1. Il medico del Re di Francia alle prese con la Bibbia

Dopo la carrellata dedicata ai primi 11 capitoli della Genesi, ho iniziato a costruire un nuovo ipertesto, interamente dedicato stavolta al tema del diluvio universale. A questo proposito cominceremo con analizzare il racconto più famoso dell'alluvione planetaria, consegnatoci dalla tradizione giudeo-cristiana che è uno dei 

Jean Astruc, il medico che cambiò il nostro modo di leggere la Bibbia

Jean Astruc

pilastri della nostra cultura. Avviso fin d'ora che la mia sarà un'analisi puramente esegetica e scientifica, senza alcun intento catechistico, e ve lo dimostrerò subito.

 

1.1  E fu sera e fu mattina...

Il primo a leggere la Bibbia nel senso moderno del termine, cioè con intento scientifico e non solo teologico, fu un certo Jean Astruc (1684-1766), medico personale del re di Francia Luigi XV il Beneamato (1710-1774). Figlio di un pastore protestante convertito al cattolicesimo, il nostro Astruc era molto appassionato di studi biblici, tanto che imparò l'ebraico per poter leggere la Bibbia direttamente nella sua versione originaria. Evidentemente il re doveva godere di ottima salute se, proprio leggendo il testo originale della Genesi, egli trovò il tempo di compiere una scoperta eccezionale. Studiandone il primo capitolo, difatti, egli si rese conto che in esso Dio é sempre chiamato con il nome di Elohim. Letteralmente vuol dire "i potenti", perché si tratta di una sorta di plurale maiestatico. Gen 1 contiene 31 versetti, ed in esso la parola Elohim ricorre ben 29 volte. Questo numero sale a 31 se consideriamo anche l'inizio del capitolo 2, per la precisione fino al versetto 2, 4a.

Ma la cosa stupefacente é che, a partire da Gen 2, 4b e per tutti i due successivi capitoli, si trova per diciotto volte un diverso nome divino: Jahveh. È il nome con cui Iddio qualifica sé stesso dal roveto ardente in Es 3,14 : "Io sono colui che sono". Infatti Jahveh significa letteralmente "EGLI É". La vocalizzazione é incerta perché, come si sa, in ebraico si scrivono solo le consonanti, in questo caso JHWH; il nome divino non era mai pronunciato per rispetto, sostituito nella lettura da Adonay, cioè "signore". Così, si finì per dimenticare come il nome originario veniva letto, e solo all'inizio dell'era cristiana si applicarono a JHWH le vocali di Adonay, ottenendo l'errata lettura "Jahoa" da cui il nostro Geova, tanto caro ai suoi Testimoni. Jahveh appare oggi la lettura più probabile.

Dunque, Astruc si chiese: é mai possibile che lo stesso autore usi prima 31 volte il nome Elohim, poi diciotto volte il nome Jahveh, ritornando ad Elohim solo in Gen 3, nel corso del dialogo tra Eva e il serpente? No, non é così che si comporterebbe uno scrittore di buon senso, come riteniamo debba essere una persona direttamente ispirata da Dio: i due nomi dovrebbero ritrovarsi in una distribuzione statistica che finisce per approssimarsi al 50 % di Elohim ed al 50 % di Jahveh. Né si può pensare che i due nomi indichino caratteristiche diverse della Divinità, poiché sia in Gen 1 che in Gen 2 essa appare come entità ordinatrice e creatrice.

Allora l'unica spiegazione é la seguente: i due brani in esame sono dovuti a due autori differenti: l'uno usa solo il nome Jahveh e l'altro solo il nome Elohim. D'altro canto, se leggiamo i due testi, ci accorgiamo che essi sono separati anche da altre evidenti differenze. Anzitutto, Gen 1 é caratterizzato da una forma molto schematica, quasi ripetitiva, secondo lo schema:

 "E Dio (Elohim) disse: « Sia... »

E fu...

E Dio vide che... era cosa buona.

E chiamò...

E fu sera e fu mattina: ...giorno."

Tale modulo é ripreso per ben sette volte, una per ogni giorno della creazione. Invece Gen 2 appare come un racconto libero da schemi, con personaggi ed azione. Basti leggere la "carta geografica" del mondo noto all'autore sacro, descritta a vivaci colori in Gen 2, 10-14:

"Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiamava Fison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c'é l'oro, e l'oro di quella terra é fine; qui c'é anche la resina odorosa e la pietra d'onice. Il secondo fiume si chiama Ghihon: esso scorre tutto intorno al paese di Etiopia. Il terzo fiume si chiama Hiddekel: esso scorre ad occidente di Assur. Il quarto fiume é il Phrat."

Il mondo noto agli Ebrei era rigato da quattro grandi fiumi, uscenti da Eden, considerato un po' l'"ombelico del mondo". Di essi due sono noti, perché Hiddekel é il Tigri, che lambisce effettivamente l'Assiria (Assur), mentre Phrat (forse lo avevate già intuito) é l'Eufrate (che col Tigri determina la Mesopotamia, dove probabilmente viveva in cattività l'autore biblico). Gli altri due sono ignoti: sono stati identificati variamente. Forse Ghihon é il Nilo, perché delimita l'Etiopia; quanto al Fison, potrebbe essere l'Indo, se Avila é la regione indoariana, ricca d'oro, di onice e di aromi e spezie profumate. Qualcuno, però, ha pensato anche all'Amu-Daria (vedi anche il mio studio su Genesi 1-11 per saperne di più).

Come si vede, c'é tutto l'oriente antico: l'Egitto, la Mesopotamia, l'Assiria e le lontane terre d'oriente. Non c'é traccia dell'occidente europeo (mancano per esempio il Reno e il Danubio, ben noti agli Argonauti), che gli Israeliti conoscevano poco e male, e denotavano spesso col nome generico di "Isole delle Genti", cioè di coloro che non credevano nell'unico Dio.

Tuttavia, c'é una differenza ancor più spettacolare tra il racconto di Gen 1 e quello di Gen 2. Tramite la semplice lettura diretta, chiunque può rendersi conto che si tratta di due... diversi racconti della Creazione. Infatti, nel primo Dio crea tutte le cose a partire da una materia informe, quindi appare come un ORDINATORE, e segue un preciso filo logico: 1) luce ; 2) separazione delle acque ; 3) separazione dei mari dai continenti ; 4) creazione delle piante ; 5) creazione dei luminari del cielo; 6) creazione degli animali e dell'uomo; 7) il riposo.

Invece, in Gen 2 é messa in evidenza l'opera di Dio come CREATORE DAL NULLA ("Nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dal suolo l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo...", Gen 2, 4b-6). E poi, viene creato per primo l'uomo maschio, poi i vegetali (viene piantato il giardino di Eden), e quindi gli animali; per ultimo é creato l'uomo femmina, che invece in Gen 1,27 era stato creato insieme al maschio ("Maschio e femmina li creò"). L'impostazione é troppo diversa per credere che si tratti dello stesso autore nei due brani!

 

1.2  Due diluvi contemporaneamente!

Come abbiamo visto, é facile riconoscere due autori differenti nei primi due capitoli della Genesi, perché essi usano diversi nomi per designare la Divinità. In certi brani, però, capita che entrambi i nomi divini siano usati con grande frequenza. Ed é proprio il caso del racconto del diluvio universale di Gen 6-9.

L'arca di Noè secondo Rostagno

Così il disegnatore Marco Rostagno ha immaginato l'arca di Noè nella bella "Bibbia a fumetti" pubblicata tra il 1995 e il 1998 dal periodico "il Giornalino" delle ed. Paoline

Una lettura più approfondita proprio di questo testo ci permetterà di giungere ad una scoperta ancora più sorprendente. Nell'impossibilità di accedere al testo in ebraico, come fece Astruc, se avete voglia di seguirmi nella lettura passo passo, vi aiuterò io a riconoscere i versetti in cui é usato l'uno o l' altro dei nomi di Dio. Sarà una "full immersion" emozionante, ve lo garantisco.

A rigor di logica, dovremmo cominciare con Gen 6. In questo capitolo si narra la corruzione dell'umanità, in seguito ai peccati degli uomini, e la decisione divina di punire tutti gli empi ed i corrotti, salvaguardando però il giusto Noè. Siccome però questa narrazione risulta molto arcaica e complessa da decifrare, rimandiamo l'analisi di Gen 6,1-12 ad un altro dei miei ipertesti, e partiamo direttamente con il versetto 6,13:

(13) Allora ELOHIM disse a Noè: "É venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, é piena di violenza; ecco, Io li distruggerò insieme con la terra..."

I tre versetti che seguono contengono le istruzioni date da Dio a Noè per fabbricare l'arca, e non c'é motivo per dubitare che siano la logica continuazione di quanto si é detto in 6,13. Segue la promessa divina di mandare il terribile diluvio:

(17) "Ecco, Io manderò il diluvio di acque sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui é alito di vita; quanto é sulla terra, perirà. (18) Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell'arca tu, e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. (19) Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell'arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te; siano essi maschio e femmina. (20) Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la propria specie, due d'ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. (21) Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo e raccoglilo presso di te; sarà il nutrimento per te e per loro." (22) Noè eseguì tutto: così come ELOHIM aveva comandato, egli fece.

Fin qui, tutto pare filare liscio, e l'autore usa sempre il nome divino di ELOHIM. Se però passiamo al successivo capitolo 7, ci accorgiamo che lo scenario cambia nettamente:

cap.7 (1) JAHVEH disse a Noè: "Entra nell'arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto davanti a me in questa generazione. (2) D'ogni animale mondo prendine con te sette paia, il maschio e la femmina; degli animali che non sono mondi un paio, il maschio e la femmina. (3) Anche degli uccelli mondi del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra, (4) perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; sterminerò dalla terra ogni essere che ho fatto." (5) Noè fece quanto JAHVEH gli aveva comandato.

Anzitutto, qui l'autore usa il nome di Jahveh, e non più quello di Elohim. Inoltre, si può notare una palese contraddizione con quanto detto subito prima: in 6,17-22 Dio ordinava a Noè di prendere con sé nell'arca due individui per ogni specie; qui, invece, c'é differenza tra animali "mondi" ed "immondi": dei primi si salveranno sette paia, dei secondi una sola. In realtà, a distinguere gli animali tra mondi e immondi fu la legge di Mosé, ed infatti li si trova elencati in Lv 11. Ad esempio, sono mondi i ruminanti con lo zoccolo diviso in due, gli animali acquatici dotati di pinne e squame, gli insetti alati con due zampe per saltare. Sono immondi, tra l'altro, il porco, il cammello, l'aquila, il corvo, il pellicano, l'upupa, il pipistrello, la talpa, il topo, il toporagno ed il camaleonte. Chi toccava anche solo le carogne di questi animali diventava impuro agli occhi della Torah, e doveva sottoporsi a purificazione prima di accedere al culto divino: si sa che gli ebrei osservanti sono molto pignoli, in questo campo.

Tuttavia, benché questa minuziosa codificazione sia posteriore all'esodo dall'Egitto, l'autore di Gen 7,5 la proietta alle origini dell'umanità, fino al super-progenitore Noè, per sottolineare l'universale validità dei comandi divini. Del resto, solo a Mosé sul Sinai Dio rivela il suo nome "Jahveh"; ciononostante, anch'esso é riportato alle origini, addirittura già usato al principio della Genesi, commettendo certo un anacronismo pacchiano, ma ribadendo con forza che il Dio che costituì Israele in nazione é lo stesso che creò il cielo e la terra, e salvò tutta l'umanità dalla catastrofe.

Ma continuiamo a leggere: avremo altre sorprese.

(6) Noè aveva seicento anni quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra. (7) Noè entrò nell'arca e con lui i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli, per sottrarsi alle acque del diluvio. (8) Degli animali mondi e di quelli immondi, degli uccelli e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo (9) entrarono a due a due con Noè nell'arca, maschio e femmina, come ELOHIM aveva comandato a Noè.

Come si vede, qui degli animali mondi e immondi, senza distinzione di sorta, nell'arca ne entrano solo un paio per specie. Dunque questo brano non può essere la continuazione del precedente; 7, 6 viene necessariamente dopo 6,22 letto prima, come conferma l'uso del nome Elohim in 7,9. Infatti, in 6,18 Dio aveva detto "Entrerai nell'arca tu con te, i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli", e puntualmente in 7,7 Noè entra nell'arca "con i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli"! Siccome però in 6,14 Elohim dice a Noè "Fatti un'arca di legno di cipresso...", mentre in 7,7 Noè entra nell'arca già bella e costruita, e si annuncia il prossimo inizio del diluvio, chi ha redatto il testo della Genesi che oggi possediamo deve avere eliminato - tra 6, 22 e 7, 6 - la descrizione della costruzione dell'arca, ritenendola superflua per il racconto; tra questi due versetti, invece, ha incastonato l'inizio di un ALTRO racconto, che presuppone l'arca già bell'e costruita, ma ancora vuota di animali e di uomini.

Riassumendo: la collera divina, il proposito di salvare Noè e l'ingresso di Noè nell'arca con gli animali e i parenti sono dovuti ad un autore che chiama Dio col nome di Elohim; il monito di salire sull'arca con gli animali e l'annuncio dell'inizio del diluvio appartengono invece a un altro testo, il cui autore chiama Iddio col nome sinaitico di Jahveh. Per convenzione, chiameremo il secondo autore JAHVISTA; verrebbe naturale chiamare il primo col nome di Elohista; ma, seguendo i canoni dell'esegesi tradizionale, che ha dato questo nome all'autore di altri passi biblici, lo chiameremo SACERDOTALE. Infatti, si ritiene che l'autore da noi preso in considerazione appartenga alla casta dei sacerdoti, che - proprio perché legati al culto e quindi all'alleanza sinaitica - ci tengono ad universalizzare il nome schiettamente ebraico di Jahveh. Noi indicheremo lo Jahvista con la lettera iniziale Y e il Sacerdotale con la lettera P (dal tedesco Priester: infatti gran parte dell'esegesi e della teologia sono nate in Germania).

Proseguendo nella lettura, troviamo il breve versetto:

(10) Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra.

Esso potrebbe appartenere sia allo Jahvista che al Sacerdotale, poiché continua logicamente il discorso: dopo l'ingresso nell' arca, ecco il temuto diluvio. Tuttavia, quei "sette giorni" ci richiamano quelli di 7,4; dunque, 7,10 é la logica continuazione di 7,5: "Noè fece quello che Dio aveva comandato, e dopo sette giorni..." Subito dopo, tuttavia, leggiamo:

(11) Nell'anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, proprio in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso, e le cateratte del cielo si aprirono.

Come si vede, compare una diversa cronologia, ben più precisa perché assoluta. Non si riferisce al momento in cui Dio parla a Noè (7, 1-5), bensì alla nascita dello stesso patriarca. E più di così l'autore non poteva essere preciso, tanto che oggi noi ci interroghiamo inutilmente sulla fonte di una indicazione tanto precisa: 600 anni, 2 mesi e 17 giorni nella vita di Noè. Evidentemente, gli antichi sacerdoti avevano a disposizione complessi calendari astronomici: non dimentichiamo che erano in esilio a Babilonia, la vera patria dell'astronomia (i Caldei inventarono tra l'altro la suddivisione della circonferenza celeste in 360 gradi, ancor oggi alla base della nostra geometria). Questo ci fornisce preziose informazioni sull'autore sacerdotale di questi testi biblici: come tutti i suoi compagni di sacerdozio, egli era interessato ad una cronologia precisissima, che inquadrasse perfettamente i fatti della Bibbia nella storia universale. Non a caso, le grandi genealogie dei Setiti (Gen 5,1-32) e dei Semiti (Gen 11,10-32), con precise indicazioni delle date di nascita e di morte dei patriarchi, sono da ascriversi entrambe all'autore sacerdotale!

Osserviamo anche che, secondo questo autore, il diluvio é dovuto a due eventi concomitanti: la "chiusura delle sorgenti dell'abisso" e l'"apertura delle cateratte del cielo". Ciò richiede una spiegazione, superflua per l'autore Jahvista, secondo il quale le acque si limitano a cadere dal cielo ("le acque del diluvio furono sopra la terra").

Secondo gli Ebrei che vivevano al tempo della cattività a Babilonia (587-538 a.C.), il mondo aveva una struttura ben diversa da quella che gli attribuiamo noi oggi. La terra era considerata un disco piatto, sostenuto da colonne e circondato dalle acque dell' oceano. Anche sotto la terra vi erano acque, le cosiddette "acque inferiori". Il cielo era considerato una volta solida emisferica, trasparente, al di sopra del quale vi era un altro oceano, le cosiddette "acque superiori", per spiegare il colore azzurro del firmamento. La presenza di acque sia sotto la terra (per sostenerla) che sopra la volta celeste (per farla apparire azzurra) spiega perché, nel secondo giorno della creazione, prima di fare qualunque altra operazione, Dio "separa le acque". In questo modo, Egli crea lo "spazio" per alloggiare la creazione vera e propria. L'universo (vedi schema cosmologico) viene così ad assomigliare ad un gigantesco sandwich, in cui la terra é compressa tra due strati di acque minacciose e ribollenti. Quelle inferiori finiscono per confondersi con il GRANDE ABISSO ("Tehom rabbah") che costituisce la piattaforma di base di tutta la creazione, sede anche dei mostri del caos come il Leviathan e il Behemot (citati nel libro di Giobbe): é su di esso che "aleggia lo spirito di Dio" in Gen 1,2. Dunque esso rappresenta il caos anteriore alla creazione, che minaccia di inghiottire nuovamente il creato da un giorno all' altro, contrastato in questo dall'opera creatrice di Dio. Le acque superiori, invece, sono separate dal mondo degli uomini solo dal sottile firmamento, che peraltro era considerato bucherellato dalle cosiddette "cateratte del cielo": quando Elohim le apriva, la pioggia, la neve e la grandine si riversavano sulla terra. Così, si spiegavano perfettamente anche le precipitazioni atmosferiche. Ecco, infatti, cosa Dio domanda a un esterrefatto Giobbe nel famoso passo di Gb 38, 22-23:

(22) "Sei mai giunto ai serbatoi della neve, hai mai visto le dispense della grandine, (23) che Io riservo per il tempo della sciagura, per il giorno della guerra e della battaglia?"

Non é dunque fuori luogo affermare che l'Israelita del VI secolo a.C. riteneva di essere totalmente assediato dalle acque. Tale visione cosmologica, del resto, era mutuata direttamente da quella caldea, che pure riteneva il mondo costituito da una stratificazione di regno dei morti, terra degli uomini e volta celeste, il tutto immerso in una paurosa tomba liquida. Anche per gli Ebrei il regno dei morti era sotterraneo: il cosiddetto Sheol, antro dominato dal silenzio e dalla penombra. Siamo lontani mille miglia dalla fiduciosa credenza egiziana nella vita eterna, ed anche in questo si legge l'impronta dell'influsso babilonese sui deportati sudditi del regno di Giuda (vedi anche lo schizzo della cosmologia biblica incluso nel capitolo 1 del mio studio su Genesi 1-11).

Come si vede, il diluvio si inquadra perfettamente nella cosmologia or ora descritta. Dio ha separato le acque, trasformando il caos in un cosmo ordinato; con il diluvio, fa ricongiungere le grandi acque, ritrasformando il cosmo in un caos. Se le cateratte del cielo sono aperte, scende la pioggia, ma, per quanto torrenziale essa sia, finché sono aperte anche le "fonti dell'abisso", le acque possono rifluire nel loro alveo originario. Se però Dio provoca la contemporanea apertura dei "rubinetti" celesti e chiusura delle "fogne" sotterranee, le acque inferiori affioranti, cioè gli oceani, si alzeranno fino a sommergere tutte le terre. Dunque, mentre nel nostro schema cosmologico (terra sferica orbitante intorno al sole e molto più estesa di quanto non ritenessero gli antichi) non si capisce da dove siano saltate fuori le acque del diluvio, in quello degli Ebrei il diluvio non solo é possibile, ma anzi é un rischio, una minaccia, una spada di Damocle che continuamente pesa sul capo degli abitanti della Creazione. Le acque, infatti, sono già lì bell'e pronte, sopra la testa degli uomini: il delicato equilibrio delle acque può spezzarsi da un momento all'altro, e i terribili flutti celesti non attendono che un comando divino per dare vita ad un nuovo diluvio, riversandosi sul mondo, seppellendo nuovamente ogni meraviglia del creato e riportandolo allo stato di deserto primordiale. Si capisce facilmente perciò quanto dovessero risultare confortanti, agli orecchi degli antichi Ebrei, le parole che Dio pronuncia solennemente a Noè dopo la fine del diluvio: "Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nuvole, mi ricorderò della Mia alleanza che é tra Me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque del diluvio per distruggere ogni carne..." (Gen 9,14-15)

Il patriarca Noè (da www.santiebeati.it)

Il patriarca Noè (da www.santiebeati.it)

 

1.3  Una pioggia durata quaranta giorni

Chiusa questa parentesi, torniamo alla nostra analisi testuale. Si é visto che i versetti 10 e 11 non possono appartenere allo stesso autore, poiché forniscono due cronologie diverse dello stesso evento; in altre parole, dicono la stessa cosa in due modi diversi. Inoltre, ci propongono due cause fisiche diverse del diluvio. Ne consegue che il versetto 11 appartiene alla tradizione sacerdotale, come conferma anche la grande attenzione per i particolari e per le cronologie. Più difficile é attribuire al giusto autore il versetto successivo:

(12) Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e per quaranta notti.

A priori, potrebbe continuare logicamente sia il versetto 10 che il versetto 11. Il brano che segue però ci toglie ogni dubbio:

(13) In quello stesso giorno Noè entrò nell'arca con i suoi figli Sem, Cam e Jafet, la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi figli; (14) essi e tutti i viventi secondo la loro specie, e tutto il bestiame secondo la sua specie, e tutti i rettili che strisciano sulla terra secondo la loro specie, tutti i volatili secondo la propria specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. (15) Vennero dunque nell'arca a due a due, di ogni carne in cui é soffio di vita. (16a) Quelli che venivano, maschio e femmina di ogni carne, entrarono come ELOHIM aveva comandato loro.

Ohibò! il diluvio era già cominciato, e ancora gli animali devono salire sull'arca! Questo modo di procedere lo abbiamo già sentito: é quello dell'autore di 6, 17-22. Non a caso, qui si usa il nome di Elohim. Ci troviamo dunque nuovamente di fronte all'autore sacerdotale. L'inizio del branetto, "In quello stesso giorno" cioè, si ricollega direttamente a "proprio in quello stesso giorno" (il 17mo del secondo mese del 600mo anno della vita di Noè) del v.11. Il concetto dei vv.7-9 é ribadito per rafforzare il concetto che, anche nel momento più tragico per la terra, Dio provvede a salvare un "piccolo resto" che farà proseguire la storia ed il proprio piano provvidenziale all'interno di essa; concetto, questo, assai caro ai sacerdoti esuli, che si trovavano a dover riorganizzare la fede ed il culto del "piccolo resto" di Israele in Babilonia. Subito dopo, però, leggiamo:

(16b) JAHVEH chiuse la porta dietro di lui.

Siamo sempre nell'ambito del medesimo versetto, il sedicesimo, eppure troviamo usato un diverso nome di Dio. Se crediamo nell'assioma secondo il quale ogni autore usa solo il "suo" nome di Dio, dobbiamo attribuire tale emistichio allo Jahvista; epperò, il fatto descritto (é Dio stesso che chiude la porta dell'arca alle spalle degli uomini e degli animali) appare piuttosto come la continuazione di 16a che non di 12, dove già la pioggia cadeva, e quindi l'arca doveva necessariamente essere già chiusa. Allora cosa é successo? L'autore sacerdotale ha usato il nome di Elohim una volta tanto? No, é più probabile che anche nel racconto Jahvista esistesse un brano dedicato all'"ingresso nell'arca", collocato dopo 7,5 e prima di 7.10 e 7.12! Allora, 7,16b ne sarebbe la naturale conclusione. Abbiamo però visto che lo scriba a cui é dovuta la redazione finale del testo della Genesi ha preferito conservare intatto il racconto sacerdotale dell'ingresso nell'arca della comitiva dei salvati, probabilmente perché portatore di un messaggio più marcatamente salvifico. Di tutto il racconto Jahvista, probabilmente più breve di quello della fonte P, si é conservato nel testo attuale solo questo versetto, poiché pone l'accento su un fatto importante: l'intervento diretto di Dio nella salvezza dei giusti. Jahveh/Elohim non si limita cioè a comandare a Noè di fabbricare l'arca e di radunare gli animali: pensa Egli stesso a proteggerli nel ventre dell'arca. Questo intervento é una delle caratteristiche salienti del testo Jahvista, che mette l'accento sulla vicinanza di Dio alle vicende dell'uomo. Questi pecca, si allontana dal suo Creatore, cade nel fondo dell'abiezione, ma Dio non cessa di stargli al fianco, di risollevarlo, di amarlo e di correggerlo come un figlio. Non a caso, appartengono alla fonte J il racconto del peccato originale e del castigo di Adamo e d'Eva (Gen 2,4b-3,25), dell'assassinio di Abele (4,1-16), la corruzione dell'umanità peccatrice (6,1-8), la costruzione della torre di Babele (11,1-9): tutti racconti di grandi tradimenti della volontà divina, a cui però Dio risponde con il rivestimento dei progenitori nudi (3,21), la concessione ad Eva di un nuovo figlio, Set (4,25), la salvezza di Noè (6,17-18), l'alleanza noachica (8,21-9,17), e soprattutto con l'alleanza con Abramo (12,1-3 e 17,1-8). Lo Jahvista intende così dimostrare che la salvezza proposta ad Israele mediante l'Alleanza e la Legge é una salvezza proposta a tutta l'umanità; ed é per questo motivo che, alla storia dei patriarchi di Israele, lo Jahvista premette la storia delle origini del mondo e dell'umanità, ora confluita in Gen 1-11 dopo essere stata integrata con elementi della fonte Sacerdotale. Ed ecco nascere anche il racconto del diluvio, che non é la punizione di un solo uomo o di un solo popolo, ma di tutta l'umanità, salvata solo grazie al più prodigioso degli interventi della Provvidenza di Dio: la vocazione di Noè.

Vogliamo notare anche un altro elemento importante: l'immagine di Dio che fa da "guardaspalle" a Noè chiudendogli la porta é un esempio di antropomorfismo. Questa parola (dal greco: "a forma di uomo") indica che a Dio vengono attribuiti dei sentimenti e delle azioni tipiche dell'uomo. Ciò é caratteristico delle antiche religioni: si pensi agli dei greci, forgiati ad immagine umana, e dotati di tutti i vizi e tutte le virtù di noialtri (Zeus tradisce la moglie Era che, gelosa, si sfoga punendo le sue rivali e i loro figli, com'é il caso di Ercole!). La tradizione Jahvista é zeppa di questi antropomorfismi: come ha fatto notare acutamente un biblista molto esperto, secondo l'autore J Dio é di volta in volta VASAIO, perché fabbrica l'uomo di terra (Gen 2,7); GIARDINIERE, poiché pianta un giardino in Eden (2,8); MEDICO, poiché "anestetizza" Adamo e lo "opera", levandogli una costola per formare Eva (2,21); SARTO, poiché riveste entrambi di pelli (3, 21); PORTINAIO, per quanto letto or ora. Più avanti lo si vede pure BUONGUSTAIO (quando odora la fragranza soave del sacrificio offertogli da Noè dai suoi figli all'uscita dall'arca: 8,21), ARCIERE (quando pone il suo arco nelle nubi: 9,13), GUIDA (quando indica ad Abramo la strada per la terra promessa: 12,1), PELLEGRINO (quando si presenta ad Abramo presso il querceto di Mamré, in Gen 18); e la lista potrebbe continuare!

D'accordo, ho scherzato. Ma già il "pentirsi" di aver creato l' uomo (9,6) é un sentimento tutto umano, attribuitogli dall'autore Jahvista, che cerca di giustificare in maniera primitiva perché Jahveh, il Creatore Onnisciente, di colpo decide di cancellare ogni sua creazione dalla faccia del pianeta. Questo ci suggerisce che la fonte Jahvista deve essere molto più antica di quella Sacerdotale; infatti, oggi gli esegeti sono concordi nel ritenere che si sia formata intorno al X secolo a.C., probabilmente alla corte di re Salomone. A quell'epoca, infatti, dopo le guerre difensive di Saul e quelle offensive di Davide, Israele aveva assunto lo status di monarchia centralizzata; perciò, si sentiva l'esigenza non solo di organizzare una burocrazia, ma anche di conoscere le tappe successive che avevano visto la formazione di quello stato. Un regno ha sempre bisogno di una storia, per esaltare le glorie patrie e per dare ai suoi sudditi una bandiera sotto cui combattere uniti (si pensi al culto della romanità da parte di Mussolini). In quell'epoca vennero perciò organizzate tutte le leggende e le tradizioni esistenti sul passato di Israele, talvolta contraddittorie tra di loro (si pensi al doppio racconto del rapimento di Sara, da parte del Faraone in Gen 12, e da parte di Abimelec in Gen 20!), ma comunque considerate preziose e raccolte con cura fino a formare la tradizione Jahvista.

Dunque, 400 anni separano l'autore Jahvista da quello Sacerdotale del racconto del diluvio; comprendere questo fatto significa fare un passo avanti significativo verso la comprensione del libro della Genesi, e della Bibbia intera.

Il massiccio dell'Ararat, 5165 m, in Armenia

Il massiccio dell'Ararat, 5165 m, in Armenia

Vi siete accorti di quante informazioni si possono ricavare dalla semplice lettura di un solo capitolo della Bibbia? E non abbiamo ancora finito. Subito dopo, infatti, leggiamo il versetto 7,17:

(17) Il diluvio sulla terra durò quaranta giorni; le acque crebbero e sollevarono l'arca, che si innalzò sopra la terra.

Come si vede, si riprendono i "quaranta giorni" e le "quaranta notti" di 7,12. Siamo perciò portati ad attribuire anche questo versetto, come la seconda metà del precedente, allo Jahvista; ma qualcuno di voi potrebbe obiettare che tale autore aveva già parlato della durata del diluvio, fornendo la stessa cifra, e potrebbe preferire l'attribuzione sacerdotale. In realtà, più avanti, i versetti 7,24 e 8,1 suonano:

(24) Le acque restarono alte sulla terra per centocinquanta giorni. (8,1a) ELOHIM si ricordò di Noè...

Qui l'autore é certamente sacerdotale, come testimonia quell'Elohim; dunque, per i sacerdoti del VI sec. a.C. la pioggia torrenziale dura 150 giorni, non quaranta. Evidentemente siamo di fronte ad una diversa versione del mito; i "quaranta giorni" di 7,17a si devono attribuire necessariamente allo Jahvista. E ciò, dopotutto, non é del tutto illogico: l'antico scrittore alla corte di Salomone vuole paragonare i quaranta giorni nei quali le terre furono oppresse dalle acque, ai quarant'anni che gli Ebrei dovettero trascorrere nel deserto, ed anche ai quattrocento anni (Gen 15,13) di prigionia in Egitto. Quel passato non era ancora considerato un mero "reperto archeologico", perché Israele non aveva ancora vissuto a lungo l'esperienza della monarchia, com'era invece ai tempi dell'esilio in Caldea. Inoltre, la liberazione degli Ebrei dalla cattività egiziana da parte di Mosé, ed il loro ingresso in Palestina sotto la guida di Giosué, si incastonano alla perfezione nel "piano salvifico" descritto dallo Jahvista, apparendo come la naturale continuazione della misericordia divina, sperimentata da Noè alla fine dei quaranta giorni di pioggia, e poi dai patriarchi semiti.

Invece l'autore Sacerdotale, cui stanno a cuore i numeri magici di derivazione astrologica (basti pensare all'ambiente in cui viveva: ancor oggi "caldeo" significa "astronomo" per antonomasia!), prolunga a centocinquanta giorni la durata della pioggia vendicatrice, forse in base ad un semplice ragionamento: siccome, come ora vedremo, egli attribuisce al diluvio la durata di un anno, la metà circa di questo tempo é necessaria alle acque per SALIRE, e l'altra metà per DISCENDERE. Quaranta giorni erano troppo pochi. Però, colui che realizzò la versione finale del Pentateuco (forse al termine dell'esilio babilonese, sotto il sommo sacerdote Esdra) mettendo insieme le fonti preesistenti, e che d'ora in poi chiameremo il Redattore, ha conservato nella Genesi entrambe le durate, lasciando forse intendere che per quaranta giorni le acque salgono sulle terre, dopodiché la pioggia cessa, ma le acque rimangono immobili sopra la terra per altri 150 giorni (o forse per altri 110, arrivando al totale di 150 prima della loro discesa). É un esempio di come un redattore cerca non solo di far combaciare, ma anche di armonizzare fonti molto diverse tra di loro, perché lontane nel tempo ed animate da un diverso spirito, ma anche perché tra di loro in netta contraddizione. A me é capitato, quando frequentavo le scuole primarie, di cercare su libri o riviste un tema svolto, perché un titolo molto simile mi era stato assegnato come compito; talvolta, ne trovavo due o più. Cosa credete che facessi? Copiavo solo quello che mi sembrava migliore? Macché, li utilizzavo tutti e tre, scegliendo le frasi di ogni tema che più mi sembravano eleganti ed aderenti al tema assegnato. É precisamente quanto ha fatto l'ignoto redattore post-esilico: per lui tutte le fonti a disposizione erano ugualmente sacre ed ispirate da Dio, anche se discordanti tra di loro. Così, le tenne presenti TUTTE, cercando di prelevare da ognuna solo i passi più significativi e meno ripetitivi, magari i più in accordo con la sua formazione teologica. E nacque così il testo della Genesi che oggi stiamo analizzando. Un esempio lampante di quanto ora detto si può ricavare direttamente dai versetti successivi a quello appena esaminato:

(18) Le acque divennero poderose e crebbero molto sopra la terra, e l'arca galleggiava sulle acque. (19) Le acque si innalzarono sempre più sopra la terra, e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto il cielo. (20) Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. (21) Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra, e tutti gli uomini.

Si ripete il concetto del versetto 17, e cioè il fatto che "le acque crebbero" e "sollevarono l'arca". Si tratta ad un tempo della punizione dei cattivi e della salvezza dei buoni; perciò, per sottolineare questo punto, il Redattore deve aver conservato sia il testo Jahvista che quello Sacerdotale, benché ripetano due volte la stessa cosa. Questa é la narrazione P, che non si smentisce neanche in questo caso, introducendo all'improvviso quei famosi "quindici cubiti" (quasi otto metri: il cubito biblico misurava probabilmente 52,5 cm.), che nessuno può aver misurato, perché Noè ed i suoi erano sigillati nell'arca, mentre i Giganti avevano tutt'altro a cui pensare, in quel momento, che compiere misurazioni così precise. Si tratta evidentemente di un numero simbolico, indicante il fatto che le acque hanno sopravanzato di un bel pezzo anche i più alti monti conosciuti; ma il significato preciso di questo simbolo oggi ci sfugge.

 

1.4  Il ventisette del mese

Come era stato ripetuto il concetto delle acque che si innalzano, così il Redattore ripete anche il concetto che nessuno scampa alle acque del diluvio, eccezion fatta per Noè e soci. Per questo, preleva altri due versetti ripetitivi dal testo Jahvista:

(22) Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. (23) Così fu sterminato ogni essere che era sulla terra: con gli uomini, gli animali domestici, i rettili e gli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla terra, e rimase Noè e chi stava con lui nell'arca.

Ciò che segue, invece, lo abbiamo già analizzato, e abbiamo visto che appartiene alla tradizione Sacerdotale:

(24) Le acque restarono alte sulla terra per centocinquanta giorni. (8,1) ELOHIM si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell'arca. ELOHIM fece spirare un vento sulla terra e le acque si abbassarono (8,2a) Le fonti dell'abisso e le cateratte del cielo furono chiuse...

Ritroviamo le "sorgenti del grande abisso" e le "cateratte del cielo" di 7,11, che ci hanno dato l'estro per parlare della cosmologia ebraica; dunque, non ci sono dubbi sull'attribuzione di questo brano alla fonte P. Ma subito dopo segue:

(2b)...e fu trattenuta la pioggia dal cielo. (3a) Le acque via via andarono ritirandosi dalla terra.

Apparentemente vi é continuità con i versetti precedenti, ma si capisce subito che una cesura esiste. Infatti le acque già cominciano ad abbassarsi quando ancora non é stata fatta cessare la pioggia? Evidentemente prima cessa la pioggia, poi le acque si ritirano gradualmente. Dunque il versetto 8,2b precede logicamente il versetto 2a; se quest'ultimo é sacerdotale perché riprende 7, 11... bisogna concludere che 8,2b é un'inserzione Jahvista. Tale deve essere anche 8,3a poiché ripete il concetto di 8,1. Notiamo che non viene spesa una parola per descrivere la permanenza di Noè nell'arca, descritta invece in tutti i kolossal biblici girati su questo argomento; se ve ne era qualche traccia nel racconto Jahvista, essa é stata soppressa dal Redattore, che ha preferito mettere al centro del suo racconto non l'operato di Noè, ma quello di Dio. Noè é solo l'esecutore della volontà di Jahveh/Elohim, che si preoccupa non solo di manovrare i grandi fenomeni naturali (le cateratte del cielo, le fonti dell'abisso, il vento), ma perfino di chiudere la porta dell'arca. I versetti 8,2b e 3a potrebbero essere proprio la conclusione di una narrazione Jahvista del tempo trascorso da Noè nell'arca ad accudire tutti gli animali.

Al proposito, interessante risulta la soluzione narrativa escogitata dal grande regista John Houston nel suo classico film "La Bibbia". I figli di Noè chiedono al padre come faranno a sapere quando il diluvio finirà, dato che dentro l'arca non vi é né giorno né notte, e gli uomini mangiano quando hanno fame e si coricano quando hanno sonno. Ma le quattro donne rispondono di sapere perfettamente quanto tempo é passato dall'inizio del diluvio, esibendo una corda con tanti nodi quanti giorni sono trascorsi dall'ingresso nell'arca. Il fatto é che gli animali hanno i loro cicli vitali, legati ad una sorta di "orologio biologico" interno: le mucche richiedono di essere munte, gli uccelli depositano le uova, e così via. Come "variazione sul tema", direi che non é davvero male!

Concludiamo ora l'analisi del racconto biblico del diluvio. La seconda parte del versetto 8,3 é chiaramente da attribuirsi alla fonte P, perché in essa riappaiono i 150 giorni. Ma anche ciò che segue é di origine Sacerdotale:

La fine del diluvio, incisione di gustave Dorè

La fine del diluvio, incisione di gustave Dorè

(3b)...e [le acque] calarono dopo centocinquanta giorni. (4) Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'arca si posò sui monti dell'Ararat. (5) Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, riapparvero le cime dei monti.

Ormai la lezione l'avete imparata: questi numeri simbolici si devono ai sacerdoti ed alle loro misteriose cabale. Sono passati esattamente otto mesi dall'inizio del diluvio, quando l'arca si posa sul famosissimo Ararat, dove avventurieri di ogni sorta hanno cercato di rintracciarla senza successo. Abbiamo però detto già che tale nome per gli Ebrei identificava non un monte ma una intera regione, prima regno indipendente nel II millennio a.C., quindi provincia dell'impero assiro e, al tempo della cattività babilonese, provincia dell'impero dei Medi. Del resto, ogni popolo dà allo stesso luogo nomi diversi, dunque nulla si può dire di più al proposito.

Quanto segue, ci riporta invece ai "quaranta giorni" jahvisti:

(6) Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell'arca.

Osserviamo che non c'é traccia, in quanto precede, di questa famosa "finestra", che pure appare in tutti i film dedicati al diluvio; eppure, il testo ne parla come se la avesse già nominata prima. Poiché la descrizione dell'arca che Dio fa a Noè in 6, 14 -16 é, come detto, tutta di origine Sacerdotale, questa finestra deve essere stata citata nella descrizione dello Jahvista, che certamente non poteva mancare, ma che il Redattore ha omesso per motivi suoi (magari, solo per questione di gusti personali). Ciò conferma l'esistenza di "tagli" e "rammendi", proprio come in un vestito realizzato con le stoffe di vestiti precedenti, all'interno del racconto biblico.

Quanto segue é il celeberrimo episodio degli "uccelli esploratori", che si presta facilmente alle rappresentazioni iconografiche di ogni tempo e di ogni cultura:

(7) [Noè] fece uscire un corvo; esso uscì andando e tornando, finché si prosciugarono le acque sulla terra. (8) Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo. (9) La colomba, non avendo trovato dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell'arca, perché c'era ancora l'acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell'arca. (10) Attese altri sette giorni, e di nuovo fece uscire la colomba dall'arca. (11) La colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. (12) Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui.

C'é da osservare che il racconto appare Jahvista, essendo la logica continuazione del versetto 8,6 e presupponendo che Noè avesse a disposizione più di un solo paio di colombe, per poter rischiare di perderne una. Dunque ci troviamo nel clima del racconto che vuole sette paia degli animali mondi dentro l'arca: quello jahvista, appunto. Secondo alcuni, però, il versetto del corvo (l'8,7) rappresenta un'inserzione sacerdotale, eseguita sotto l'influsso dell'analogo mito babilonese. L'invio del corvo che va e viene dall'arca fino a che le terre non sono asciutte (dopodiché non torna più, ovviamente) non appare compatibile con quello della colomba, perché lo renderebbe del tutto superfluo. Probabilmente l'immagine della colomba con il ramoscello d'ulivo nel becco, simbolo universale di pace (in questo caso fra gli elementi e l'umanità, evidentemente), era da preferirsi a quella del corvo, che con un ramoscello d'ulivo nel becco apparirebbe intonato come il miele sulle acciughe sott'olio.

Immediatamente dopo, ricompare la tipica cronologia sacerdotale:

(13a) L'anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla terra.

Sono passati dieci mesi e tredici giorni dall'inizio del diluvio, cioè all'incirca 313 giorni. Si vede bene come i "150 giorni" calcolati in precedenza siano poco meno della metà di questo tempo. Come abbia fatto Noè a sapere che proprio nel giorno del suo 601° compleanno l'ultimo lembo di terra emersa si é prosciugato del tutto, se egli era ancora chiuso dentro l'arca, é uno di quei "misteri" lasciati irrisolti dal Redattore finale. Ciò conferma perlomeno che questa non é una cronaca nel senso "giornalistico" della parola, e che, come ebbe a dire il biblista H. Renckens, "il prodigio di una tradizione che da Adamo corresse ininterrottamente fino ad Abramo é campato completamente in aria"!

Ad ogni modo, basta completare la lettura del capitolo 8 della Genesi per convincersene definitivamente. Se infatti osserviamo bene la seconda parte del versetto 13:

(13b) Noè tolse la copertura dell'arca ed ecco, la superficie del suolo era asciutta.

abbiamo la netta sensazione che lo "scoperchiamento" dell'arca avvenga lo stesso giorno citato in 8,13a, cioè il genetliaco di Noè. Eppure, proseguendo al versetto 14, troviamo:

(14) Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la terra fu asciutta. (15) Allora ELOHIM ordinò a Noè: (16) "Esci dall'arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. (17) Tutti gli animali d'ogni specie che hai con te, uccelli, bestiame e tutti i rettili, che strisciano sulla terra, falli uscire con te, perché possano diffondersi sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa." (18) Noè uscì con i figli, la moglie e le mogli dei figli. (19) Tutti i viventi e tutto il bestiame e tutti gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, uscirono dall'arca.

Come si vede, l'arca non viene scoperchiata affatto il giorno del compleanno di Noè, ma due mesi e ventisette giorni più tardi, sicché la permanenza nell'arca dura in tutto 375 giorni. L'unica spiegazione é l'appartenenza del versetto 13b ad una fonte diversa da quella dei versetti 14-19. E poiché questi ultimi denotano lo stile tipicamente Sacerdotale, si deduce che 13b é un'inserzione Jahvista tra 13a e 14. L'autore P probabilmente intendeva dire che, dopo il prosciugamento delle terre, Noè restò prudenzialmente nell'arca altri 57 giorni, mentre secondo l'autore J il patriarca non ha frapposto indugi ed é uscito all'aperto non appena l'ultima goccia d'acqua sul suolo é stata riassorbita. Il redattore ha intercalato 13b probabilmente perché gli piaceva preservare l'efficace immagine degli uomini che scoperchiano l'arca, spesso resa in molti lungometraggi. Del resto, per 8,13b vale lo stesso discorso fatto per 8,6: non si cita mai, prima di questo versetto, la "copertura" dell'arca, che pure doveva esserci. Era perciò descritta in un brano Jahvista di cui siamo certi che fu soppresso dal Redattore.

A questo punto, non manca che il rendimento di grazie a Dio da parte degli scampanti. Una prima versione é contenuta nei versetti conclusivi del capitolo 8:

(20) Allora Noè edificò un altare al Signore, prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi, ed offrì olocausti sull'altare. (21) Il Signore ne odorò la soave fragranza e disse tra sé "Non maledirò più il suolo a causa dell'uomo, perché l'istinto del cuore umano é incline al male fin dall'adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente, come ho fatto. (22) Finché durerà la terra, semina e messe, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno più."

Una seconda versione del "ringraziamento" occupa invece tutti i primi 19 versetti del capitolo 9. É il celeberrimo racconto dell' "alleanza noachica", che anticipa e prefigura quella mosaica sul Sinai. Dunque quest'ultimo racconto, pieno di riferimenti sacrali e cultuali, non può che appartenere all'autore Sacerdotale (e vi invito a leggerlo per convincervene di persona). I vv.8,20-22 sono invece più scarni e tendono a descrivere un avvenimento in sé, cioè il sacrificio. Per eseguirlo senza sterminare intere specie, Noè doveva avere a disposizione più di un solo paio di animali mondi, e così riconosciamo in tale branetto l'impronta dello Jahvista. Ma lo cogliamo sul fatto anche quando assicura la salvezza del genere umano, mettendo in bocca a Dio la promessa di non mandare più diluvi. Per quanto drastiche possano apparire le Sue misure, Egli provvede sempre al bene ultimo di noi uomini, e questo é proprio il messaggio portato avanti dall'autore J.

Vi siete divertiti? Io, parecchio. Abbiamo dissezionato con somma cura il racconto della Genesi, scoprendo quale versetto è da  attribuirsi all'un autore e quale all'altro, e nel frattempo abbiamo compreso fino in fondo il significato di ogni singola espressione al suo interno. Vi sarete così accorti di non conoscere affatto questo testo, che pure ci é stato raccontato fin dalla più tenera infanzia. Esso appare un po' come un "vestito d'arlecchino", le cui cuciture col tempo sono divenute difficili ma, come visto, non impossibili da riconoscere. Basta metterci tempo e pazienza. Una pazienza pari a quella che fu necessaria per costruire la biblica arca...

 

1.5  Il diluvio secondo Hollywood

Vale la pena di chiudere questa pagina con un confronto tra il racconto del diluvio che noi abbiamo letto, così come ci è stato consegnato dalla Bibbia, e il film "Noah" di Darren Aronofsky, uscito nel 2014 e preceduto da un'incredibile grancassa pubblicitaria. Questo film era stato presentato come la più grandiosa trasposizione cinematografica del racconto biblico del diluvio; ma, dopo averlo visto, mi sono reso conto che con il racconto dei capitoli 6-9 della Genesi esso ha in comune solo l'idea di fondo e i nomi di alcuni dei personaggi. Ora vi farò una sintesi (ispirata a questo sito) delle innumerevoli differenze tra il testo della Genesi e la trama di quello che si è rivelato niente più che il solito blockbuster americano, fatto per incassare soldi al botteghino e non certo per trasmettere un messaggio di fede, nonostante Aronofsky sia un Ebreo osservante.

1) Sicuro che è andata così? Noè sull'arca racconta la storia della creazione ai suoi famigliari. A grandi linee rimane fedele al primo capitolo della Genesi, ma confonde due giorni: la luce maggiore e la luce minore (Sole e Luna) furono creati nel quarto giorno, non nel secondo. Inoltre nel film le scene che commentano il racconto di Noè descrivono la nascita dell'universo, della Terra e della vita come accertato dalla scienza moderna. Di tutto questo, invece, Noè non sapeva nulla.

2) Amico mio. Noè non era distante da Dio come appare nel film. Il Noè cinematografico (interpretato dal famoso Russel Crowe) scopre che la terra sarebbe stata distrutta con il diluvio grazie a dei confusi sogni profetici. Dio viene peraltro chiamato solo "il Creatore" per l'intero film. Nella Genesi invece (6,13; 7,1; 8,15) Noè è amico Dio e in continua comunicazione con Lui.

3) The last one. Secondo l'Antico Testamento Noè viene scelto da Dio perché era un uomo giusto e integro; Dio benedirà Noè e i suoi figli dicendo: « Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la Terra… »; nel film invece Noè afferma che Dio l'ha scelto solo per portare a termine il compito di salvare gli animali, dopodichè lui e la sua famiglia saranno gli ultimi uomini sulla Terra. Praticamente il contrario esatto del messaggio biblico!

La locandina del film "Noah"

La locandina del film "Noah"

4) E io? Non c'era nessun discendente di Caino nell'arca. Per rendere il film più avvincente, il regista permette al Re nemico Tubalcain (interpretato da Ray Winstone) di salvarsi dal diluvio ed entrare nell'arca, ma non è andata così.

5) Patriarchi vegani. Nel film Noè spiega ai figli che è sbagliato mangiare carne, in quanto gli animali sono creature di Dio, e durante tutto il film l'idea di mangiare la carne viene associata ai peccatori, ai malvagi. Questa associazione è inesistente nella Bibbia, anzi numerose sono le volte descritte nel Libro dei Libri, in cui i profeti e lo stesso Noè sacrificano animali a Dio.

6) Arca mia, arca mia. A differenza del film, la Bibbia non parla di persone che cercano di salire sull'Arca, non dice dove viene recuperato il legname per costruirla, e non racconta molto di quello che succede dentro l'Arca.

7) Lo Zohar? E cos'è? Nel film, gli uomini estraggono dalla terra lo "zohar". Questo elemento sembra oro ed ha poteri magici. Lo zohar non è menzionato nella storia di Noè, ma questa parola ebraica compare nell'Antico Testamento nei Libri di Ezechiele e Daniele, e viene comunemente considerato una luce di un qualche tipo. È anche il nome del libro più importante della Cabala.

8) Ho confuso gli uccelli. Per sapere quando scendere dall'Arca, nel film Jafet manda prima un corvo – che ritorna – e una colomba che torna con un ramo d'olivo. Nella Bibbia, la colomba è mandata fuori tre volte. La prima ritorna sola, la seconda con un ramoscello d'olivo, la terza volta non torna.

9) Povero papà. Il padre di Noè, Lamec, è menzionato nella Bibbia solo allo scopo di documentare la genealogia da Adamo a Noè. Il film si prende delle libertà sul suo personaggio, inventando tra l'altro un rituale di primogenitura di cui non vi è traccia nella Bibbia. Inoltre, quando Lamec muore, nel film Noè è un bambino. Secondo la Bibbia, Noè aveva invece 595 anni.

10) Il cattivone ci vuole sempre. Il personaggio di Tubalcain è quasi interamente inventato. Nella Bibbia c'è un discendente di Caino chiamato Tubalcain che viene descritto come « l'artefice di ogni sorta di strumenti di bronzo e di ferro ». Tuttavia, non è neanche chiaro se Tubalcain visse all'epoca di Noè, e sicuramente non c'è menzione di una sua salita sull'Arca.

11) La moglie senza nome. La moglie di Noè, interpretata dall'attrice Jennifer Connelly, si chiama Naama ("graziosa"), e nel film compare spesso e viene consultata riguardo l'Arca e i figli. Nella Bibbia, è solo citata come moglie di Noè, senza nome proprio. Tutto quello che sappiamo è che era sull'Arca con suo marito. Curiosamente, anche la sorella di Tubalcain si chiama Naama.

12) E l'umanità come si perpetua? Nel film, Sem (interpretato da Douglas Booth) è l'unico tra i figli di Noè a prendere moglie; il secondo figlio, Cam (interpretato da Logan Lerman), non ha una moglie e il terzo figlio, Jafet (interpretato da Leo McHugh Carroll), è ancora un bambino, e quindi ancora non può prenderne una. In realtà secondo la Bibbia Noè s'imbarco con sua moglie e i figli con le rispettive mogli, e tutti loro ebbero una discendenza.

13) Giù le mani dalle bambine! Ila (interpretata da Emma Watson), moglie di Sem, è un personaggio inventato di sana pianta. Nella Genesi della moglie di Sem si dice solo che salì sull'Arca. Non partorì figli sull'arca, e tantomeno due gemelle che il nonno voleva ammazzare.

14) Il nonno mago. Secondo la tradizione extrabiblica Matusalemme (interpretato dal grande Anthony Hopkins) morì a 969 anni, sette giorni prima del diluvio, e quindi non, come si vede nel film, travolto dalle acque all'inizio del diluvio stesso. I suoi poteri magici sono inventati di sana pianta.

15) Fantascienza biblica. I Vigilanti, angeli caduti che appaiono nel film e aiutano a costruire l'arca, non sono menzionati nella storia di Noè dell'Antico Testamento. Aronofsky ha preso in prestito un' antica tradizione giudaica secondo cui gli angeli di Dio dopo la creazione vennero intrappolati in corpi di roccia e cacciati dal cielo sulla terra per aiutare gli uomini. In 2 Pietro 2, 4 è scritto chiaramente che tali angeli disubbidienti furono rinchiusi all'inferno e non hanno affatto aiutato gli uomini. In Genesi 6, 4, prima del racconto del diluvio, è scritto: « In quel tempo c'erano i giganti sulla terra » ma in merito non sappiamo altro.