Fatti non foste a viver come bruti!

dedicato alla mia collega Angela Cinzia Colombo

Dante e Beatrice contemplano il Paradiso, Gustave Doré, 1868

Dante e Beatrice contemplano il Paradiso, Gustave Doré, 1868

« [Dante] fue grande letterato quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare, versificare, come in aringa parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza il libro de la Vita nova d'amore; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d'amore molto eccellenti, e in trall'altre fece tre nobili pistole [...] E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe, filosofiche, e teologhe, con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie, compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell'essere e istato del ninferno, purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. [...] Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal grazioso non bene sapea conversare co' laici; ma per l'altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciano di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade. »
(Giovanni Villani, "Nuova Cronica" X, 136) 

La Divina Commedia rappresenta sicuramente il vertice assoluto mai raggiunto dalla letteratura italiana, ed il suo autore, il fiorentino Dante Alighieri (1265-1321), è a buon diritto celebrato come il massimo poeta italiano di ogni tempo. L'opera fu iniziata forse a Firenze verso l'anno 1300 e successivamente composta fra il 1307 e il 1320. Quasi sicuramente "Divina Commedia" non è il titolo a cui Dante pensava: in più passi del Poema egli la definisce "la comedìa", come ad esempio nei seguenti:

« ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro... » (Inf. XVI, 127-128)

« Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo... » (Inf. XXI, 1-3)

Nell'Epistola indirizzata a Cangrande della Scala il Sommo Poeta ribadisce questo titolo ("Incipit Comedia Dantis Alagherii"), e spiega che con il nome di "commedia" era abitudine definire un genere letterario che, da un inizio difficoltoso per il protagonista, si conclude con un lieto fine, al contrario della tragedia, che invece inizia bene e finisce molto male. Inoltre in tal modo il Ghibellin Fuggiasco (come lo chiamò Foscolo) avrebbe inteso contrapporre il proprio lavoro alla "Tragedìa" per eccellenza, l'Eneide del suo maestro Virgilio. L'aggettivo "divina" fu usato per la prima volta da Giovanni Boccaccio nel "Trattatello in laude di Dante" del 1373, e divenne comune solo alla metà del Cinquecento, quando Ludovico Dolce, nella sua edizione veneziana del 1555, impose il titolo boccacciano. Ma molti studiosi, fin dall'Umanesimo, hanno messo in dubbio che Dante pensasse davvero a questo titolo per la sua opera perchè, come ha scritto Umberto Eco, sarebbe come se Alessandro Manzoni avesse intitolato "Romanzo" i suoi "Promessi Sposi". La paternità dantesca della suddetta Epistola a Cangrande della Scala è tutt'altro che certa, ed inoltre lo stesso Dante nel "Paradiso" definisce invece la sua opera "il sacrato poema", termine che certo ha poco a che vedere con una "comedìa":

« E così, figurando il Paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso » (Par. XXII, 61-63)

L'opera è composta in terzine, per quanto ne sappiamo un metro ideato dallo stesso Dante, e si compone di 14.233 endecasillabi. Essa è suddivisa in tre Cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso, ognuna delle quali è suddivisa in 33 Canti, più un Canto iniziale introduttivo all'intera opera, per un totale di 100 Canti. Come tutti sanno, l'opera racconta il viaggio ultraterreno del Sommo Poeta (che parla in prima persona) attraverso i tre Regni dell'Oltretomba, al termine del quale riuscirà a godere per un istante della visione beatifica di Dio. Nel suo viaggio attraverso Inferno e Purgatorio è accompagnato dal poeta romano Virgilio (70-19 a.C.), simbolo della ragione umana, che può arrivare di per sé sola fino alle soglie della Grazia ma, se non è illuminata da questa, è condannata a restarne fatalmente esclusa. Nel Paradiso Terrestre e attraverso i Cieli del Paradiso a guidarlo è invece Beatrice, donna angelicata il cui corrispettivo storico è Beatrice Portinari, moglie di Simone de' Bardi, amata da Dante ma morta giovanissima l'8 giugno del 1290, che rappresenta la Grazia Santificante. Nell'ultima ascesa a Dio verso l'Empireo a guidare Dante è invece San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), detto "Doctor Mellifluus" e grande devoto di Maria, senza la cui intercessione Dante non potrebbe vedere Dio.

Nella discussa Epistola a Cangrande della Scala Dante Alighieri afferma che il proposito della sua Commedia è quello di « removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis », cioè "allontanare coloro che vivono in questo mondo dallo stato di miseria e condurli ad uno stato di felicità". Dante si sente dunque investito da una missione divina: riportare l'umanità del suo tempo, sempre più traviata e corrotta a partire dalla stessa Chiesa, dominata da Papa Bonifacio VIII, sulla retta via che, attraverso penitenza, sapienza ed ascesi la ricondurrà alla sua vera patria, la dimensione divina. Come ha commentato Natalino Sapegno, « Dante sente l'esigenza di ristabilire la saldezza, che egli sente gravemente minacciata e quasi distrutta, di un ordine intellettuale e normativo, consacrato da una tradizione secolare di cultura; di ricondurre la città dell'uomo [...] a combaciare in ogni momento e condizione con il modello trascendente della Città di Dio. »

Ma soprattutto, al di là del racconto del favoloso viaggio oltre i confini della morte e del tempo, al di là dell'interpretazione allegorica secondo cui il Poema è metafora del percorso che deve seguire l'uomo per giungere alla salvezza, al di là del denso simbolismo che impregna l'opera e ha fatto lambiccare il cervello a generazioni di studiosi, al di là dell'alto ufficio morale che Dante si è autoattribuito, al di là di tutto ciò, la Divina Commedia rappresenta anche la summa di tutto il sapere dell'età antica e dell'età medioevale. Le sue similitudini sono dense di dottrina, non solo filosofica e religiosa; ogni stranezza vista da Dante nei tre Regni dell'Aldilà è occasione per dotte disquisizioni che dimostrano la sua perfetta padronanza del sapere in voga al suo tempo, e non solo dei Classici latini da Virgilio ad Ovidio, o dei Trovatori provenzali; e spesso le sue guide e i suoi interlocutori si lasciano andare a lunghe digressioni sui più disparati argomenti, nelle quali l'impareggiabile maestria dell'Artista si unisce sempre alla perfetta rigorosità dell'Uomo di Scienza. Dante, insomma, fu anche un grande Uomo di Scienza. Fu Uomo di Scienza del Medioevo, un'epoca in cui la Scienza era ben diversa dalla nostra: non si basava esclusivamente su leggi matematiche, come sarà da Galileo Galilei in poi, ma su meditazioni ed elaborazioni filosofiche nelle quali si mescolavano la Teologia, la Filosofia Scolastica, la Fisica Aristotelica, l'Astrologia, l'Alchimia, la Magia, insieme al grande retaggio della matematica e della fisica greche.

Tra i riferimenti scientifici di Dante si annoverano:

Sicuramente però una delle principali fonti del sapere medioevale di Dante è rappresentato dal suo maestro Brunetto Latini, nato a Firenze intorno al 1220. Prese parte alla vita politica del Comune come notaio, militando tra i guelfi, e fu inviato in qualità di ambasciatore presso re Alfonso X di Castiglia, ma mentre era sulla via di ritorno seppe della tremenda sconfitta rimediata dai guelfi a Montaperti contro i ghibellini, guidati da quel Manente degli Uberti (detto Farinata) che è protagonista del X canto dell'Inferno. Decise perciò di restare in esilio in Francia, e rientrò a Firenze solo dopo che i ghibellini erano stati a loro volta scacciati in seguito alla sconfitta di re Manfredi a Benevento nel 1266. Ricoprì l'incarico di cancelliere per Guido di Monfort, vicario di Carlo I d'Angiò in Toscana, e morì nella sua città nel 1294, quando Dante aveva 29 anni. Durante l'esilio scrisse in francese il "Trésor", un grande trattato enciclopedico; infatti nel Medioevo era di moda scrivere vere e proprie "summe" di tutto lo scibile umano, come avevano fatto tra gli altri Beda il Venerabile e Isidoro di Siviglia. Rientrato a Firenze, scrisse in volgare il "Tesoretto", in versi a rima baciata, a cui Dante deve molto, e tradusse anche in volgare le opere retoriche di Cicerone. L'importanza inestimabile della sua opera, in cui l'ambizione letteraria è unita a un forte interesse pratico e scientifico, si riflette nel ritratto che fece di lui il Villani:

« Fu grande filosofo e sommo maestro in retorica, tanto in bene saper dire, quanto in bene dittare [cioè come oratore e come scrittore]. E fu questi che spuose la Rettorica di Tullio [Cicerone], e fece il buono e utile libro detto "Tesoro" e il "Tesoretto", e più altri libri in filosofia, e de' vizi e di virtù; e fu dittatore [scriba] del nostro comune. Fu mondano uomo; ma di lui avemo fatta menzione, perocch'egli fu cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene parlare e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica » (Cronica, VIII, 10)

Che Brunetto fosse stato maestro di Dante, ce lo dice lo stesso poeta mettendo in bocca a Brunetto questi versi, quando lo incontra nel Settimo Cerchio, e precisamente nel Girone dei Sodomiti:

« Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m'accorsi ne la vita bella;
e s'io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t'avrei a l'opera conforto. » (Inf. XV, 55-60)

L'Alighieri si mostra reverente verso di lui, dolendosi della sua misera condizione di dannato esposto alla pioggia di fuoco, in confronto all'immagine di lui, retore e filosofo famoso e omaggiato da tutti nella Firenze del XIII secolo:

« 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m'insegnavate come l'uom s'etterna » (Inf. XV, 82-85)

Questo dimostra che, lungi dalla "leggenda nera" divulgata da Voltaire e dagli altri Illuministi, il medioevo non fu affatto un millennio di oscurantismo e di terrore, ma conobbe ambienti favorevoli alla nascita di grandi scuole, ed intelletti illustri che trasmisero il sapere dell'età antica e lo arricchirono di nuove conoscenze, interrogando la natura con curiosità scientifica ante litteram. Molti di questi maestri vengono omaggiati da Dante nel Cielo del Sole, tra gli altri Alberto Magno, Tommaso d'Aquino, Severino Boezio, Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Riccardo di San Vittore:

« Questi che m'è a destra più vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d'Aquino [...]
Per vedere ogne ben dentro vi gode
l'anima santa che 'l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode [...]
Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro
d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu più che viro. » (Par. X, 97-99.124-126.130-132)

Tutti costoro non si limitarono a ricopiare i testi dell'antichità, ma diedero il loro personale contributo a quelle che allora erano chiamate le "Arti Liberali", cioè quelle attività dove era necessario un lavoro prettamente intellettuale, a fronte delle "arti meccaniche" che richiedevano uno sforzo fisico. Il loro studio iniziò nella "Schola Palatina" fondata da Carlo Magno e diretta dal monaco inglese Alcuno di York (735-804) per formare i burocrati che avrebbero servito tra i ranghi dell'amministrazione carolingia. Le arti liberali erano sette ed erano così divise:

Le Arti Liberali sono per esempio rappresentate sull'arcata del portale di sinistra sul lato nord della Cattedrale di Chartres (1220), in cui non a caso poggiano sulle spalle dei grandi sapienti dell'Antichità:

Le Arti Liberali su uno dei portali della Cattedrale di Chartres (1220)

Proprio attorno allo studio di queste discipline nacquero le grandi università medioevali: la Schola Medica di Salerno (IX secolo), la Facoltà di Diritto a Bologna (1088), l'Università di Oxford (1096), la Sorbona di Parigi (1170), l'Università di Cambridge (1209), l'Università di Salamanca (1215). Nel 1300 sorgevano in Europa già 15 università: cinque in Italia (Bologna, Padova, Napoli, Vercelli e lo Studium della Curia Romana), cinque in Francia (Parigi, Montpellier, Tolosa, Orléans e Angers), due in Inghilterra (Oxford e Cambridge), due in Spagna (Salamanca e Valladolid) e in Portogallo (Lisbona, poi trasferita a Coimbra).

Naturalmente, molti potrebbero obiettare che, tra tutte le scienze, quella cui si dava maggior spazio nel Medioevo era la teologia. Per rispondere a questa obiezione basta ascoltare un parere insospettabile, quello del famoso scienziato americano Freeman Dyson, il quale in uno dei suoi saggi scrisse: « L'influenza della teologia nel mondo cristiano ha avuto due conseguenze importanti per la scienza. Da un lato la scienza occidentale è nata dalla teologia cristiana. Probabilmente non è un caso che la scienza moderna sia cresciuta in modo esplosivo nell'Europa cristiana, lasciando indietro il resto del mondo. Un migliaio di anni di dispute teologiche nutrirono quell'abitudine al pensiero analitico che poté poi essere applicato anche all'analisi dei fenomeni naturali. D'altro canto la radice comune della scienza moderna e della teologia cristiana fu la filosofia greca. La religione cristiana ebbe una potente connotazione teologica perché Gesù nacque nella parte orientale dell'Impero Romano, in un'epoca in cui la cultura dominante era profondamente greca. »

Dante è erede di tutto lo sterminato background antico e di questo straordinario rigoglio culturale medioevale, del quale dimostra, come vedremo passo passo, una perfetta conoscenza. Ma, contrariamente a quanto si creda, egli non si adagia sul Principio di Autorità, sull'ipse dixit, sull'immenso prestigio di pensatori e scienziati come Aristotele e Tolomeo. Egli è anzitutto mosso dal desiderio di conoscere cose sempre nuove, di "divenir del mondo esperto" non fermandosi a quanto dedotto dai nostri predecessori, esattamente come lo straordinario Ulisse da lui tratteggiato:

« ...Né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore [...]
"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza." (Inf. XXVI, 94-99.118-120)

E per il Sommo Poeta l'indagine del mondo, come scrive egli stesso nel Convivio, inizia sempre dallo stupore e dalla meraviglia di un osservatore:

« Lo stupore è uno stordimento dell'animo per grandi e meravigliose cose vedere o udire o per alcuno modo sentire: che, in quanto paiono grandi, fanno reverente a sé quelli che le sente; in quanto paiono mirabili fanno voglioso di sapere di quelle. » (Convivio IV, XXV, 5)

Questo stupore è il punto di partenza di un'indagine conoscitiva, uno studio della realtà che parte sempre e comunque, in ogni campo dello scibile, dall'osservazione dei fenomeni, secondo il principio messo in bocca a Beatrice nel Cielo della Luna:

« ...Solo da sensato apprende
Ciò che fa poscia d'intelletto degno » (Par. IV, 41-42)

Qui Dante riecheggia le parole di uno dei suoi massimi maestri, Alberto Magno:

« Non si possono fare sillogismi su certe particolari nature, su cui soltanto l'esperienza può fornire la certezza » (De Vegetalibus et Plantis)

Proprio la capacità di vedere ciò che tutti guardano e non riconoscono è una delle caratteristiche che ha fatto di tanti osservatori della natura degli autentici geni. E dalla conoscenza degli antichi, fatta propria ed interiorizzata come solo un vero genio sa fare, e dalla raccolta attenta e precisa dei dati attraverso l'osservazione, nascono alcune delle pagine più epiche della Divina Commedia. Nascono i Giganti che ricordano le Torri di Montereggioni; nasce Gerione che si avvita nuotando nell'aria, e scendendo lungo un'elica cilindrica; nasce il demonio che riesce a mettere nel sacco persino San Francesco, derubandolo grazie all'uso della logica dell'anima di Guido da Montefeltro; nascono le mura della Città di Dite, che paiono di ferro incandescente; nasce l'Angelo del Purgatorio che ispira a Dante il concetto della riflessione della luce; nascono i mille riferimenti astronomici che permettono di collocare pressoché ogni spostamento di Dante in una precisa ora del giorno; nascono i misteriosi enigmi dei "quattro cerchi giunti con tre croci" o della "pelle bianca nera". Non appare dunque esagerata l'affermazione del poeta russo Osip Emil'evic Mandel'stam (1891-1938), secondo il quale « il futuro dell'esegesi dantesca appartiene alle scienze naturali »! Così in proposito si esprime un altro grande scienziato dei nostri tempi, il genetista italiano Edoardo Boncinelli (1941-):

« Dante, oltre ad essere un grandissimo poeta, è anche un grandissimo erudito. Sa tutto: non so cosa avesse in testa, ma certo conosce tutto quello che si sapeva allora. È questa, secondo me, una lezione importante per coloro che anche oggi mettono da una parte la scienza e dall’altra le arti e credono che l’artista sia uno che non ha bisogno di prepararsi e di sapere: gli viene l’ispirazione, piglia la penna, piglia il pennello, piglia la bacchetta e crea. Non è così, non è mai stato così. Leopardi, per essere Leopardi, si è letto praticamente tutto quello che era possibile leggere nella biblioteca del padre. Quest’ultimo non capiva nulla di libri, però li comprava e ne comprava a stock, non poteva immaginare che il figlio se li sarebbe letti tutti, rovinandosi la salute. Il grande poeta è uno preparato, è uno che si è preparato, è uno che ha letto e che ha studiato. Certo, nel caso di Dante si rimane un po’ meravigliati per come avesse fatto non solo a leggere, ma anche ad assimilare tutte quelle cose; perché in Dante, se avete notato, ci sta la mitologia greca e romana, che lui usava come se fosse moneta corrente, ci sta la cultura ecclesiastica dell’epoca, cioè molto di Vecchio Testamento, tanto del Nuovo Testamento, tanto della dottrina della Chiesa, il tutto mischiato con le conoscenze naturalistiche e scientifiche che risalgono ad Aristotele, soprattutto nella rielaborazione di alcuni autori medioevali. Dante usa con indifferenza la mitologia greca, le figurazioni della Bibbia e le conoscenze naturalistiche e lo fa talmente bene che per chiunque è necessario, per forza, andare a consultare qualche fonte per capire quella cosa che voleva dire dal momento che, scrivendola in poesia, l’ha dovuta un po' camuffare. Altre cose le osservava: come si muovono gli storni, come si muovono le gru, il fatto che i fiori la mattina si liberano della brina e si scongelano. Questa è osservazione giornaliera naturalistica. Questo colpisce: che un uomo del Duecento abbia sentito il desiderio di sapere tante cose. È veramente incredibile! »

A ciò si aggiunga il fatto che tipica della Cultura Medioevale era la tendenza a far ricorso al simbolismo, all'allegoria, ai significati reconditi, ai messaggi cifrati, tanto che Dante si sente spinto ad ammonire così i suoi lettori:

« O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani! » (Inf. IX, 61-63)

In altre parole gli insegnamenti apparivano tanto più alti e degni di fede, quanto più la loro forma era enigmatica. Dante non sfugge a questa tendenza, anzi ne offre nel suo poema uno dei più grandi esempi, perché tutta la Divina Commedia è allegoria e simbolismo, ed anche il suo contenuto scientifico è ricco di simboli e di enigmi. Nostro compito in questo ipertesto sarà quello di analizzare questi versi difficili, eppure pieni di un'incredibile dottrina; ed in tal modo vedremo che è possibile affrontare, a partire dalle terzine dantesche, argomenti attinenti ai seguenti rami della scienza moderna:

Ad ognuno di questi argomenti corrisponderà una pagina dell'ipertesto, ciascuna delle quali sarà introdotta da una citazione della Commedia particolarmente significativa. Come si vede, non ci occuperemo di biologia, botanica e zoologia, perchè questi argomenti richiederebbero un ipertesto appositamente dedicato ad essi. Evidenziati in questo modo indicheremo i versi originali della Divina Commedia citati nel testo, secondo l'edizione critica di Natalino Sapegno citata qui sotto in bibliografia. Spero che questo itinerario, non meno arduo di quello affrontato da Dante nel suo viaggio dalla Porta dell'Inferno fino alla Candida Rosa dei Beati, vi appassioni, e vi dimostri che è possibile apprendere nozioni di Matematica e Fisica partendo dai versi di un poema, non solo dalle equazioni di un libro di testo.

Buon viaggio a tutti!

Domenico di Michelino, Dante e l'Oltretomba del suo Poema, Firenze, 1465

Domenico di Michelino, Dante e l'Oltretomba del suo Poema, Firenze, 1465

Appare necessario riportare qui una Bibliografia di riferimento:

Dante Alighieri, "La Divina Commedia", commentata da Manfredi Porena, Zanichelli, Bologna, 1946

Dante Alighieri, "La Divina Commedia", a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia, Firenze, 1985

Dante Alighieri, "La Divina Commedia", a cura di Ettore Zolesi, Armando editore, Roma 2005

Giovanni Boccaccio, "Trattatello in laude di Dante", a cura di P. G. Ricci, in "Tutte le opere di G. Boccaccio", III, Mondadori, Milano, 1974

Galileo Galilei, "Due lezioni all'Accademia Fiorentina circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno di Dante", in "Galileo Galilei, Scritti Letterari", a cura di Alberto Chiari, Le Monnier, Firenze 1970

Bruno D'Amore, "Più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla. Incontri di Dante con la Matematica", Pitagora Editrice, Bologna, 2001

Horia-Roman Patapievici, "Gli occhi di Beatrice. Com'era davvero il mondo di Dante?", Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2006

Giovanni Buti, Renzo Bertagni, "Commento Astronomico della Divina Commedia", Edizioni Remo Sandron, Firenze, 1966

Ideale Capasso, "L'Astronomia nella Divina Commedia", Domus Galileiana, Pisa, 1967

Alfredo Cattabiani, "Planetario", Oscar Saggi Mondadori, Milano, 2001

George Musser, "Può finire il tempo?", su "Le Scienze" n. 507, novembre 2010, pagg. 100-107

La Divina Commedia online:
http://www.mediasoft.it/dante/index.html

Progetto Polymath, Letteratura della scienza e scienza della letteratura:
http://www2.polito.it/didattica/polymath/htmlS/argoment/Matematicae/Giu_04/APPUNTI.HTM

Roberta Carrera, "La Logica Aristotelica", ne "Il Filo di Arianna":
http://www.ariannascuola.eu/joomla/filosofia/la-filosofia-greca/aristotele/la-logica-aristotelica.html

Gian Italo Bischi, "Caos deterministico, modelli matematici e prevedibilità", in APhEx del 30/8/2010:
www.aphex.it/public/file/Content20100908_APhExTemiCaosdeterministicoBischi.pdf

La metallurgia nel Medioevo:
http://masterschool.wikispaces.com/file/view/3_MetallurgiaMedioevale.pdf

Valentina Costamagna, "La datazione del viaggio di Dante: 1300 o 1301. Un dibattito ancora aperto":
http://www.estovest.net/tradizione/datazione_dante.html

Alberto Pimpinelli, "E 'l sol montava 'n su con quelle stelle":
http://www.princeton.edu/~dante/ebdsa/pimpinelli010112.html

Carlo Rovelli, "Dante e Einstein nella tre-sfera", su "Il Sole 24 Ore":
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35230

Chiara Richelmi, "Circulata melodia. L'armonia delle sfere nella Commedia di Dante Alighieri":
http://users.unimi.it/~gpiana/dm5/dm5dancr.htm

Le incisioni di Gustave Doré sono tratte da questo sito:
http://www.capurromrc.it/dore/incisioni.html