d'estate né d'inverno". Descrivendo gli usi ed i costumi degli Egizi, poi, lo stesso Erodoto palesa la convinzione che grandi sommovimenti tellurici possano far emergere terre dal mare con la stessa facilità con cui possono poi farvele risprofondare.

Nella "Guerra del Peloponneso" l'altro grande storico Tucidide (460 - 400 a.C.), citando un terremoto catastrofico sull'isola di Eubea, dice: "Un'alluvione del genere sommerse i dintorni di Atalanté, un'isola sulla costa della Locride Opunzia".

E non é finita. Anche i manoscritti egizi parlano più volte di catastrofi avvenute nelle prime ere del mondo, ed anzi alcuni papirologi sostengono di aver visionato nel Museo Storico di San Pietroburgo (prima della rivoluzione bolscevica, s'intende) dei testi che avrebbero confermato la tradizione dello sprofondamento di Atlantide, ma non se n'é più trovata traccia. Anche i Babilonesi ritenevano che l'antenato di tutti gli uomini, il famoso Ut-Napyshti, abitasse in un'isola all'estremo Occidente della Terra; ed é là, dopo mille peripezie straordinarie, che lo raggiunge Gilgamesh nel poema dedicato alle sue peripezie in cerca dell'immortalità. Tra i Sardi, poi, é diffusa ancor oggi la tradizione che i popoli nuragici fossero i discendenti degli antichissimi abitanti di un continente perduto, da essi chiamato Tirrenia, che si estendeva (guarda caso!) dal Monte Atlante fino alle coste tirreniche d'Italia, abitate proprio dagli Etruschi, che i Greci chiamavano anche Tirreni...

l'Atlantide secondo Kampanakis

Così l'erudito greco F.Kampanakis immaginava l'Atlantide, ispirandosi alla descrizione platonica. Che la mappa sia del tutto fantasiosa lo dice la presenza di un intero continente nel bel mezzo dell'Oceano, a dispetto di qualunque ricerca geologica sui fondali dell'Atlantico, ma anche il fatto che il Sahara appare invaso da un mare interno, di cui non si ha alcuna notizia. In questa mappa fantasy trovano posto pure gli omerici Lotofagi, sulla costa della Guinea!

 

4.2  "Voi Greci non siete che bambini"

E' comunque Platone (427-347 a.C.) il primo a parlarci esplicitamente di Atlantide, nei suoi famosi dialoghi intitolati "Timeo" e "Crizia". Nel "Timeo", in particolare, lo statista ateniese Solone (640-558 a.C.) narra di un suo viaggio a Sais, nel VI secolo a.C., durante il quale egli asserisce di aver appreso da sacerdoti egiziani che al di là delle Colonne d'Ercole (cioè al di fuori del mondo allora conosciuto) esisteva un'isola gigantesca e lussureggiante, ricoperta di fertili valli e di alte montagne, e colonizzata da una civiltà antichissima, avanzatissima e raffinatissima, poi scomparsa nel mare nel giro di "un giorno ed una notte" in seguito ad un'immane catastrofe. Però, come nel caso del diluvio universale é valsa la pena di leggere direttamente i versetti della Genesi e i brani del Poema di Gilgamesh che ne parlano, così nel caso di Atlantide mi sembra opportuno leggere con voi almeno i passi più significativi dei due dialoghi platonici ad essa dedicati. E cominciamo giustamente con il "Timeo".

In esso, così parla il protagonista Crizia al suo amico Socrate (il celebre maestro di Platone):

"Ascolta, dunque, Socrate, una storia alquanto strana, che tuttavia é certamente vera, in quanto narrata da Solone, il più sapiente tra i Sette Savi. (...) Egli diceva che grandi e meravigliose furono le imprese degli ateniesi, oscurate dall'oblio per il passare dei secoli e la distruzione delle stirpi umane. (...) Oh, se Solone si fosse dedicato nella sua vita soltanto alla poesia, come gli altri poeti, e avesse completato il racconto che aveva riportato con sé dall'Egitto! Fu costretto a non terminarlo a causa di tutte le sedizioni, le fazioni e i mali che trovò tra noi al suo ritorno. A parer mio, né Esiodo né Omero sarebbero potuti diventare famosi quanto lui, né nessun altro poeta!"

Dunque, mettiamo subito in chiaro che a raccontare la storia non é né il saggio Socrate, né il suo contemporaneo Crizia, bensì Solone, il grande uomo politico che dotò Atene di una delle prime costituzioni democratiche della storia, e che fu perciò annoverato fra i Sette Savi dell'Antica Grecia (gli altri sono Briante, Chilone, Cleobulo, Periandro, Pittaco e Talete). Dunque, quelle fornite nel dialogo sono già notizie di seconda mano. Ma possiamo dire di terza, poiché Socrate era già morto da un pezzo, vittima della cicuta, quando Platone mise per iscritto questo dialogo. A sua volta, Solone racconta cose che gli hanno raccontato i sacerdoti di Sais, per cui non si può certo affermare che queste notizie provengano da un testimone oculare; e questo, per mettere subito in chiaro che noi non ricerchiamo alcuna veridicità storica in queste antiche parole. Ma entriamo nel cuore della narrazione:

"Al vertice del delta egiziano, dove il Nilo si divide, c'é una provincia che ha nome Sais, la cui capitale é anch'essa chiamata Sais. (...) I suoi cittadini dimostrano un grande amore per gli ateniesi, dei quali si considerano parenti. Là giunse Solone, e fu da essi ricevuto con grandi onori. Allora Solone pose delle domande sulle più antiche tradizioni, di cui quei sacerdoti avevano grande competenza, e scoprì che né lui, né nessun altro tra i Greci conosceva dell'antichità le cose più importanti. Un giorno dunque Solone, per portarli a parelare della più remota antichità, cominciò a citare le più antiche tradizioni della nostra terra: le leggende di Foroneo, considerato il primo uomo, e di Niobe; narrò le vicende di Deucalione e di Pirra dopo il diluvio; tracciò la genealogia dei loro discendenti, cercando di calcolare a quanto tempo prima si potevano far risalire questi eventi, per determinare l'esatta cronologia dei fatti.

Ed allora uno dei sacerdoti, saggio e venerando, prese a dire:

« Solone, Solone, voi Greci non siete che bambini; non c'é tra gli Elleni un uomo che sia vecchio.»

Solone, udito ciò, chiese: « Cosa intendi dire?»

« Siete giovani, - continuò allora quello - giovani mentalmente, poiché la vostra anima non conserva nessuna antica credenza giunta a voi attraverso la tradizione, nessuna conoscenza maturatasi nel corso delle età. Ed eccone la causa. Il genere umano é stato e sarà sterminato per innumerevoli ragioni. Le più tremende distruzioni vengono dal FUOCO e dall'ACQUA, ma ve ne sono ALTRE senza numero anche se meno gravi. (...) Qualunque cosa accada nella vostra terra o nella nostra, come in ogni altro paese di cui noi sappiamo, ogni vicenda di cui noi veniamo a conoscenza, che sia gloriosa e importante o comunque notevole, ogni vicenda insomma che ha contato nel tempo, nei nostri templi viene trascritta e preservata. Invece voi, come tutti gli altri popoli, arrivate appena a scoprire la scrittura e tutto quanto serve per un vivere civile, e poi di nuovo, a periodi regolari, cade dal cielo la maledizione come un morbo, e lasciò vivo solamente chi non ha cultura, chi non ha educazione; e così, dovete iniziare da capo come fanciulli, e non sapete nulla di quanto é accaduto nei tempi antichi da voi o altrove. Quanto alle genealogie che tu ci hai esposto, o Solone, non sono molto diverse dai racconti per bambini. Voi non ricordate che un unico cataclisma, e invece ve ne sono stati, prima, un numero incalcolabile. E così, non sapete neppure che sulla vostra terra ha vissuto la stirpe più bella e più nobile di tutta l'umanità, di cui tu e i tuoi concittadini siete i discendenti. Questo a voi é sconosciuto perché i sopravvissuti alla sua distruzione morirono senza lasciare tracce, poiché non conoscevano la scrittura. Un tempo, Solone, prima del grande diluvio, quella che é oggi la città degli ateniesi era una città non soltanto famosa perché vinceva le guerre, ma gloriosa per la perfezione delle sue leggi, per la nobiltà delle gesta dei suoi cittadini, e per la perfezione delle istituzioni a cui dettero origine. Mai sotto il cielo vi é stata altrettanta perfezione. »"

Secondo quanto riferisce il famoso uomo politico greco, la terra é periodicamente soggetta ad episodi catastrofici su larga scala, che distruggono gran parte dell'umanità. Siccome ogni evento distruttivo causa un generale regresso della civiltà, gli scampati finiscono per perdere memoria degli eventi anteriori alla distruzione. Siamo molto vicini alla Teoria delle Catastrofi formulata nel XIX secolo da Georges Cuvier per confutare l'evoluzionismo di Lamarck; ma anche nella nostra scienza moderna ci sono tracce di una simile teoria. Infatti alla fine dell'era Mesozoica, circa 60 milioni di anni fa, un evento distruttivo di grandi proporzioni (probabilmente la caduta di un grande asteroide sullo Yucatan) provocò l'estinzione completa dei dinosauri e di tutti gli esseri viventi di grossa taglia. Ma anche alla fine dell'era Paleozoica, circa 225 milioni di anni fa, si era verificato un altro disastro di dimensioni planetarie, che aveva portato all'estinzione "improvvisa" (su scala geologica) dei grandi anfibi del Carbonifero, dei sinapsidi del Permiano e di tutti i pesci corazzati primitivi. La conclusione di ogni grande era geologica, e anche di ogni singolo periodo al suo interno, é spesso caratterizzata da grandi eventi disastrosi (la caduta di meteoriti, terribili sconvolgimenti vulcanici e tettonici, l'esplosione di vicine supernovae...) che provocano l'estinzione delle specie dominanti, e preparano il terreno a nuovi rami dell'evoluzione. Opportunamente adattato, é lo stesso concetto espresso da Platone (pardon, da Solone) nel passo che ora abbiamo letto. é proprio il caso di dire: nihil sub sole novum!

 

4.3  Platone scopre l'America?

Ad ogni modo, secondo Platone esistono degli uomini in grado di RICORDARE il loro passato ancestrale, nonostante l'imbarbarimento seguito alle catastrofi; e questi sono i sacerdoti di Sais, che sono stati in grado di scolpire sulle colonne dei loro templi gli eventi di ere ormai passate. Fra questi, naturalmente, c'é la notizia dell'Atlantide. Leggiamo che cosa c'era scritto su quelle antichissime colonne, nel racconto del sacerdote:

"« Ti voglio informare brevemente, Solone, di quanto riguarda le leggi dei tuoi concittadini vissuti 9000 anni fa, e di quella che fu la più nobile delle loro imprese (...) Molti fatti grandi e gloriosi della vostra patria sono ricordati nei nostri annali storici, ma uno fra tutti si distingue per la sua importanza ed il suo valore. Dicono infatti le nostre scritture che fu la vostra città a stroncare una immane potenza, che aggrediva con violenza sia l' Europa, sia l'Asia. Questa potenza proveniva dall'Oceano Atlantico, che in quei tempi lontani era possibile attraversare, perché vi era un'isola situata di fronte allo stretto che voi chiamate colonne d'Ercole. Quest'isola era più grande della Libia e dell' Asia riunite, e da quella si procedeva verso altre isole che formavano una sorta di strada verso l'opposto continente, intorno a quello che é veramente un mare aperto. Poiché il mare che sta entro lo stretto é soltanto un porto dall'entrata angusta, ma al di là vi é un immenso mare, un vero mare, che circonda quello che senza dubbio si può chiamare un continente."

Qui troviamo la descrizione tradizionale dell'Atlantide, come un' isola situata nel mezzo dell'Oceano Atlantico, dirimpetto allo stretto di Gibilterra. Si veda al proposito la cartina riprodotta in fondo a questa pagina, ispirata alla descrizione dell'Atlantide che abbiamo letto or ora. Come si vede, le dimensioni dell'isola sono notevoli: essa invade quasi tutto l'Oceano Atlantico centrale, dai Caraibi alle Canarie, perché l'autore prende alla lettera le parole "più grande della Libia e dell'Asia riunite", dove per "Asia" si intende l'Asia Minore e per "Libia" l'Africa settentrionale, nota ai Greci. Ma la grande sorpresa sta nel trovare, dal lato opposto dell'Oceano, il... continente americano! Infatti il grande filosofo greco nel suo dialogo parla chiaramente di un "opposto continente", in un'epoca nella quale le colonne d'Ercole si ritenevano l'ultimo confine del mondo abitato ed abitabile! A differenza degli Assiro-Babilonesi e degli Ebrei, che (come potete vedere cliccando qui) ritenevano la terra piatta e galleggiante sugli abissi marini, i Greci sapevano benissimo che la terra é sferica, fin da quando - pare - Pitagora da Samo si accorse che l'orizzonte é curvo e che, quando una nave si allontana dalla riva, ne sparisce dietro l'orizzonte prima lo scafo, poi gli alberi e le vele. Dunque Platone non ignorava che sulla terra c'erano degli antipodi del suo paese, e quindi dello spazio per altri continenti. Tuttavia, nessuno allora era disponibile ad ammetterne l'esistenza; nessun mappamondo né antico né medioevale riporta terre nell'emisfero occidentale (mentre tutti i geografi ne ipotizzavano la presenza nell'emisfero australe, la cosiddetta "Terra Australis Incognita"), e tutti gli uomini di scienza del XV secolo ritenevano il viaggio di Colombo un autentico salto nel buio. Platone é davvero l'unico a parlare di un "opposto continente"; Cicerone e Luciano di Samosata ipotizzarono l'esistenza di uomini sulla Luna o sulla via Lattea, ma non avrebbero mai supposto che altri uomini potessero vivere nel bel mezzo dell' Oceano inesplorato. Una sorta di sacro timore, quasi reverenziale, avvolse il grande mare d'occidente fino a Cristoforo Colombo o, per lo meno, fino alle ardite imprese dei vichinghi, il cui leggendario capo Leif Eriksson, ormai é certo, sbarcò a Terranova nell'anno mille. Può essere che questo timore sia da attribuirsi ad una terribile minaccia proveniente proprio dall'occidente, come quella a cui allude Platone/Solone? O piuttosto la catastrofe cosmica che seppellì l'Atlantide platonica sotto una tomba di acque provocò tanti e tali disastri nel Continente Antico, da spingere i suoi abitanti a guardarsi bene dal varcare quell'oceano assassino? Molti moderni seguaci di Platone assicurano di sì; ed in effetti, chiunque di voi può testimoniare quanto a lungo permangano nella memoria collettiva dei popoli i "grandi spaventi" del passato! Basti pensare al timore reverenziale nutrito dai tibetani verso lo Yeti, o dagli scozzesi verso il mostro di Loch Ness: nessuno ha mai prodotto prove certe dell'avvistamento dell'uno o dell' altro, eppure la gente di quei luoghi (e, diciamocelo chiaro, di tutto il mondo) non cessa di averne paura... Proprio basandosi su questo ragionamento sir Francis Bacon, nella sua "Nuova Atlantide", identificò il continente platonico proprio con il continente americano, ai suoi tempi appena scoperto!

Non possiamo fare a meno di notare, inoltre, un'altra coincidenza della descrizione solonica con la geografia dell'Oceano Atlantico: le "altre isole" che formavano una "sorta di strada" verso l'opposto continente erano forse... i Caraibi? Così li interpreta Kampanakis nella cartina in figura, e certo si tratta della seconda strana coincidenza tra il "Timeo" e quanto si seppe in Europa solo dopo il 1492. Giunti a questo punto, però, vi invito a proseguire nella lettura dell'avvincente narrazione platonica, per scoprire la prima caratteristica degli abitanti di questa misteriosa Atlantide: la bellicosità.

"Ora, nell'isola di Atlantide si venne formando un grande e splendido impero, che governava l'intera isola e molte altre isole ed anche parti del continente. Inoltre aveva predominio sulle regioni interne al di qua dello stretto, sulla Libia sino all'Egitto, e sull'Europa sino a Tirrenia. Questa potenza riunificò le sue forze e si accinse a sottomettere in un solo slancio la vostra patria e la nostra, così come ogni altra terra al di qua dello stretto. E fu allora, Solone, che la tua città con la sua forza e il suo valore brillò su tutta l'umanità, primeggiando in coraggio e virtù guerriera, ponendosi a capo di tutti gli Elleni. Rimasta poi sola, quando tutti gli altri l'avevano abbandonata per sottomettersi, non esitò ad affrontare supremi pericoli, finché non trionfò sopra gli invasori, e così salvò dalla schiavitù tutti i popoli che non erano ancora stati assogettati, e liberò tutti gli altri già schiavi che dimoravano entro le Colonne d'Ercole. Poi, passarono dei secoli e ci furono terribili terremoti ed alluvioni e, da un giorno all'altro, in modo orrendo, tutta quella eroica stirpe guerriera, senza eccezione, sprofondò nella terra, mentre l'Atlantide scompariva ugualmente, inghiottita dai flutti. é questa la ragione per cui ancor oggi il mare là é impenetrabile ed invalicabile, per i bassifondi fangosi che impediscono ogni viaggio, causati dall'inabissarsi dell'isola."

Questo passo é stato scritto con lo scopo dichiarato di magnificare la grandezza di Atene, che proprio negli anni in cui Platone scrive aveva perso quel ruolo di potenza egemone che aveva ricoperto al tempo di Pericle. Atlantide é grandissima, fortissima e potentissima, eppure gli ateniesi da soli ce la fanno a sconfiggerla, anche se sono stati abbandonati da tutti gli alleati. Sembra la trama di un moderno film d'ambientazione mitologica; e, infatti, più avanti vi racconterò la trama di almeno un film di questo genere, che sembra ispirato proprio all'ampollosa descrizione che vi ho fatto leggere. Si sa però che i film d'avventura ben difficilmente rispecchiano la realtà storica dei fatti, e che il lieto fine del tipo «...e vissero tutti per sempre felici e contenti » é proprio delle favole, mai delle cronache della nostra vita di tutti i giorni. Per farvene rendere meglio conto vi dirò che, sebbene non si sappia esattamente in che anno sia stata fondata, Atene non compare tra le grandi città achee che si coalizzarono contro Troia, nel cui numero bisogna invece annoverare Sparta, Micene, Argo e Tirinto. E' perciò probabile che essa venne fondata, o perlomeno assunse una certa importanza, solo a partire dall'invasione dei Dori, durante il cosiddetto "medioevo ellenico". Novemila anni prima di Platone, e quindi 11.600 anni fa, Atene era ancora di là da venire, come tutte le città che furono grandi nel nostro mondo antico. Naturalmente, vi sono delle eccezioni: a Gerico, considerata unanimemente la più antica città del mondo, si attribuisce un'origine databile al X millennio a.C., cioè proprio nell'epoca in cui il filosofo greco pone il fiorire della sua favolosa Alantide; nulla proibisce poi che alcuni strati di tell non ancora esplorati possano risultare ancora più antichi, anche se, in assenza di prove archeologiche, non si può dire di più.

Platone

Platone (427 -347 a.C.)

Interessante é, inoltre, la descrizione della fine del continente perduto. Noi solitamente crediamo che l'isola sia scomparsa sotto il mare per effetto di sommovimenti tettonici, trascinando con sé tutta la sua bellicosa popolazione; invece, il sacerdote di Sais dice che prima gli atlantidi sparirono "sotto terra", e poi Atlantide scomparve "sotto i flutti". Ciò lascerebbe intendere che la scomparsa dell'Atlantide sia dovuta ad un fenomeno vulcanico, simile a quello che, tra il 26 e il 27 Agosto 1883, portò all'esplosione e all'inabissamento del vulcano Krakatoa. Infatti, se l'isola-continente di Atlantide era dominata da un vulcano (come la maggiore delle Hawaii é dominata dal Mauna Kea), questo prima si sarebbe risvegliato, poi avrebbe vomitato tutto il proprio contenuto di lava, seppellendo la popolazione e le sue città come avvenne a Pompei e ad Ercolano nel 79 d.C.; quindi, svuotato completamente il proprio serbatoio magmatico, si sarebbe afflosciato come un sacco vuoto, provocando l'effettivo sprofondamento di tutta l'isola. Ciò richiede, naturalmente, che la terra di Atlantide non fosse estesa quanto pensava Platone, bensì di dimensioni più ridotte, il che già da solo rivelerebbe il "Timeo" come un costrutto di fantasia. Eppure, si vede che questo é un quadro abbastanza realistico della catastrofe, anche perché l'esplosione vulcanica avrebbe provocato dei terribili tsunami, cioè onde di altezza immane che si sarebbero abbattuti sulle coste dell'Oceano Atlantico, devastando anche tutte le colonie atlantidiche di cui parla Platone; infatti, se Atlantide fondò un così grande impero, logicamente deve avere esportato dei coloni nelle terre conquistate, come fece la Gran Bretagna con il suo impero nel XIX secolo. I sopravvissuti avrebbero fatto sì che secoli dopo, sulle macerie dell'impero di Atlantide, sorgessero le civiltà antiche che noi studiamo a scuola, in primis quella egiziana e quelle della Mesoamerica. Proprio questi tsunami devastanti, poi, avrebbero potuto far sorgere nei popoli della terraferma la tradizione del diluvio universale, con cui gli dei punirono l'arroganza e la perversione dei Giganti del passato, che si identificherebbero così con gli stessi Atlantidi. Siccome Atlantide aveva coloni su entrambe le sponde dell'Oceano Atlantico, ciò potrebbe spiegare le somiglianze tra le culture nate al di qua e al di là di esso, e la presenza in tutte le culture umane di miti circa l'"isola perduta" e circa il "grande diluvio". Ma su questo punto mi sono già pronunciato chiaramente in un altro ipertesto, che vi invito a leggere.

 

4.4  L'eredità di Poseidone

Naturalmente i lettori antichi di Platone, come del resto quelli del giorno d'oggi (noi compresi), non potevano accontentarsi di una descrizione tanto scarna e semplificata: ad essi interessava sapere anche come fosse fatta la mitologica Atlantide. Il nostro filosofo scrisse perciò un altro dialogo, intitolato "Crizia" o "Dell'Atlantide". In esso parla ancora Crizia, che assicura:

"Il mio avo Dropida aveva i manoscritti originali che attualmente possiedo io, e che ho accuratamente studiato quando ero fanciullo"

Dunque, stavolta non é Solone, ma un certo Dropida, personaggio altrimenti sconosciuto, a farsi garante dell'autenticità del racconto sull'Atlantide. Questo racconto comincia là dove quello del Timeo si era concluso, cioè con la rovina di Atlantide:

"Novemila anni or sono, scoppiò un conflitto tra i popoli viventi al di fuori delle Colonne d'Ercole e quelli viventi all'interno di esse." [ segue un riassunto dei fatti raccontati nel "Timeo". ] "In questo periodo di novemila anni avvennero innumerevoli e violenti cataclismi, poiché novemila sono gli anni passati tra il tempo di cui sto narrando e il nostro, e in tutti i tempi, attraverso l'alternarsi di secoli e di eventi, la vostra terra si andava sistemando e si sgretolava dall'alto delle montagne verso il basso, senza formare sedimenti solidi, come avvenne in terreni di altre località. Il terriccio ininterrottamente trascinato verso il basso scompariva negli abissi del mare. Di conseguenza, in confronto a quanto esisteva allora, non restano oggi che delle isolette, come ossa di un organismo malato. La terra fertile e morbida, tanta quanta ce n'era, é stata tutta trasportata al mare, e della regione non é rimasta che una struttura scheletrica."

Qui, come si vede, rispetto al racconto precedente notiamo una maggior ricchezza di particolari, ed anche una maggior precisione nella descrizione dei fenomeni naturali. I fenomeni di erosione da parte delle acque, che possiamo ammirare nei Faraglioni di Capri, sono qui descritti con notevole esattezza, visti i tempi. Ma ciò che più ci colpisce sono le isolette superstiti, le "ossa di Atlantide". Queste ultime sono un vero cavallo di battaglia per i sostenitori dell'"ipotesi Atlantide": le Canarie, le Azzorre, Madeira, le isole di Capo Verde, ed anche le Antille, sarebbero i "picchi dei monti di Atlantide", ancor oggi emergenti dall'oceano. Peccato che il fondo basaltico dell'Oceano Atlantico non possa essere considerato in alcun modo come la superficie del continente sommerso; ma i cultori del genere non demordono. In verità, a sostenere le loro ipotesi portano il caso degli indigeni delle Canarie, che secondo loro ricordavano la fine dell'Atlantide e dicevano di essere i discendenti della sua popolazione; ma che non potranno mai testimoniarcelo, perché furono sterminati dagli Spagnoli. Probabilmente, se essi avevano qualche leggenda sul tipo di quella platonica, essa non doveva differire di molto da quelle di alcuni popoli precolombiani, come ad esempio gli Aztechi, o dai racconti del diluvio che ho esemplificato altrove: da essi non si può ricavare più di quanto si ricava da questo testo di Platone.

Lasciamo però i cultori del genere con le loro presunte "certezze", e leggiamo la storia della fondazione di Atlantide:

"Gli dei si erano distribuita tutta la terra in porzioni di differente estensione, nelle quali stabilirono culti e sacrifici in loro onore. Poseidone, il quale aveva ricevuto l'Atlantide come sua parte nella divisione del mondo, generò sei figli da una mortale, e li sistemò nell'isola come poi vi dirò. Dalla parte del mare e nel centro dell'isola stessa, vi era una grande pianura, che si dice fosse la più fertile e amena della terra. E, accanto alla pianura e distante dal centro dell'isola soltanto cinquanta stadi [ circa sette chilometri e mezzo ], c'era una montagna non molto elevata. Su questa montagna abitava un uomo di nome Evenore, della stirpe dei primi uomini nati da questa terra, con la sua sposa chiamata Leucippe. I due ebbero una sola figlia, Clito.

Quando ormai la fanciulla era in età da marito, i suoi genitori morirono entrambi. Poseidone fu allora preso da desiderio di quella fanciulla, e si unì a lei. Clito aveva vissuto sino ad allora su una collina, che il dio trasformò in una fortezza, cintata tutto attorno da ostacoli che egli aveva innalzato spaccando la terra intorno. Aveva alternato zone di mare e di terra, in cerchi concentrici di diverse misure; tre di questi cerchi erano fatti d' acqua, due di terra. Collocata nel centro dell'isola, questa collina era perfettamente circolare, come se fosse stata fatta con il tornio, e gli spazi tra acqua e terra erano calcolati in modo che nessun uomo potesse mai penetrare in quella zona, considerando che a quei tempi non si conoscevano ancora le navi né l'arte di navigare. Poseidone in persona abbellì in ogni modo quella parte dell'isola senza troppa fatica, poiché era un dio. Fece scaturire dalle profondità della terra due sorgenti d'acqua, una calda e l' altra fredda, e le fece scorrere come ruscelli. Inoltre rese quella terra particolarmente ricca di ogni alimento.

Il dio generò cinque coppie di figli maschi, li fece crescere, e poi suddivise tra loro l'isola in dieci parti. Al più anziano tra i gemelli della coppia primogenita assegnò la casa della madre con tutte le terre dei dintorni, che erano le più vaste e le più belle. Inoltre lo proclamò re degli altri fratelli, che nominò principi a lui subordinati, e a ognuno dei quali dette potere su molti uomini e su ampi territori. A tutti il dio impose un nome: al maggiore, che era re, diede il nome di ATLANTE, da cui derivò poi il nome dell'isola stessa e dell'Oceano Atlantico. (...)"

Chiaramente, nulla di questo racconto é storico; però, ci permette di ritrovare alcuni elementi caratteristici delle popolari descrizioni di Atlantide, come il fatto di essere circondata da una cintura di canali (tre, secondo Platone), e il fatto di non essere situata sul mare, ma nel centro dell'isola, contrariamente a quanto ha raffigurato Kampanakis. Come tutte le grandi città dell'antichità, anche Atlantide ha il suo eroe eponimo (il fondatore che le ha dato il nome), come Troe per Troia e Romolo per Roma; ma il suo nome é particolarmente significativo perché, come vedremo, é legato alla radice "Atl", che significa "acqua" in alcune lingue parlate sia al di qua che al di là dell'Oceano. Ma leggiamo insieme di quali ricchezze Atlante poteva vantarsi:

"Questi sovrani e i loro discendenti abitarono e governarono per molte generazioni le isole del mare aperto, e dominarono anche, come abbiamo già detto, i popoli che stavano nella parte interna delle Colonne d'Ercole, fino all'Egitto e a Tirrenia. Ora, Atlante ebbe una numerosa e nobile famiglia, in cui il potere si tramandava dal padre al figlio maggiore, di generazione in generazione, mantenendo in tal modo intatto il regno per lunghissimo tempo. E questi re divennero ricchi come mai nessun monarca sulla terra era stato, e come difficilmente lo sarà mai nessuno, in quanto a questi sovrani veniva portata ogni ricchezza della città e della campagna. Inoltre, molti prodotti provenivano da lontane contrade, dove l'impero si estendeva, ma l'isola di per sé sola forniva quasi tutto ciò che serviva ai vari bisogni della vita.

I regnanti possedevano in primo luogo i prodotti delle miniere, minerali e metalli; inoltre avevano anche quello di cui oggi ricordiamo soltanto il nome, l'ORICALCO, che allora invece esisteva davvero in varie miniere dell'isola.

L'isola era anche ricca di legname da costruzione, e aveva ricchissimi pascoli, sia per gli animali domestici, sia per quelli selvatici. Vi erano, per esempio, moltissimi elefanti, ma il pascolo non mancava per gli altri animali, abitatori delle paludi e dei laghi, o delle montagne e delle pianure, per cui non mancava il cibo neppure per l'elefante, animale grande e vorace più di ogni altro. Inoltre quell'isola possedeva in abbondanza ogni pianta aromatica della terra: radici, erbe, legni e resine, stillanti dai fiori e dai frutti. E ancora vi si coltivavano tutti i frutti commestibili, sia da mangiare freschi, sia da mangiare seccati, che noi chiamiamo comunemente legumi. (...)"

Compare un altro dei luoghi comuni di Atlantide: l'oricalco, il misterioso metallo estratto dalle sue miniere. Numerosi sono stati i tentativi di identificarlo: qualcuno ha pensato al platino, del tutto sconosciuto ai Greci, e "riscoperto" dalla nostra civiltà moderna solo nel 1735. Evidentemente, può essere a buon diritto definito "ricchissimo" un monarca che può disporre di quantità tanto rilevanti di platino come riferisce Platone! Però egli mette l'accento anche sul fatto che la ricchezza di Atlantide viene soprattutto dalla fertilità del suolo e, quindi, dall'autosufficienza alimentare del continente; se poi si tiene conto che da tutte le provincie di un sì grande impero si riversavano in città altre inestimabili ricchezze, si capisce che anche re Mida sarebbe impallidito di fronte all'opulenza di questa civiltà!

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4.5  Un diluvio contro Atlantide?

Vediamo ora che uso fecero gli Atlantidi di queste ricchezze:

"Avendo tali ricchezze a loro disposizione, gli Atlantidi elevarono templi, palazzi per i loro re, porti, arsenali, e organizzarono tutto il loro paese nel modo seguente.

Prima di tutto, lanciarono dei ponti sulle zone circolari di mare che contornavano l'antica capitale, e così apersero un passaggio dall'esterno verso il palazzo reale che era stato costruito proprio là dove era la casa del dio e dei suoi discendenti. Ogni sovrano, ereditando il palazzo dal suo predecessore, si affrettava ad abbellirlo maggiormente per superare ogni altro re precedente. In tal modo, il palazzo divenne un capolavoro di bellezza e di arte. Poi, partendo dal mare, scavarono un canale largo tre pletri, profondo un pletro, lungo cinquanta stadi in cerchio tutto attorno alle costruzioni interne, dando così modo alle navi di penetrare facilmente, come se l'isola fosse un porto, in quanto l'apertura verso il mare era tanto larga da permettere l'ingresso anche ai più grossi vascelli. Costruirono anche là dove vi erano le altre zone circolari fatte di terra, che suddividevano le zone d'acqua. In queste località, dove c'erano i ponti, costruirono dei passaggi sufficienti perché una sola trireme potesse passare da una zona all'altra, e poi coprirono il passaggio con una tettoia, in modo che la navigazione potesse avvenire al coperto. Gli argini delle zone di terra erano stati sufficientemente elevati a tale scopo al di sopra del livello marino. (...) Costruirono anche delle torri ai lati dei ponti, e vi posero delle porte da ogni parte delle imboccature per cui passava il mare. La pietra usata per queste costruzioni proveniva dal centro dell'isola e da miniere sotterranee di ogni parte del regno. Una qualità di pietra era bianca, un'altra nera, una terza ancora era rossa.

Nelle zone da cui era stata scavata la pietra, i re fecero costruire dei bacini di riparo per le navi, molto profondi, a cui la stessa roccia faceva da tetto. Quanto agli edifici, ve ne erano altri invece in cui, usando insieme le varie pietre colorate, si erano ottenuti degli effetti ornamentali straordinari, assai gradevoli da vedere. Il muro più esterno venne rivestito di rame, come per dipingerlo; per il muro più esterno si servirono di stagno, e infine per le mure tutt'attorno alla cittadella usarono l' oricalco con i suoi riflessi di fuoco.

Gli edifici regali all'interno della cittadella erano così disposti: nella parte centrale vi era un tempio consacrato a Clito e a Poseidone; l'ingresso era impedito da un muro tutto d'oro. Questo era il luogo nel quale, alle origini dei tempi, Poseidone e Clito avevano concepito e generato la stirpe dei dieci principi; e qui, ogni anno, si compivano sacrifici in onore di quei re, e si portavano frutti della stagione da tutte le dieci regioni dell'isola. Qui era anche stato costruito un tempio particolare in onore di Poseidone, (...) che aveva un certo barbarico splendore. Il tempio era interamente rivestito di argento all'esterno, ad eccezione dei pinnacoli che erano d'oro. All'interno il tempio aveva un soffitto d'avorio, con ornamenti in oro, argento ed oricalco; tutte le altre parti, colonne e pavimenti, erano interamente rivestite di oricalco. E vi erano delle statue d'oro: il dio nel suo cocchio, auriga di sei destrieri alati, di una tale altezza che con il suo capo toccava il soffitto dell'edificio. (...) L'altare, poi, era intonato allo sfarzo e alla grandiosità dell'ambiente, per le sue dimensioni e per la preziosità con cui era stato lavorato; anche la reggia e i palazzi erano in armonia con la grandezza dell'impero, e proporzionati alla gloria di quel tempio.

Vi erano poi le fontane, le cui acque provenivano in gran copia da sorgenti fresche e calde, ed erano anche ricche di virtù, fresche o calde che fossero. Intorno a queste fonti gli atlantidi piantarono boschetti di alberi adatti al terreno umido, e costruirono ambienti per utilizzare l'acqua. L'acqua veniva raccolta in cisterne, e quella fredda veniva usata per fare i bagni all'aperto mentre quella calda era utilizzata per terme coperte, frequentate nelle cattive stagioni. Qui erano i bagni reali, quelli per i privati cittadini, per le donne, ed anche, in luogo appartato, quelli per i cavalli e per il bestiame in generale, e tutti erano ornati

a seconda della loro destinazione. L'acqua che non veniva usata era incanalata verso il sacro bosco di Poseidone, dove s'innalzavano alberi stupendi, grazie alla fertilità mirabile di quel suolo. E le stesse acque, poi, attraverso acquedotti che correvano lungo i ponti, erano portate fino alle estreme zone circolari, nelle parti più esterne dell'isola, dove vi erano parchi foltissimi, nei quali si erigevano templi e scuole. Alcune di queste scuole erano per i ragazzi, altre per l'equitazione, ma ognuna di queste zone circolari possedeva le sue particolari zone verdi. Poi nel centro dell'isola, in mezzo ad altri importanti edifici, vi era un ippodromo largo uno stadio, e lungo quanto serve per le gare di cavalli. Tutt'intorno, spaziate regolarmente, vi erano delle caserme, ma le guardie più fidate erano più vicine all'acropoli, in luoghi costruiti apposta. Vi erano poi soldati fidatissimi, che accudivano alla sorveglianza personale del re, e vivevano all'interno della cittadella. Gli arsenali erano ricchi di triremi e di tutto quanto serve per armare una flotta, e tutto era mantenuto in ordine perfetto (...) Tutta la regione attorno alla capitale era in pianura, una pianura levigata e piatta, cinta da una catena circolare di monti fino al mare. La forma di questa pianura era oblunga: si estendeva da una parte per tremila stadi [ 450 Km. ] e in quella centrale, molto elevata e lontana dal mare, per duemila stadi [ 300 Km. ]. Era orientata verso il sud, e perciò riparata dai venti di tramontana. Le montagne tutt'attorno erano celebri per il loro numero, le loro dimensioni e la loro bellezza, superiori a quelle di qualsiasi altra catena di montagne di oggi. Su quelle montagne erano stati costruiti molti villaggi ricchi di abitanti (...)"

Come si vede, la descrizione salta un po' di palo in frasca, ma nel complesso emerge il ritratto di una società evoluta, raffinata e ben organizzata. Per completare l'affresco, leggiamo alcuni passi che riguardano la vita sociale degli atlantidi:

"Secondo il numero di abitanti del paese, la gente dei monti e del piano forniva un capitano all'esercito da ognuno dei vari distretti. Ogni distretto era vasto dieci stadi, e in tutto i distretti erano sessantamila [ !!! ]. Si racconta che gli abitanti dei villaggi, dei monti e della pianura fossero numerosissimi, suddivisi secondo la località di origine, e raccolti nei settori di leva, ognuno all'ordine del suo capitano. Ogni capitano aveva l'obbligo di fornire all'esercito il sesto di un carro da guerra, per poter raggiungere il numero di diecimila carri. (...) Quanto all'ordinamento delle cariche pubbliche e delle gerarchie onorifiche, erano così disposte fin dalle origini: ognuno dei dieci re aveva ogni potere sia sulle persone, sia sulle leggi nel suo settore e nella sua città. Il re poteva punire e condannare a morte chiunque, a suo inappellabile giudizio.

I rapporti generali tra cittadini erano invece regolati secondo le norme originali di Poseidone, tramandate attraverso una legge fatta incidere dai primi re su una colonna di oricalco, collocata nel tempio di Poseidone, proprio al centro dell'isola. Lì i re si riunivano ogni cinque e ogni sei anni, per rispettare in tal modo la sacralità dei numeri pari e dispari. Tali assemblee decidevano su problemi di interesse pubblico, indagavano su chi avesse violato le leggi e prendevano poi gli opportuni provvedimenti giudiziari. Prima di applicare una di tali sentenze, si davano l'un l'altro testimonianze di fede in questo modo: nei prati del santuario di Poseidone pascolavano liberamente alcuni tori; quando i dieci re rimanevano soli, innalzavano al dio una preghiera perché indicasse loro la sua vittima preferita; quindi iniziava la caccia dei re, che non avevano armi di ferro, ma solo bastoni e reti. Quando finalmente riuscivano a catturare in tal modo un toro, lo trascinavano di fronte alla colonna, e là lo sgozzavano, fedeli alle antiche tradizioni rituali. Sulla colonna, oltre alle leggi, era incisa infatti anche una terribile formula magica per punire con tremende maledizioni chi disubbidisse alle leggi stesse. (...)

I re giudicavano, ma potevano anche essere giudicati loro stessi, qualora uno di loro avesse compiuto un atto illecito. E quando poi la sentenza era stata pronunciata, veniva scritta su una tavoletta d'oro, che veniva offerta al tempio insieme alle loro vesti. Molte delle clausole della legge scritta nel tempio riguardavano direttamente i re ed i loro rapporti. Più importante tra ogni altra era quella che proibiva loro di farsi guerra a vicenda; un'altra riguardava i soccorsi da dare a quel re che fosse stato assalito da un altro sovrano per essere destituito; altre riguardavano le comuni decisioni sui piani di guerra come sempre avevano fatto i loro antenati, così come le pubbliche decisioni per cause civili. Su ogni altra stirpe avrebbe dovuto sempre predominare quella di Atlante. Inoltre era dichiarato che il re non poteva mettere a morte nessuno di sangue reale, nel caso che la maggioranza dei sovrani non fosse d'accordo con lui.

Questo dunque era l'immenso potere che Zeus aveva dato all'isola di Atlantide, e che poi rivolse contro le nostre terre... Per molte generazioni, e fintantoché la natura divina si perpetuò in loro, gli atlantidi rimasero fedeli alle leggi e agli dei dai quali erano stati generati... Disprezzavano ogni bene che non fosse la virtù, senza curarsi della loro prosperità, né di tutte le loro ricchezze in oro e preziosi, che anzi parevano un peso per loro. Il lusso non li corrompeva, né il potere faceva loro perdere il controllo, in quanto capivano, in uno stato di semplicità e di calma, che i beni crescono soltanto nella mutua amicizia aiutata dalla virtù, e scompaiono invece quando l'uomo li brama troppo per sé; allora non solo la ricchezza scompare, ma crollano anche gli antichi valori. (...) Quando invece la parte divina che era in loro cominciò ad offuscarsi, e troppo spesso venne confusa con altro, e quest'altro essendo di origine mortale, la parte mortale in loro a poco a poco prese il sopravvento; allora, incapaci di reggere la loro fortuna, ne divennero indegni. (...) Erano ormai tutti gli uomini dominati da brame di potere e di avarizia. Zeus, dio degli dei, che governa secondo la legge, era in grado di vedere cosa accadeva: una nobile razza stava degenerando miseramente. Decise allora di punirli, com'era giusto, allo scopo di riportarli all'equità ed al pentimento..."

Il resto potete immaginarlo: Zeus, visto che gli Atlantidi si sono corrotti, li punisce e li sommerge nel mare con la loro isola. Non vi pare che abbiamo già studiato a scuola qualcosa di analogo? Ma certo, il racconto del diluvio secondo Ovidio, nel quale Giove (alias Zeus) constata l'imbarbarimento degli uomini attraverso il comportamento di Licaone, e li punisce tutti con lo sterminio. Ma qui non si parla di diluvio: questa non é una delle mille versioni dell'epopea di Noé, bensì la descrizione di un paese fantastico, esistito all'alba dell'umanità. Eppure il passo che recita: "Zeus... era in grado di vedere cosa accadeva: una nobile razza stava degenerando miseramente" non vi ricorda il parallelo testo di Gen 6,5-6? Esso recita: "Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra, e che ogni pensiero concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo."

Abbiamo così scoperto che il "meccanismo mitografico" che giustifica la fine di Atlantide é il medesimo che convince gli uomini del perché l'Essere Supremo si é pentito della sua stessa creazione, scatenando il diluvio! D'altro canto, lo stesso ragionamento vale per altri miti celebri, come la distruzione di Sodoma e Gomorra, o l'invio contro l'Etiopia del mostro marino cui doveva essere sacrificata Andromeda, salvata invece da Perseo. Ma questo non fa a pugni con l'ipotesi secondo cui Platone avrebbe inventato di sana pianta il mito dell'Atlantide per poter dipingere il suo ritratto della città ideale, adombrando in essa la città di Atene, esattamente come Tommaso Moro ha creato la sua "Utopia" e Tommaso Campanella la sua "Città del Sole"? Quale città ideale si depraverebbe poi al punto da venire schiacciata nel mare dagli dei? Può darsi che Platone abbia sovrapposto il suo "romanzo fantasy ante litteram" ad un nucleo storico preesistente? Ce lo domanderemo ancora più avanti. Per ora limitiamoci a far notare un punto fondamentale di tutta la nostra trattazione: come sa chiunque abbia un po' di familiarità con il greco e con la letteratura greca, in realtà il « Timeo » ed il « Crizia » dovevano costituire una... trilogia: Al Crizia doveva succedere l'"Ermocrate", altro interlocutore di Socrate e di Crizia, un generale siracusano che aveva combattuto contro Atene durante la guerra del Peloponneso vinta da Sparta contro la città rivale dell'Attica: dopo che Crizia aveva terminato di descrivere la rovina di Atlantide sotto la furia delle acque, Ermocrate sarebbe passato a tratteggiare i caratteri dell'Atene di novemila anni fa, onde contrapporla all'Atene dei suoi tempi, città in preda alla decadenza ed alle lotte intestine, e mostrare a tutti i lettori il modello della repubblica ideale. Ma il progetto non si concretizzò, perché lo stesso "Crizia" è un dialogo incompiuto: si interrompe ancor prima di giungere a descrivere la guerra vittoriosa di Atene contro il popolo di Atlantide. Perché? La spiegazione più semplice è la seguente: Platone aveva già sui settantacinque anni quando intraprese la composizione di questo ciclo di dialoghi, e morirà ad ottanta. Negli ultimi tempi la sua vena narrativa si inaridì, ed egli preferì dedicarsi alla composizione di un altro trattato di teoria politica, le Leggi, che in effetti costituiscono la sua ultima opera. Anche in essa, bisogna dirlo, si tirano in ballo gli egizi, perché il grande filosofo afferma che l'arte egiziana di diecimila anni prima era di ottima qualità come quella di oggi; « e non parlo a vanvera, intendo davvero diecimila anni fa ». È noto che chi insiste tanto su un particolare, lo fa per ribadire esattamente il contrario. E poi, innumerevoli fiabe cominciano così: "C'era una volta mille e mille anni fa..."

Vale ora la pena di vedere quale incredibile seguito ebbero le notizie forniteci, abbastanza alla rinfusa, dal grande scrittore e pensatore greco. Ed é esattamente ciò che noi faremo nel prossimo capitolo.