Kursk 1943  

di Sandro Degiani


Un altro racconto sul Bene ed il Male a confronto… nella realtà scritto prima di Capoverde 1944, anche se collocato temporalmente dopo. Nei miei racconti di guerra c’è sempre una deriva tecnica presa dal mio trascorso modellistica ed ingegneristico, cerco di contenerla ma viene sempre fuori.
Inutile dire che dà un po’ fastidio ai tanti non tecnici e manda in sollucchero i pochi ingegneri e modellisti...

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La battaglia infuriava attorno a loro.

Il carro Tigre zigzagava sul campo di battaglia come un enorme scarafaggio impazzito mentre il terreno sconvolto dai cingoli e dai crateri eruttava in continuazione alte colonne di terriccio e fiamme.

Nella torretta un fitta nebbia azzurrina avvolgeva l’equipaggio coperto di sudore incrostato dalla polvere nera della cordite. Il calore dell’Agosto russo arroventava l’aria esterna e le ventole non riuscivano a smaltirne ne’ il fumo delle cannonate ne’ il caldo umido tropicale del vano di combattimento. Di aprire i portelli non se ne parlava nemmeno, non era sicuro durante i trasferimenti, figuriamoci in battaglia.

Tutti urlavano.... urlava il pilota che cantava a squarciagola l’inno dei carristi tedeschi mentre azionava freneticamente il volante ed i pedali a casaccio, cercando di rendere il bersaglio più difficile ai T34 russi. Urlava nel microfono il radiotelegrafista che cercava di collegarsi con gli altri carri del battaglione e capire che cosa fare, dove andare, se le stiamo prendendo o le stiamo dando. Urlava il puntatore con l’occhio incollato al periscopio del pezzo mentre descriveva la sua frenetica azione come un radiocronista sportivo: “un T34 a 300 metri.... ci sfila sul fianco destro, girare la torretta di 30 gradi, alzo 12 gradi.... proiettile perforante... ecco l’ho inquadrato..” e urlava il comandante che non smetteva di ripetere:

“Feuer!!! Schnell Nachladen die Gewehr!”

Urlava grugnedo anche Helmut mentre apriva l’otturatore, sfilava le pesanti munizioni dalla riservetta e le infilava nella culatta dell’88.

Ogni 30 secondi un colpo cadeva così vicino che le schegge ed i sassi tintinnavano come grandine sulla corazza butterata del mostro da 50 tonnellate. La Krupp aveva fatto le cose per bene e nemmeno la vernice ne pativa ma questo non rassicurava certo chi in quella bara d’acciaio con i cingoli ci stava chiuso dentro.

“Non rivedrò più i miei cari... moriremo tutti.... Helga, Franz, Brigitte... vorrei vedervi ancora una volta... vorrei stringervi a me e dirvi che vi amo....”

Il pensiero girava ininterrottamente nella testa di Helmut, ed intanto lui bestemmiava e infilava uno dietro l’altro i lunghi proiettili nella culatta rovente.

Improvvisamente una voce alle sue spalle vinse il fragore della battaglia e gli arrivò direttamente nella testa.
“Davvero li vuoi rivedere? Sei disposto a fare un patto con me?”

“Chi sei...?’”

Si girò di scatto e la spoletta del proiettile urtò contro il tubo che proteggeva la culla del cannone.

“Stai attento con quel proiettile, idiota, stai dalla parte dei comunisti?” gli urlò il comandante girandosi di scatto.

“Chi sei...?” ripetè Helmut solamente pensandolo.

“Qualcuno che può esaudire il tuo desiderio...”

“Puoi tirarmi fuori di qui e riportarmi dai miei cari?”

“Si, se tu lo vuoi.”

“In cambio di cosa?”

“Nulla... non hai nulla che io desideri, nulla di materiale mi interessa... ma la tua anima si... quella potrebbe interessarmi!”

”Sei il Diavolo....! Ma non esisti, sei una invenzione dei Giudei e della loro ridicola religione inventata per tenere le masse assoggettate!”

“Bene... allora io non esisto, tu non hai l’anima e se esaudisco il tuo desiderio resta tutto tra di noi...!

“E come pensi di fare... far finire la battaglia e mettermi una licenza premio in mano?”

“No, la battaglia mi piace, vuol dire tanta gente che viene ad ingrossare le mie file.... vorrei non finisse mai...”

“Ed allora come ritorno a casa mia dalla mia famiglia? A piedi?”

“No, ti porto io.... “

“...e qui come fanno a caricare il cannone... prendi tu il mio posto? E se sparisco al mio ritorno ci sarà un plotone di esecuzione che mi aspetta... sarò un disertore sotto al fuoco nemico, un vigliacco!”

“...non se ne accorgerà nessuno perchè...“ e qui udì un lento e melodico flusso di arcane parole salmodiate “...ecco ....ho fermato il tempo!”

“Cosa..?????”

“Adesso abbiamo tutto il tempo che desideri... ho fermato il tempo ti ho detto.... guarda..! Puoi uscire dal carro e vedere con i tuoi occhi...!”

Era piombato su tutto un silenzio era assordante, I suoi compagni dell’equipaggio erano immobili. Una goccia di sudore luccicava immobile sulla punta del naso affilato del comandate che aveva gli occhi sbarrati e la bocca aperta.

Helmut posò il proiettile sul letto di bossoli vuoti che erano accatasti sul pavimento del carro, aprì lo sportello laterale per espellere i bossoli e guardò fuori... tutto era immobile. un paio di alte colonne di terriccio era congelate nella loro forma e le pietre sembravano sospese in aria.

Aprì con circospezione il portello sul cielo della torretta e sporse la testa, poi mise fuori l’intero busto e guardò avanti in direzione del lungo cannone da 88 puntato verso l’orizzonte.

Avevano appena sparato un colpo e la fiammata che usciva dalla volata era immobile, leggermente luminosa, mentre gli sbuffi di fumo che uscivano dai fori del compensatore erano immobili. A tre metri dalla volata del cannone il proiettile era chiaramente visibile, immobile a mezz’aria, riusciva persino a vedere la punta bianca del cappuccio del perforante.

“.. non è possibile.... non si muove nulla....”

“Te l’ho detto, ho fermato il tempo... posso farlo restare così finche voglio!”

“.. e puoi riportarmi a casa... farmi rivedere mia moglie e i miei figli?”

“Certo... attento.. potresti provare un po’ di nausea....”

Appena dette queste parole Helmut si senti sollevare e poi iniziò un folle volo a bassa quota, sul campo di battaglia cosparso di carcasse fiammeggianti, di cadaveri e di esplosioni congelate.. sempre più veloce verso Ovest e verso Sud... sfrecciando sul Don, la boscosa Romania, la montuosa Austria verso le pianure della Germania.

Scesero in una picchiata verso una verde radura ai margini di un paesino vicino ad Heidelberg dove c’era una casetta in legno con gerani fioriti alla balconata del primo piano.

Helmut si ritrovò in piedi accanto alla vecchia quercia che stava al margine del prato davanti alla casa.

Sua moglie era seduta sul dondolo sotto la veranda, indossava un leggero vestito estivo bianco con una gonna a pieghette e stava ricamando un tovagliolo, mentre, immobile, guardava verso due biondi bambini che inseguivano ridendo un'oca.

Tutto era immobile e silenzioso... l’oca aveva le ali spiegate ed il collo proteso, il giallo becco spalancato ma non si udiva il suo disperato grido. I bambini avevano gli occhi ridenti e le bocche aperte, la posizione squilibrata di chi sta’ correndo a perdifiato, ma erano immobili come statue.

Hemut si girò indietro... da dove gli arriva quella misteriosa voce...

“ ...Sì, sono la mia famiglia... sono tornato da loro... ma sono immobili... non mi vedono!”

“Certo! Il tempo è fermo per tutti meno che per te...”

“E puoi farlo ripartire?”

“Quando voglio... basta che tu me lo chieda...”

Helmut si girò verso i bambini, si pettinò il ciuffo biondo indietro ed allargò le braccia in un abbraccio, poi sorridendo beato disse solamente:

“.. allora voglio che il tempo riparta... adesso!”

Sorrideva ancora beato quando un secondo dopo il proiettile del T34 russo sfondò la torretta del Tigre facendo esplodere tutte assieme le munizioni stivate a bordo.

Sandro Degiani

Il carrarmato "Tigre", dipinto di Sandro Degiani

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Passiamo ad un altro racconto dello stesso autore:

Fronte del Don, inverno 1943

Brevissimo, telegrafico, essenziale. Scritto alle tre di notte ma meditato a lungo. Mi girava in testa da almeno due anni, e la lunga esitazione l'ha asciugato fino a diventare mezza paginetta, spero abbastanza intensa da far piacere a chi la legge. Sicuramente non vi annoierà, e questo è già un gran bel risultato!

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Pavlov guardò nel cannocchiale del suo Nagant senza avvicinarsi troppo per non appannare le lenti gelate... davanti a lui, nella valletta innevata, c'era un bivacco. Probabilmente si consideravano abbastanza lontani dal fronte per accendere un fuoco all'aperto.

Facendo ruotare il fucile cercò gli ufficiali di quello sparuto gruppetto di miseri straccioni: era facile, erano quelli meglio vestiti, più dignitosi, con più lucenti stellette sulle spalline.

Erano in due e gli davano quasi le spalle. Le sagome spiccavano bene in controluce, era un tiro facile! Uno solo,p erchè lo sparo avrebbe dato l'allarme e il bersaglio non ci sarebbe stato più, ma bastava: un ufficiale in meno, un fascista in meno,un altro piccolo passo verso la vittoria finale del Popolo Sovietico.

Nel reticolo di mira c'era la testa di un ufficiale italiano, un berretto con un piuma in testa e il viso avvolto in una sciarpa, la luce del bivacco permetteva una buona visione, erano circa trecento metri... aggiustò l'alzo del cannocchiale per il tiro e poi guardò di nuovo... Adesso la testa si era chinata leggermente, una mano avvicinava al volto un rettangolino di carta debolmente illuminato dal fuoco: intravide la figura di una giovane donna bruna con un bambino in mano. Il soldato italiano la guardò un attimo e poi, con la mano che tremava, la baciò.

Il cecchino russo per un attimo rivide la moglie con in braccio il loro figlio,sulla soglia di un'isba tanto lontana nel tempo e nello spazio, rilassò il dito sul grilletto, poi spostò leggermente il fucile a sinistra.

Il tenente guardò ancora una volta con tenerezza lo sgualcito santino della Beata Vergine Madre che portava sempre con sé, poi lo ripose nella tasca della giubba.

Alla sua sinistra il Feldwebel Klaus Weiser storse la bocca in un ghigno di cinico disprezzo e disse:

"Ach... voi italiani siete sempre i soliti sentimentali baciapile, che cosa può fare per te quel pezzo di carta? Salvarti la vita?"

Furono le sue ultime parole, prima che la sua testa esplodesse in una nuvola di sangue.

Sandro Degiani

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Diamo spazio all'invenzione di Generalissimus:

Acciaio a Oriente

Ormai erano gli ultimi momenti della battaglia.
Le truppe russe stavano resistendo più che potevano, ma non c’era più niente da fare, il loro destino era stato scritto.
Da quel giorno in poi, il nome Mukden sarebbe stato associato ad una disfatta per l’Impero Russo, almeno per quel poco tempo che gli rimaneva.
A combattere tra le ultime linee organizzate russe c’era il giovane Tenente Oleg Vladimirovič Vaganov, che stava disperatamente cercando di tenere unito il suo reparto, falcidiato dall’artiglieria e dalle cariche giapponesi.
“Forza! Ricompattiamoci di nuovo! Si stanno preparando per una nuova carica!”, urlò il Tenente.
Nonostante il fragore della battaglia, riusciva a distinguere quasi con chiarezza le esultanze e le invocazioni all’Imperatore provenienti dalle linee giapponesi.
L’assalto nipponico non si fece attendere.
Nonostante fossero esausti, gli uomini di Vaganov combatterono come delle furie dai loro trinceramenti per provare a far demordere i soldati del Sol Levante.
Nel bel mezzo dello scontro però, dalle retrovie si palesò un Sottufficiale: “Chi comanda qui? Chi è il comandante di questa unità?”, chiese.
“Credo di essere io, Sottufficiale”, rispose il Tenente Vaganov, “il Maggiore Školnik è irreperibile dalla scorsa notte, un tiratore scelto nemico ha centrato ha centrato in piena fronte il Capitano Telepnev e così via.
Mi sa tanto che dovrà riferire a me”.
“Tenente, è appena arrivato l’ordine di ritirata! Tutte le unità impegnate nell’area di combattimento devono sganciarsi e ritirarsi verso il confine russo”.
“E come dovrei ritirarmi? Lo vedete in che situazione mi trovo? Sono sotto pesante pressione! Non posso mollare tutto così e andarmene, la mia ritirata rischierebbe di trasformarsi in una rotta!” Il Sottufficiale che stava fungendo da messaggero, però, scrollò le spalle e disse: “Con tutto il rispetto, Signor Tenente, ma ambasciator non porta pena.
Il mio lavoro l’ho fatto, gli ordini li ho trasmessi, come li eseguirete non mi riguarda, adesso se permettete corro ad avvertire le altre unità… Ammesso che ce ne siano rimaste altre”.
Il Sottufficiale si dileguò come era comparso, e il Tenente, con un senso di rabbia che gli cresceva dentro, tornò a rivolgere la sua attenzione alla battaglia in corso.
“Avete sentito, uomini? Dobbiamo ritirarci! Proveremo ad approfittare della prossima pausa nell’attacco dei Giapponesi per andare via da qui! Continuate a sparare e tenetevi pronti a evacuare le trincee!” Ma qualcuno non era d’accordo con il piano dell’ufficiale: “No, Tenente! Dobbiamo fuggire adesso!” Vaganov non poté che rispondere interdetto: “Cosa?! Non se ne parla! Per quale motivo dovremmo scappare adesso? Sarebbe un disastro! Qui stiamo rasentando l’insubordinazione!” “Ma i Giapponesi hanno già sfondato le retrovie! Ci hanno accerchiati! Presto ci travolgeranno da tutti i lati! Non possiamo rimanere qui!” Vaganov provò a controbattere, ma venne nuovamente interrotto da un altro soldato: “Tenente guardi! Alla nostra destra!” Vaganov sfoderò il binocolo dalla sua custodia e osservò la situazione nella direzione lui indicatagli.
Una grossa nuvola di polvere rivelò la ritirata di un grosso contingente russo.
Il Tenente trasse da sé le proprie conclusioni: “Ma quella è la cavalleria del Generale von Rennenkampf! Sta abbandonando il campo di battaglia! Così rimarremo senza copertura!” Dopo un altro sguardo a quella zona Vaganov capì che anche le altre unità di fanteria stavano gettando la spugna.
“Dannazione! Il fronte sta cedendo! Ormai è il panico! Va bene, uomini! Ce ne andiamo di qui!” I soldati rimasti non se lo fecero ripetere due volte.
Il fuggi fuggi generale dei Russi venne facilitato da un improvviso e insperato arresto dell’attacco nipponico.
“Correte! Correte! Non fermatevi per nessun motivo! Accidenti, ma perché quei maledetti non ci inseguono?” La risposta arrivò subito sotto forma di boati ed esplosioni.
“Ci attaccano con l’artiglieria! Continuate a muovervi verso nord, ma cercate dei ripari!” Fu l’ultima cosa che disse il Tenente Vaganov.
Un sasso fatto schizzare via dall’esplosione di un proietto dell’artiglieria nipponica lo colpì alla testa e gli fece perdere conoscenza.
Vaganov non seppe per quanto tempo rimase in questo stato, steso a pancia a terra circondato dai cadaveri di quelli che un tempo erano i suoi commilitoni e sottoposti.
Fu la presenza di qualcuno vicino a lui a farlo rinvenire.
La battaglia era terminata verso sera, e adesso si intravedevano le prime luci dell’alba.
Vaganov rimase in silenzio sperando che colui che gli stava accanto lo scambiasse per morto, ma dato che non sentiva altri rumori se non il frugare nel tascapane che portava a tracolla, capì che si trattava di una sola persona.
Quando lo sconosciuto passò a frugare le tasche dei pantaloni del Tenente, questi, con uno scatto che gli costò parecchi sforzi, gli sferrò una gomitata in pieno volto, facendolo prorompere in un urlo di dolore misto a stupore: “Aaaah, maledetto bastardo, ma tu sei ancora vivo!” “Sei russo!”, disse uno stupito e al tempo stesso sollevato Vaganov.
Lo sconosciuto, massaggiandosi la mascella offesa, esclamò, con un pesante accento che il Tenente non riuscì ad identificare: “Ebbene sì, sono russo”.
“Che cosa ci fai qui?” “E che cosa ci dovrei fare, secondo te? Nella confusione mi sono perso e mi sono trovato separato dalla mia unità.
E adesso cerco di scappare a nord, come credo che dovresti fare anche tu adesso”.
“Ah, sì? Ed è così che si “scappa”? Prendendosi tutto il tempo per fare sciacallaggio a discapito dei tuoi poveri camerati defunti?” “Beh? Niente mi impedisce di raccattare un po’ di cosine interessanti strada facendo.
Dove alcuni perdono altri vincono, guarda un po’ cosa ho arraffato, infatti!” Il soldato misterioso, ridendo sotto i folti baffi che portava, tirò fuori dalla sua giacca tre orologi da tasca d’argento marcati Pavel Buhre, ma appena li vide Vaganov glieli strappò di mano indispettito.
“Ehi, quelli sono miei!”, provò a protestare il milite, ma il Tenente Vaganov rispose adirato: “Col cav9lo che sono tuoi! Guarda qua, dietro ci sono le incisioni dei loro legittimi proprietari… Štabs-kapitan Alekseev, questo qui lo conoscevo anche…” Il soldato però era visibilmente furioso: “Ascoltami bene, amico, faresti meglio a restituirmi quegli orologi, mi ci vuole un attimo per farti secco”.
“Rischiando di attirare i Giapponesi? Non credo proprio! E poi potrei benissimo restituirti la cortesia, anche io sono armato”.
Il Tenente disse queste ultime parole estraendo il suo revolver d’ordinanza dalla fondina.
“E va bene amico, mi arrendo, hai scoperto le mie carte, tieniti pure quei cipolloni, tanto erano pure rotti.
Ma adesso che si fa?”, chiese il soldato.
“Semplice”, disse Vaganov alzandosi lentamente, “continuiamo ad andare verso nord, sperando di non incontrare pattuglie giapponesi.
Suggerirei di attraversare le colline e stare lontani da strade, ferrovie e centri abitati.
Ah, a proposito, giusto per mettere i puntini sulle i, non pensarci nemmeno di riavere indietro il maltolto, perché lo restituiremo alle famiglie degli sventurati legittimi proprietari”.
“Ah, sì? In base a quale autorità?” “La mia”.
“In che senso, amico?” “Cos’è, non ti sei ancora accorto che sono un ufficiale? Sono il Tenente Oleg Vladimirovič Vaganov, 148° Reggimento, 37a Divisione di Fanteria, 1a Armata della Manciuria.
Di conseguenza ti pregherei di smetterla di chiamarmi “amico” e di rivolgerti a me col dovuto rispetto”.
Il soldato emise versi di disappunto, subito interrotti dalle parole del giovane ufficiale: “Forza, mettiamoci in cammino, abbiamo già perso troppo tempo”.
Vaganov fece seguire subito i fatti alle parole, e il soldato non poté fare altro che accodarsi a lui: “Tenente! Ehi, Tenente! Non se la sarà mica presa per tutto quello che è successo prima! Sa com’è, lei era mezzo ricoperto di terra, e il fango sulle spalline non mi ha aiutato a capire che lei era un ufficiale.
Vaganov però lo liquidò freddamente: “Sì, sì, certo, come no, però adesso muoviamoci, d’accordo?” “Sì, sicuro, andiamo, ma almeno, Tenente, ha un’idea di dove dovremmo andare?” “Beh, la città più vicina dove potrebbero rifugiarsi le forze russe è Tieling, ma ho sentito che in caso di sconfitta c’erano piani per creare una nuova linea difensiva a Ssupingkai.
Credo proprio che troveremo lì i nostri compatrioti”.
“Sa come arrivarci, Tenente?” “Certo, ho delle mappe nel mio tascapane, sempre ammesso che qualche mano troppo lunga non se ne sia impossessata…” “Eh, eh, no Signor Tenente, quelle non mi interessavano e le ho lasciate lì dove erano”.
Vaganov, si fermò un attimo, verificò che fosse così, estrasse le mappe e le esaminò per farsi un’idea di dove si trovasse e tracciare un itinerario.
Dopo un po’ disse: “Bene, possiamo procedere, si va a Tieling”.
“Sempre che il Generale Kuropatkin non abbia fatto un macello e a quest’ora non siano tutti a Chabarovsk o peggio ancora.
Che sia maledetto quell’incompetente e chi lo ha messo al suo posto”.
“Anche se si trattasse dello Zar in persona?”, disse Vaganov con un sorriso beffardo.
“Soprattutto se si è trattato dello Zar in persona.
La sconfitta è quello che si merita, il modo in cui si è conclusa ed è stata condotta questa guerra del cavolo è un altro chiodo nel coperchio della sua bara che sta ormai per chiudersi.
Il giorno in cui lo appenderemo per i piedi e noi proletari ci divertiremo a prenderlo a bastonate a turno nella Piazza del Palazzo è sempre più vicino”.
“Basta, ma che razza di discorsi sono questi? Dovrei consegnarti alle autorità per lesa maestà appena arrivati.
Non sarai mica un Marxista?” “Eh, eh, colpevole come da accusa, vostro onore!” “Ma che diavolo ci fa uno come te in questo carnaio?” “Semplice, Signor Tenente, sono qui contro la mia volontà.
Ne ho fatta una di troppo, e così, visto che c’era in corso questa bella guerra, il giudice ha pensato bene di offrirmi, in alternativa ai lavori forzati, la possibilità di redimermi arruolandomi”.
“Ah, stupendo, adesso accettiamo anche i rivoluzionari nell’esercito? Forse non dovrei stupirmi più di tanto se abbiamo perso.
E poi come fai a dire che sei qui contro la tua volontà? Potevi benissimo scegliere i lavori forzati”.
“Sa com’è, Tenente, mi ritengo un uomo d’azione.
Spaccare pietre per dieci anni con una palla al piede non mi si addiceva per niente”.
“Bah, ci rinuncio.
Forza, andiamo, la strada è lunga”.
I due si avviarono continuando verso nord, seguendo le tracce dell’esercito russo, la cui ritirata si era davvero trasformata in una rotta disordinata.
Arrivarono su un’altura nei pressi di Tieling, scampando per due volte ad uno spiacevole incontro con i soldati giapponesi, impegnati a ripulire le retrovie e ad inseguire i Russi.
Con loro gran disappunto, scoprirono che la città era stata data alle fiamme.
“Dannati Giapponesi!”, esclamò il soldato, ma Vaganov lo contraddisse di nuovo: “No, non sono stati loro.
Credo che Kuropatkin abbia ordinato di darla alle fiamme per paura che i Giapponesi avanzassero ancora.
Guarda tu stesso”.
Il Tenente porse il suo binocolo al soldato.
“Che cosa dovrei guardare?”, chiese questi.
“Le truppe giapponesi nei dintorni di Tieling, e quel polverone in lontananza verso nord sono i nostri soldati che stanno andando verso Ssupingkai”.
Il soldato constatò che quello che diceva Vaganov era vero.
“Quanto è lontana da qui Ssupingkai, Tenente?” “Dieci giorni di marcia”.
“Ma riusciremo a raggiungere il grosso delle forze russe?” “Solo se non ci fermiamo mai e se la fortuna continuerà ad assisterci impedendoci di fare brutti incontri”.
“Allora dobbiamo prima di tutto superare Tieling senza che ci vedano, Tenente”.
“Per una volta da quella bocca esce qualcosa di sensato, mio baffuto amico.
Per fortuna ho visto una piccola foresta che potrebbe fare al caso nostro.
Forza, rimettiamoci in cammino”.
E infatti la fortuna li assistette.
I due attraversarono la foresta e superarono quello che rimaneva di Tieling senza essere infastiditi.
Dopo un po’ il soldato si rivolse di nuovo a Vaganov: “Tenente, riguardo a poco fa, la avviso che se io non posso chiamarla “amico”, neanche lei può usare quel termine nei miei confronti.
Soprattutto perché io non sono certo amico dei borghesi come lei”.
“Suvvia, non essere così fiscale.
E poi scommetto che se mi conoscessi meglio scopriresti che non sono affatto così malvagio come mi dipinge la tua propaganda.
Ah, e per tua informazione, gli operai delle fabbriche che possiede mio padre vengono trattati con i guanti”.
“E questo che c’entra?” “E poi scusa, ma da quando ci siamo incontrati non mi hai ancora neanche detto come ti chiami, come dovrei… Fermo! Arriva qualcuno alle nostre spalle! A cavallo!” I due si fermarono e si girarono, mentre Vaganov utilizzava di nuovo il suo binocolo per capire chi fossero i cavalieri che si stavano avvicinando dalle posizioni giapponesi.
“Honghuzi”, sentenziò Vaganov.
“Come? Tungusi?” “No, Honghuzi, banditi cinesi al soldo dei Giapponesi.
Non fare niente di avventato, mi raccomando”.
“Quanti sono?” “Cinque”.
I razziatori cinesi raggiunsero in poco tempo i due dispersi russi e iniziarono a minacciarli: “ 你,你停在哪裡!” “現在您將與我們一起!” “Ma andate tutti al diavolo!” Il soldato estrasse una rivoltella e una semiautomatica giapponesi dalla sua giacca e aprì il fuoco contro gli Honghuzi, colpendone due.
Il Tenente Vaganov, colto di sorpresa, non poté fare altro che sfoderare il suo revolver Nagant e colpire un terzo predone.
Gli altri due, colti dal panico, iniziarono a tornare al galoppo verso le linee nipponiche, ma con un altro colpo di semiautomatica Nambu il soldato riuscì a colpire un quarto malvivente.
Vaganov sparò un altro colpo contro il quinto, ma ormai era troppo lontano.
Il Tenente si rivolse furioso al soldato, che intanto stava afferrando al volo per le briglie due dei cavalli dei Cinesi prima che potessero allontanarsi troppo: “Che diavolo ti è saltato in mente?! Avevo detto niente azioni avventate!” “Appunto, mi sono accorto che solo uno di loro era armato di fucile, ho calcolato il rischio e adesso abbiamo due cavalli.
Con questi potremo raggiungere i nostri compagni in men che non si dica”.
Il soldato porse a Vaganov le briglie di uno dei cavalli, e questi commentò: “Spero per te che siano freschissimi, perché dovremo correre come se avessimo il diavolo alle calcagna.
Se quell’Honghuzi che è scappato riesce ad avvisare i suoi compari giapponesi siamo spacciati”.
“E allora che stiamo aspettando, Tenente?”, disse il soldato, che era già saltato in sella, “Andiamo via di qui!” Il soldato partì al galoppo in direzione dei Russi in ritirata, e il Tenente Vaganov si affrettò a seguire il suo esempio.
Grazie al fatto di non essere più appiedati, le linee amiche si stavano facendo sempre più vicine, e presto i due sarebbero arrivati in vista della retroguardia russa.
Per stemperare la tensione, Vaganov si avvicinò al soldato e si complimentò con lui: “Te la sei cavata bene con quelle pistole”.
“Grazie, Tenente, non è la prima volta che sventolo pistole in faccia qualcuno…” La conversazione venne interrotta dal sibilare di un proiettile.
“E quello da dove diavolo veniva!?” “Lassù, Tenente! Quella collinetta alla nostra destra!” Vaganov si voltò, e vide con orrore una squadra della cavalleria giapponese che scendeva di gran carriera lungo il pendio dell’altura indicata dal soldato.
“Come diavolo abbiamo fatto a non accorgercene? Eppure dovevamo aspettarcelo!” “Inutile recriminare, Tenente! Se vogliamo scamparla dobbiamo combattere, e sperare al contempo che i nostri non siano troppo lontani.
Quanti colpi le sono rimasti?” “Pochi, quando è arrivato l’ordine di ritirarsi da Mukden ero già quasi a secco, oltre ai quattro che ho nel tamburo me ne sono rimasti solo altri sei”.
“Allora dovremo arrangiarci, ho preso un bel po’ di munizioni dai Giapponesi a Mukden, per un po’ posso rispondere al fuoco ma sarebbe meglio non perdere tempo a farlo”.
“Già, pensiamo a correre piuttosto e affidiamoci al buon Dio”.
“Non esiste nessun Dio, Tenente”.
“Riparliamone quando saremo in salvo!” I due galopparono a testa bassa verso le linee russe, mentre i cavalieri nipponici continuavano a sparare contro di loro con tutto quello che avevano, infastiditi da sporadici colpi di pistola del soldato.
Ormai però la distanza tra di loro si stava riducendo sempre di più, ma alla fine il miracolo avvenne: una squadra di Cosacchi russi a cavallo impegnata in azioni di retroguardia, attirata dal trambusto, arrivò in soccorso di Vaganov e del suo compagno, mettendo in fuga la cavalleria giapponese dopo un breve scontro a fuoco.
Dopo aver constatato di essere finalmente al sicuro, il Tenente si voltò verso il soldato: “Hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Adesso… Oh”.
Vaganov si accorse che il soldato si era accasciato sul cavallo.
Una delle ultime pallottole sparate dai militari del Sol Levante lo aveva colpito al petto e si era rivelata fatale per lui.
I Cosacchi fecero scendere da cavallo il corpo esanime del povero soldato, mentre il comandante del drappello di soccorritori si presentò a Vaganov: “Mi dispiace per il suo amico, Tenente.
Comunque sia mi presento: sono il Wachtmeister Makovskij dei Cosacchi dell’Ussuri.
Non si preoccupi, gli altri soldati sono più avanti, diretti verso Ssupingkai, dove il Generale Kuropatkin sta organizzando una nuova linea difensiva contro l’avanzata giapponese, la farò scortare da due dei miei uomini.
Se posso chiedere, chi era l’uomo che l’accompagnava?” “Se devo essere sincero, non lo so.
Mi ha trovato mentre ero privo di conoscenza sul campo di battaglia di Mukden, e mi ha seguito fino a qui”.
“Beh, le ha salvato la vita, Tenente, una promozione postuma a Efrejtor non gliela toglie nessuno”.
“Sì, concordo, in fondo senza di lui non sarei mai riuscito a ricongiungermi al resto dell’esercito”.
Uno dei Cosacchi del plotone si avvicinò ai due superiori: “Signore, abbiamo trovato i suoi documenti… Oltre a parecchia roba che sembra abbia trafugato ai cadaveri di amici e nemici… Sembra che quel soldato fosse georgiano.
Non riesco a pronunciare bene il suo nome, ma credo che fosse Iosif Vissarionovič Džugašvili.”

Generalissimus

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E ora, un altro suggestivo racconto scritto a quattro mani da Tommaso Mazzoni e Paolo Maltagliati:

Il Generale Inverno

Russia, presso un antico santuario pagano negli Urali centrali, la notte del 30 Novembre 1941

I due uomini in uniforme stavano aspettando, nel cuore della notte, davanti ad una ciotola di vodka su un altare improvvisato; uno dei due, sguardo intenso, spalle larghe, folti baffi bianchi, sbuffò con impazienza:

"Compagno, spero vivamente che questa non sia una perdita di tempo! Abbiamo una guerra da vincere!"

Il suo compagno, capelli neri, occhiali e baffi sottili stava per rispondergli, quando un brusco calo di temperatura lo interruppe. Un uomo alto, vecchio come può esserlo una montagna o un ghiacciaio, con un mantello dai molti colori, i cui passi sembravano lasciare impronte di ghiaccio, era arrivato. Bevve la vodka dall'altare, e guardò i due uomini.

"Era un po' di tempo che nessuno mi invocava secondo le antiche usanze."

La sua voce aveva il suono delle tormente, ma allo stesso tempo era calma e placida come un fiocco di neve.

"Cosa desiderate da me, Josef figlio di Vissarion, e Vyacheslav, figlio di Mikhail?"

L'uomo più anziano, per nulla intimidito, parlò con la voce ferma di chi è abituato ad essere obbedito:

"La Madre Russia è invasa! In nome degli antichi patti, tu devi difenderla!"

La temperatura calò di nuovo, mentre l'antico essere guardava l'uomo; occhi di ghiaccio contro occhi di ghiaccio.

"Io devo? Così tu, uomo d'acciaio, vieni da me a ricordarmi i miei doveri..."

Con uno scatto impossibile per un uomo della sua età apparente, l'antico essere afferrò per la gola quel mortale impudente, e con calma glaciale lo sollevò come se non avesse peso: il suo tocco sembrava privarlo di ogni calore corporeo.

"Antichi patti furono forgiati, e rispettati, fino al giorno in cui voi avete preso il potere; avete fatto la guerra a noi, e alla fede del nostro signore, Colui che è infinitamente a noi superiore, molto più di quanto la mia razza lo sia della tua; ora dimmi, mortale perché dovrei fare altro che non ridurti a frammenti di ghiaccio?"

Mentre Stalin penzolava inerme dalla mano dell'entità, Molotov soggiunse:

"Sommo Morizov, Generale Inverno, guardiano della Madre Russia; abbiamo mancato, siamo stati stolti ed ignoranti, ma se siamo qui, oggi, è perché sappiamo che gli Immortali non dimenticano e non mancano alla loro parola."

La divinità pagana, nota anche come Stribog, signore dei turbini e delle tempeste, ristette a lungo, pensoso. Le gelide pupille saettavano a destra e a sinistra, come se la loro attenzione andasse da un lato all'altro di un immaginario uditorio. Poi lasciò andare Stalin, che annaspò, affamato d'aria, battendo i denti dal freddo e dalla paura.

"E sia! Gli antichi patti vanno rispettati. Io e i miei fratelli abbiamo raggiunto un consenso", soggiunse infine, con voce profonda e solenne il dio, mentre ancora Stalin cercava faticosamente di riprendersi.

Ma, mentre un sospiro di sollievo già esalava dalle bocche dei mortali presenti, un oscuro e nero turbine apparve improvvisamente dinnanzi a loro. Da esso si levò una voce. Non era affatto solenne o profonda... Piuttosto, sembrava lo sgraziato verso di una cornacchia, rauco e fastidioso. Eppure, alle orecchie dell'alto comando sovietico, aveva in pari tempo un che di terribile e inquietante.

"UN MOMENTO! Questo non è più un patto, o grande Stribog, ma un dono. Li lascerai forse andare senza chiedere nulla in cambio?"

Dalla nera voragine comparve una vecchia, gobba e smunta. I capelli argentati le scendevano disordinatamente sul volto, solcato da profonde rughe. Niente in quella figura, in tutto simile a quella di mille altre vecchie contadine russe, poteva incutere timore. Ma allora com'era possibile che persino il potente e antico dio del freddo aveva abbassato il capo in segno di saluto e rispetto?

Poi Molotov soffermò per un istante il suo sguardo sugli occhi della nuova arrivata. Fu un istante, ma bastò per farlo sobbalzare, tremebondo.

Per quel decimo di secondo aveva sentito come la sua anima risucchiata, da quelle due fessure più nere di una notte senza stelle.

"Baba Yaga..." mormorò Stribog l'immortale.

All'udire quel nome tutti sgranarono gli occhi. Ognuno di loro aveva sentito, durante l'infanzia, racconti che avevano al centro una terribile strega. Era il personaggio preferito da ogni madre per indurre i bambini a non fare i capricci e andare a letto presto... E ora era lì, di fronte a loro.

"O déi, se elargite a questi umani con troppa larghezza il vostro aiuto, essi si faranno altezzosi, quanto e peggio di oggi. Un patto esige SEMPRE un sacrificio... In più - aggiunse con un raggelante ghigno malefico rivolto all'uomo d'acciaio - Vodianoy ultimamente ha sempre fame..."

"Hai ragione."

Quelle due semplici parole del dio pietrificarono il cuore degli uomini. Cosa sarebbe accaduto ora?

"Che prezzo fisseresti, strega?" chiese Stribog, rivolto a Baba Yaga. Al che, lei prontamente rispose:

"Il Dio dei cristiani è troppo misericordioso, potrebbe perdonarlo, alla fine. Poreniec grida e a Vodianoy brontola lo stomaco... l'anima di colui che chiamano 'uomo d'acciaio' da dar loro in pasto... Per l'eternità."

Stalin avrebbe voluto gridare, inginocchiarsi, supplicare, come molti di lui avevano fatto al suo cospetto. Ma non gli fu dato né il tempo, né il modo. La sua bocca si fece a un tratto arida come il deserto e se anche si sforzava, non ne usciva alcun suono. I suoi compagni e sottoposti sapevano che la strega intendeva ciò che diceva; eppure, come lui, tacevano.

"Dannazione, perché nessuno si vuole sacrificare al posto mio?!? Mi vendicherò!" Pensò, senza riuscire a esternarlo.

Dopo un momento che parve un'eternità. Striborg fece un altro cenno di assenso alla strega e ripeté nuovamente il giuramento:

'E sia! Pagando questo prezzo gli antichi patti saranno onorati."

Ed ecco, i venti iniziarono a soffiare verso ovest. Morizov e Baba Yaga scomparvero, come se non fossero neppure mai esistiti se non nella fantasia degli antichi pagani che abitavano sotto tende di pelli e bevevano latte fermentato intorno al focolare nelle gelide notti invernali.

"Ancora una volta, il Generale Inverno marcia alla testa dei Soldati Russi!" commentò Molotov, aiutando il suo leader ad alzarsi in piedi. E sotto i baffi era possibile intravedere un sorriso vendicativo, ripensando al prezzo che era stato necessario pagare per ottenere il decisivo aiuto degli antichi signori del mondo.

Tommaso Mazzoni e Paolo Maltagliati

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A questo punto, non possiamo non riportare un'altra cronologia fantasy di Tommaso Mazzoni:

La mummia come non te la aspetti

1922
Howard Carter, invece di portare alla luce la tomba di Tutankhamon, ritrova quella di Imhotep, Architetto, Medico e Astronomo, Consigliere del Faraone Zoser; Insieme alla mummia di Imhotep, Carter ritrova anche una copia in perfetto stato di conservazione del Libro dei Morti; l finanziatore di Carter, Lord Carnarvon, ha la malsana idea di leggere il libro ad alta voce; come risultato; Imhotep si risveglia dalla morte; Imhotep era un uomo di grandissima cultura ed ingegno, e ed era esperto sia di scienze naturali che di scienze arcane; con il suo grande intelletto non ha difficoltà a colmare il vuoto di 47 secoli di conoscenza, anche aiutato dai suoi grandi poteri magici e dal suo stato di non morto;

1925
Dopo un paio d'anni di studi, Imhotep ha colmato il gap in conoscenze, ed inizia ad agire; per prima cosa individua tutte le tombe di tutti i Faraoni, ed utilizza il loro immenso tesoro collettivo per finanziare i suoi progetti; con la sua magia, placa le anime dei Faraoni ed evita di scatenare la loro collera, con una eccezione; il giovane Faraone Tuthankamon, il quale viene prescelto da Dio, che egli chiama Amon-Ra per fermare i piani di Imhotep, pericolosi per l'equilibrio mondiale.

1926
Harry Houdini, maestro delle arti mistiche Statunitense, di origini Ungheresi, che dissimula le sue attività smascherando i ciarlatani, si finge morto per iniziare una campagna segreta contro Imhotep.

1927
Imhotep si avvicina a Re Fuad I, e riesce a conquistarne la fiducia.

1930
La classe dirigente egiziana è convertita all'Ogdoadismo, e approva la nomina a Gran Vizir di Imhotep con il nome di Malik al-Mawtaa (Re dei Morti); Inizia la costruzione della Piramide Nera, un immensa struttura pensata per amplificare il potere di Imhotep.

1931
Londra si sente minacciata dalla politica neo-faraonica di Imhotep e minaccia l'intervento, ma si scatena la Peste Bianca, una malattia che colpisce solo gli occidentali e che decima l'esercito britannico; I sacerdoti della nuova religione adducono agli Dei il merito di questa vittoria contro gli occidentali.

1932
Iniziano persecuzioni contro i Cristiani e i Musulmani d'Egitto che vengono costretti in massa a convertirsi all'Ogdoadismo; Tutankhamon crea il culto clandestino dell'Enneade per opporsi ai piani di Imhotep. Al-Mawtaa è identificato come il Dajjāl dai Musulmani, e come l'Anticristo dai Cristiani.

1933
Imhotep incontra Erwin Torre, il Ministro per le Scienze Sovrannaturali del governo Hitler, e i due stringono un accordo di collaborazione.

1936
Alla morte di Fuad I, Imhotep decide che non ha più bisogno della famiglia Reale, e la fa sterminare; si salva solo la principessa Fawzia, salvata da Tutakhamon.
Imhotep si incorona Faraone Eterno del Regno di Kemet.
L'Alleanza fra la Germania e l'Egitto preoccupa immensamente il Vaticano, che non puo permettere l'alleanza fra l'Italia e gli Anticristi; Pio XI incarica l'Ente, il proprio servizio segreto, l'Ordine di San Giacomo, da sempre la prima linea di difesa della Chiesa contro i non Morti, e il Pugnus Dei, l'ordine monastico di combattenti al servizio della Chiesa di attivarsi al fine di prevenire l'empia alleanza.

1937
Pio XI incontra il capo della Società dei Tre Re, l'organizzazione che ufficiosamente assiste la Chiesa sulle questioni riguardanti l'arcano; ufficialmente sciolta da Gregorio XV, con la proibizione dell'Astrologia, la Società è sempre rimasta attiva; Pio XI decide di riconoscere ufficialmente la società, al fine di contrastare la Bestia che viene dal Mare. Fratello Baldassarre, nome in codice con cui è da sempre conosciuto il Triumviro capo della società, accetta l'incarico, e diventa Prefetto della Pontificia Congregazione per la Difesa dalle Minacce Esoteriche.

1938
Mussolini muore in un incidente d'auto, dal quale non sembra estranea la mano dell'Ente, insieme al MinRicArc, il Ministro delle Ricerche Arcane, Girolamo Comi, a Farinacci e a Pavolini, esponenti dell'ala filo-tedesca.
Galeazzo Ciano è incaricato di formare un nuovo governo; nominato MinRicArc il Professor Ernesto Bozzano, critico verso le pratiche negromantiche del suo predecessore.
Completata la Piramide Nera.

1939
L'Egitto entra in guerra a fianco della Germania, e gli eserciti Franco-Britannici in Africa sono sconvolti dal potere del Faraone, che oltre alla Peste Bianca, alla quale stata però trovata una cura, ricorre a tempeste di sabbia, sciami di scarabei in grado di divorare perfino i mezzi corazzati e altri incredibili poteri; ma Francia ed Inghilterra non sono rimasti con le mani in mano, e hanno schierato rispettivamente il Lord Taumaturgo della Corte Reale Britannica, Lord Geoeffrey Hodson, primo Barone Hodson, sotto le cui mentite spoglie si nasconde niente popò di meno che Myriddin ap Gwidyon, Mago Merlino in persona e il Ministro delle Ricerche sul Paranormale francese, Pierre François Xavier Vincenti, anche lui, sotto mentite spoglie, sotto cui si nasconde Michel de Nostredame, ovvero Nostradamus.
L'occupazione della Cecoslovacchia da parte dei Nazisti obbliga il Rabbino Šimon Adler a costruire il Golem a protezione della comunità.
Ciano riforma il Partito Fascista in Partito Nazional-Democratico Italiano; le elezioni, con la Legge Acerbo, sono aperte ai ricostituiti Partiti Politici, e sono vinte dai Nazional-Democratici.

1940
Mentre Merlino riesce a soccorrere le truppe alleate a Dunkirk e a teletrasportarle in salvo in Inghilterra, Nostradamus non è altrettanto fortunato sulla Mosella, dove Torre riuscirà a prenderlo prigioniero. Morirà prigioniero nel 1942.

1941
Attacco giapponese a Pearl Harbour. Gran parte della Flotta Americana si salva, perché hanno seguito le informazioni del Segretario di Stato agli Affari Arcani, Harry Salem, in realtà, Harry Houdini.
L'attacco all'Unione Sovietica viene sventato dalle azioni del Commissario del Popolo agli Affari Soprannaturali, Grigorij Efimovič Rasputin, sopravvissuto all'attentato del 1916 e schieratosi con il Partito Comunista in odio alla nobiltà che aveva tentato di ammazzarlo, perché aveva proposto allo Zar la pace; Rasputin era riuscito a mettere in salvo lo Zar e la sua famiglia, ma aveva cancellato loro la memoria al fine di impedire che diventassero la bandiera della contro-rivoluzione. Con i suoi poteri, Rasputin era l'uomo più rispettato e temuto dell'URSS, perfino più di Stalin. Durante la battaglia di Minsk-Białystok dovette cedere a Torre, perché un sicario Russo al soldo di Stalin cercò di assassinarlo. Si confrontò duramente con Stalin ad Ekaterinburg e minacciò di abbandonare L'URSS alle armate di Zombie di Torre; Stalin accettò di dare a Rasputin i pieni poteri; Una volta diventato Segretario del PCUS, Presidente del CCP e capo supremo delle forze armate Sovietiche, Rasputin trasformò Stalin in un topo, e organizzò la resistenza, facendo appello alla fede ortodossa.

1942
Tuthankhamon, con l'aiuto di Merlino e Houdinì, riesce a distruggere la Piramide Nera; Imhotep è distrutto, ma ha messo al sicuro il vaso canopo con i propri organi imbalsamati in Germania, e si ricostituisce a Berlino in pochi mesi.
Tuthankamon è nominato Faraone, fino alla fine della Guerra. L'Egitto dichiara guerra alla Germania.

1943
Imhotep uccide Hitler e trasforma Torre in una mummia al suo servizio, dopodichè si proclama Faraone di Germania; L'Italia dichiara guerra alla Germania e i Cavalieri di San Giacomo guidano le armate Italiane contro i Nazisti.

1944
Sbarco in Normandia, l'Ordine di San Dionigi, il Ramo Francese dei Cavalieri di San Giacomo scatena una violenta insurrezione. Nel frattempo, l'esercito Sovietico marcia su Berlino.

1945
Merlino, Rasputin e Houdinì affrontano Imhotep nella Battaglia del Cielo Infuocato e riescono ad avere la meglio su di lui grazie al sacrificio di Tutankhamon.
Dio, o Amon-Ra, se chiedete a Tutankhamon, riportano in vita il Faraone come essere umano; il giovane sposa Fawzia bin Saud e continuerà a regnare sull'Egitto, fino alla morte.
Rasputin restaurerà la democrazia in URSS, tornando alle origini degli ideali socialisti, ma abolendo l'ateismo; il Marxismo-Rasputinismo diventa l'ideologia di riferimento della 5^ Internazionale. Rasputin si ritirerà nel 1953, ma essendo immortale, è probabilmente ancora in vita, in un monastero in Siberia.
Houdinì resterà Segretario di Stato degli Affari Arcani per il resto della sua vita, conclusasi nel 1974.
Merlino tornerà in Galles, dove fonderà una scuola di arti arcane aperta al pubblico. La dirige tuttora, anche se fornisce spesso consulenze al governo di Sua Maestà.

Che ne dite?

Tommaso Mazzoni

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Novelle di Sandro Degiani

Il Console Pharaon Ulysses Kursk 1943 Capoverde 1944 New York 1946 Jevah Ritorno al Passato La minaccia del Krang Il Bianco muove e dà matto in tre mosse Gatto di Bordo Pilota Anche gli Dei devono morire Il Valore di un giorno Viaggio di un secondo Briciole Breve Storia del primo McDonald su Marte Volpiano Sud

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