Il Processo 2050

Orwell, Kafka e Hitler comunista in un solo racconto

di Dario Carcano

Introduzione

Era un giorno assolato di una torrida estate; su Hauptstadt l’afa formava una cappa color piombo nella quale gli abitanti faticavano a respirare.
Franz K. In queste giornate aveva l’abitudine di alzarsi presto, per poter così sfruttare le poche ore di fresco mattutino. Però, prima di quell’ora, si svegliò sentendo che bussavano alla porta. Erano le cinque del mattino. Chi poteva essere a quell’ora?
Ancora a letto, urlò:
“Chi è?”
“Polizia! Aprite la porta!”

Queste parole spinsero K. a vestirsi in fretta per andare ad aprire la porta. Si trovò di fronte tre uomini in borghese, e nonostante si fossero qualificati come poliziotti non esibirono né distintivi né tesserini.
Entrarono e subito, quello che K. suppose essere il comandante disse:
“E’ nostro dovere notificarvi che è stato aperto un processo nei vostri confronti.”
“E per quale motivo?”
“Non lo so! E saperlo non è nemmeno compito mio. Il mio dovere era portarvi questa notizia e io l’ho eseguito.”
“Ma come fate a non sapere di cosa mi hanno accusato?”
“Gliel’ho detto: saperlo non è un mio compito.”

K. si sedette sul divano coprendosi gli occhi con le mani.
“Un processo. E nemmeno sanno dirmi un perché! Cosa posso aver fatto? Non ho rubato, non ho ucciso nessuno… forse è per quella volta in cui, nel traffico, ho urlato a quello là di togliersi dalle scatole. Non gli avevo detto proprio così, magari lui è andato a denunciarmi e adesso… ma no, è stato due anni fa. Allora cosa può essere?”
Ridestandosi da questi pensieri, si accorse che uno dei poliziotti stava frugando nella sua dispensa.

“Ma cosa fate?”
“Cerco qualcosa da mangiare. Non ho fatto colazione.”
“Volete fare colazione con la mia roba?”
“Calmatevi” Gli disse il comandante

Si sedette di nuovo. Il comandante gli disse:
“Entro domani dovete presentarvi al palazzo della Polizia Segreta di Stato per essere interrogato.”
“E dov’è il palazzo della polizia segreta?”
“Allora, uscite di qua e andate a sinistra. Proseguite dritto fino al secondo incrocio, poi svoltate in Stalinallee, proseguite finché non arrivate all’incrocio con Otto-Strasser-Strasse; quindi svoltate a destra e andate dritti finché non arrivate in Hitlerstrasse, svoltate a sinistra e proseguite fino a Joseph-Goebbels-Platz.
Il palazzo della polizia Segreta è quello vicino al monumento ai caduti nell’operazione Leone Marino. Una volta lì, chiedete all’usciere per sapere dove dovete andare. Avete capito?”
“Credo di sì” fu la risposta di K.

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Parte I

Il giorno stesso K. andò al palazzo della polizia segreta. Voleva togliersi subito quel peso, inoltre sperava che almeno lì potessero dirgli di cosa era accusato. Seguì le indicazioni che gli aveva dato il comandante, fino ad arrivare al monumento, ossia un arco di trionfo sulle pareti del quale erano scolpiti i nomi dei soldati di tutte le nazioni eroicamente caduti per diffondere in Inghilterra e in tutto il mondo il verbo socialista.
Il palazzo che gli era stato indicato era un edificio anonimo, come molti altri in quella piazza. Entrato, una voce meccanica gli disse:
“Benvenuto, come posso aiutarti?”
“Mi chiamo Franz K. e mi ha…”
La voce robotica lo interruppe prima che potesse finire, dicendogli:
“Ti stavamo aspettando K. Vai al 6° piano, stanza 101.”

K. fece quanto la voce gli aveva ordinato. Arrivato al 6° piano, uscendo dall’ascensore, notò della gente seduta nel corridoio accanto a dei mobili. Era una famiglia; padre, madre, i figli e anche i nonni. K. chiese a quella che doveva essere la madre:
“Voi chi siete? Dovete essere interrogati anche voi?”
“No. Noi siamo abitanti del palazzo. Quando la polizia usa le stanze per gli interrogatori dobbiamo sgomberare casa nostra e aspettare nei corridoi che finiscano.”
“Più o meno ogni quanto succede?”
“Di solito una volta al mese.”

Quando ebbe detto queste parole, dalla stanza 101 uscì un uomo che chiamò:
“Franz K.”
“Sono io!”
“Venite e seguitemi.”

Entrato, seguì l’uomo finché questo non si fermò davanti ad una porta, dicendogli:
“Entrate”

Eseguì, e si trovò in una stanza spoglia, in cui l’unico mobile era una sedia metallica piazzata davanti ad uno schermo nero. Da un’altoparlante, una voce gli ordinò:
“Sedetevi”
Poi:
“Tenete le mani sotto alle cosce!”

K. eseguì. Quindi iniziò l’interrogatorio vero e proprio:

“Cosa ci facevate in Margot-Honecker-Strasse il 25 aprile?”
“Io ci abito in Honecker-Strasse!”
“Dicono tutti così. Diteci la verità: cosa ci facevate in Margot-Honecker-Strasse il 25 aprile?”
“Ve l’ho detto: ci abito!”
“E come vi siete introdotto?”
“E’ casa mia, avevo le chiavi!”
“E dove le avete rubate?”

K. era disorientato. Le domande non partivano dall’altoparlante da dove gli era stato richiesto di sedersi, inoltre quell’ambiente lo metteva a disagio: la sedia fredda, il dover tenere le mani sotto le cosce, e la luce abbagliante che da dietro lo schermo gli arrivava in faccia. Chi gli stava facendo quelle domande?

“Risponda! Dove ha rubato le chiavi per introdursi nell’appartamento?”
“E’ casa mia! E soprattutto: chi vi da il diritto di farmi queste domande?”
“Non vi è dato saperlo. Calmatevi, altrimenti faccio partire una scossa.”

Per dimostrare che non scherzava, una dolorosa scossa elettrica partì dalla sedia metallica. K. recepì il messaggio, però non poté trattenersi dal chiedere:

“Almeno posso sapere di cosa sono accusato?”
“Non lo so, e anche questo non vi è dato saperlo.”

Una nuova scossa elettrica, più forte e dolorosa della precedente, partì dalla sedia metallica.
K., in lacrime per il dolore, disse:
“Sono un membro del Partito da quando avevo 17 anni, ho fatto parte della Lega Giovanile, non ho mai parlato contro l’ortodossia e ho sempre partecipato a tutti i raduni organizzati dal Partito. Perché mi fate questo?”
“Zitto!”
Nuova scossa, che questa volta lasciò K. mezzo svenuto.

Quando si fu ripreso, la voce ricominciò:
“Noi sappiamo tutto di voi. Vi siete macchiato di crimini contro lo Stato, e per questo è stato aperto un processo contro di voi. E siccome non volete collaborare, ne pagherete le conseguenze. Potete andare.”

K. non capì subito ciò che gli aveva detto la voce, e rimase un attimo seduto sulla sedia di metallo. Quando finalmente realizzò, uscì, pensando fosse finita.
In realtà era solo l’inizio.

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Parte II

Il giudice Huld, in una pausa dal lavoro, stava leggendo un articolo dell’edizione digitale di Neusprech che parlava della decisione di Otto Frank, nipote della scrittrice Anne Frank, che nel 1974 aveva ricevuto dall’allora Segretario Generale Goebbels l’Ordine di Karl Marx, di lasciare il paese in seguito ad una aggressione a sfondo antisemita; in un aggiornamento dello stesso articolo, si aggiungeva che dopo aver comunicato questa decisione, sulla parete della casa di Otto Frank era apparsa una scritta che recitava “Finalmente possiamo respirare!”

Il giudice fu interrotto dalla lettura quando gli annunciarono la visita del suo ex allievo Franz K.; quando lo vide entrare gli andò incontro e lo abbracciò.
“Franz! Come stai?”
“Non bene purtroppo.”
“Perché? Cosa è successo?”
“Ieri sono venuti a casa mia a dirmi che hanno aperto un procedimento contro di me. Sono andato al palazzo della Polizia Segreta per essere interrogato e sono stato torturato con scosse elettriche, e pure accusato di non voler collaborare.”
“Ma per cosa ti stanno processando?”
“E’ questo il bello! Non so nemmeno di cosa sono accusato. Loro mi hanno detto solo Crimini contro lo Stato. Anche per questo sono venuto da te: speravo di poter ricevere qualche aiuto.”

Il giudice Huld si passò la mano sui capelli bianchi, poi si sedette alla poltrona della sua scrivania. K. non poté fare a meno di contemplare il ritratto posizionato dietro la scrivania del magistrato, in cui il suo ex professore di diritto penale era raffigurato sul proprio scranno da presidente di Tribunale. Poi il giudice disse:
“Ma se non sai di cosa sei accusato, io come posso aiutarti? Purtroppo sei finito nelle grinfie della giustizia.”
“E si può sfuggire alle grinfie della giustizia?”
“Non credo. Sono giudice da molti anni e spesso ho avuto a che fare con membri della Polizia Segreta; non li ho mai sentiti parlare di una assoluzione.”
“Quindi cosa devo fare?”
“Nulla. Non puoi fare assolutamente nulla.”

K. era spaventato per quelle parole del suo antico professore, il quale avrebbe voluto in qualche modo confortarlo, ma non sapeva come farlo senza mentirgli. Perciò rimasero in silenzio, senza fare nulla, finché K. non uscì dall’ufficio di Huld, quasi dimenticandosi di salutarlo.

Lungo la strada che portava alla stazione del tram passò accanto a molti edifici in rovina, distrutti dai bombardamenti. Alcuni erano così ancora dalla Guerra Mondiale. Poi suonarono le sirene: un attacco coi missili.
K. corse verso il rifugio più vicino, ma scoprì che nell’attacco di due giorni prima era stato centrato e distrutto da un missile. Quindi corse verso un cratere a lato della strada, vi si buttò dentro e lì attese che l’attacco terminasse. Dopo mezz’ora uscì, e vide che un palazzo della via era stato colpito; si sentivano le sirene dei pompieri che arrivavano a soccorrere i sopravvissuti, mentre alcuni passanti, anche loro sorpresi dall’attacco, avevano iniziato a sgomberare le macerie del palazzo crollato. Poco distante, K. vide un bambino che piangeva disperato: sua madre era rimasta sotto le macerie, e si vedeva un braccio che spuntava tra i calcinacci; si avvicinò, e iniziò a spostare i calcinacci per liberare la madre del bambino, ma quando ebbe finito si accorse che era morta. K. si portò le mani alla bocca, e per poco non urlò tutta la sua disperazione. Ma riuscì solo a sussurrare:
“Finirà mai questa guerra?”

Il bambino era accanto alla madre, e cercava di farla alzare:
“Dai mamma, l’attacco è finito, adesso ti puoi alzare.”
E mentre lo diceva piangeva. Anche lui iniziava a capire.
Arrivò il padre, che essendo al lavoro in fabbrica si era salvato dal bombardamento.

K. li lasciò che piangevano entrambi, e con quelle immagini ancora in testa si diresse a casa.
“No. Questa guerra non finirà mai” concluse tra sé K.

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Parte III

Al Bageir, Sudan. Franz K. era con i suoi commilitoni, e stavano marciando su una strada passando accanto a una colonna di loro compagni che poche ore prima era stata attaccata dall’aviazione nemica. Notò che in uno dei mezzi il conducente, carbonizzato dall’incendio del suo carro armato, era rimasto metà fuori e metà dentro, immobilizzato mentre cercava di sfuggire alla morte; dallo stesso mezzo, K. udì delle grida agonizzanti. C’era qualcuno dentro, qualcuno ancora vivo. Ma quando fece per avvicinarsi, il sergente gli urlò richiamandolo a stare nella fila. K. obbedì.
Dei colpi! L’artiglieria nemica ci attacca; K. e i suoi commilitoni si disperdono ai margini del sentiero, ma poi K. si accorse che quei colpi somigliavano a un pugno che bussa su di una porta, più che a dei colpi d’artiglieria. Possibile!?
Poi una voce:
“Aprite! Polizia!”

K. si svegliò. Erano le tre del mattino.
“Vengono sempre più presto” si disse tra sé K.
K. si alzò e andò ad aprire. Se una settimana prima si era trovato di fronte tre uomini in borghese, con sua sorpresa quella volta si trovò faccia a faccia con due donne, molto carine nonostante l’uniforme nera e blu del Ministero per la Sicurezza dello Stato desse loro un aria di spietatezza. Tra sé, K. le chiamò “gli angeli del male”.

“Vestitevi!”
K. tornò in camera ed eseguì l’ordine. Poi gli misero le manette e lo portarono in strada, dove fu bendato e fatto salire su di un furgone. Dopo qualche minuto, il mezzo aveva raggiunto la sua destinazione. Fu fatto scendere, ma non gli tolsero la benda, anche se dal suono dei suoi passi K. capì che erano entrati in un edificio. Quando gli tolsero la benda, K. vide che erano in un carcere. Era disorientato, come era possibile che lo avessero portato in un carcere così, all’improvviso. K. puntò i piedi, cercando di porre resistenza. Uno dei due “angeli del male” estrasse il manganello e glielo picchiò sulla faccia, rompendogli il naso. K. non pose più resistenza, e lo fecero entrare in una cella.

Lì K. tra il dolore per il colpo appena ricevuto e lo shock per la sua carcerazione improvvisa, iniziò a sentirsi svenire. Dopo un po’ iniziò a chiamare:
“Guardia! Guardia!”
Da un angolo buio della cella, un voce gli disse:
“Finché chiami “guardia!” non verrà nessuno; devi chiamare “assistente!” se vuoi che venga qualcuno.”
Solo in quel momento si accorse che nella cella c’era qualcun altro. Aveva più o meno la sua età, forse qualche anno in più.
K. gli chiese:
“Tu perché sei qui?”
“Ero il cuoco di una mensa, e un giorno sono venuti a chiedermi perché sul menù, come piatto del giorno avevo messo zuppa pigra; mi hanno detto che era un piatto controrivoluzionario, perché un vero socialista non può poltrire. Io gli ho spiegato che il nome zuppa pigra non lo avevo inventato io, ma era il nome riportato sul ricettario; gli ho fatto vedere il ricettario e loro mi hanno detto che anche il ricettario era controrivoluzionario. Così mi hanno arrestato con l’accusa di propaganda sovversiva. Tu invece?”
“Io non so di cosa sono accusato.”
K. si rimise a dormire. Fu svegliato alcune ore dopo, e portato in una stanza buia, come quella in cui era stato interrogato una settimana prima:
“Entrate dentro e aspettate.”
“Cosa volete farmi?”
“Entrate dentro e aspettate.”

La stanza era buia. K. si sedette sull’unica sedia, e dopo un po’ entrò nella stanza un individuo che non riconobbe subito. Poi però, l’uomo parlò:
“Maledetto! Guarda come mi hai fatto finire!”
Era Huld. Avevano arrestato anche lui.
“Hanno preso anche te.”
“Traditore! Hai pure la faccia tosta di fingerti sorpreso! Sei sempre stato così, viscido e pronto a tradire!”
“Amico mio, cosa stai dicendo? Che ti hanno fatto?”
K. disse queste parole versando le lacrime più amare della sua vita, ma Huld non sembrò farci caso.
“Cosa sto dicendo?! La verità! Sei un nemico dello Stato, del Partito, e soprattutto un traditore.”
K. sapeva che l’amico stava facendo questo per salvarsi, ma questa consapevolezza non rendeva meno dura la sua sofferenza. Rimase lì, in lacrime, mentre l’ex amico lo definiva traditore dello Stato, del Partito, e lo insultava definendolo viscido e manipolatore.
Poi Huld fu portato via. Entrò uno degli “angeli del male”, che disse a K.:
“Huld ha firmato una piena confessione in cui ti accusa di vari crimini contro il Partito e lo Stato.”

K. ormai era apatico, indifferente a tutto. Gli insulti di Huld lo avevano distrutto, e perciò potè soltanto dire:
“Farò tutto quello che volete!”

Portarono una pila di fogli. Molte erano confessioni e autoaccuse, ma c’erano anche accuse contro suoi amici, familiari, e perfino contro persone che non conosceva. C’era anche un atto con cui accusava Huld di attività sovversive. K. firmò tutto questo con la massima indifferenza.
Il suo destino era ormai segnato.

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Epilogo

Quando gli avevano letto la condanna a morte, K. era rimasto impassibile, indifferente, come se quella fosse la sentenza di un altro detenuto, non la sua.
Per qualche settimana, tutti i giorni lo portavano in una sala proiezioni, dove assisteva alla proiezione di filmati di propaganda e discorsi dei dirigenti del partito; La prassi era sempre la solita: gli facevano una iniezione, lo portavano nella sala, dove gli fissavano dei divaricatori per gli occhi. Poi iniziava la proiezione.
Le prime volte non gli facevano nessun effetto, ma dopo alcuni giorni iniziò a provare una strana eccitazione quando sentiva parlare il Segretario Generale o guardava i filmati della propaganda. Avevano smesso di fargli le iniezioni, ma quell’eccitazione non era sparita. Era un desiderio strano: quando sentiva parlare il segretario Generale, provava una forte eccitazione di natura sessuale. Sì, K. desiderava fare sesso guardando i film della propaganda, che magnificavano la vita nella nuova società creata a immagine e somiglianza del Regime.
Molte volte lo aveva fatto. O lo aveva fatto dopo, poco importa. Per i carcerieri era importante lo facesse.
Poi, dopo circa tre mesi dalle prime proiezioni, smisero completamente coi film e i discorsi. Era passato quasi un anno da quando erano venuti a casa sua la prima volta.

Era mattina. Vennero nella cella, lo presero e lo portarono in una stanza dove c’erano un cappio sospeso sopra una botola e uno schermo posizionato esattamente di fronte al cappio. K. si chiese il motivo per cui uno schermo era posizionato di fronte alla corda.
Lo avrebbe scoperto presto.
Il boia strinse il nodo attorno al collo di K., poi uscì dalla stanza. K. rimase ad aspettare che la botola si aprisse sotto i suoi piedi ponendo fine ai suoi giorni mortali.
Poi sullo schermo partì il filmato di un discorso del Segretario Generale sulla liquefazione del carbone e la produzione di carburante sintetico. E a K. venne il desiderio che ormai sempre gli veniva quando sentiva parlare il Segretario Generale. Lo fece, e quando il liquido bianco iniziò ad uscire, con tutto il fiato che aveva K. urlò:
“Viva il Partito! Viva il Regime! Viva…”

E in quel preciso istante il boia tirò la leva verso di sé. La botola si aprì, e il cappio si strinse attorno a K. Un liquido fetido e marrone gli scese lungo le gambe, macchiando il pavimento sotto la botola.

K. era morto facendo sesso col regime che stava per ucciderlo.

Dario Carcano

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Passiamo al contributo di Sandro Degiani:

Pilota

Uno dei miei primi racconti… molto evidente l'influenza delle letture fantascientifiche di allora.
Una curiosità… nel 2007 è stato annunciato che è stata creata una interfaccia tra cervello e memoria al silicio e che la scambio di dati è stato effettuato. La connessione avviene attraverso una porta a 72 pin… ma io lo sapevo già dieci anni prima!

02/09/2005,  20.31

Sognavo di volare e non volevo svegliarmi.... tutt'intorno a me si stendeva lo spazio infinito, un drappo di velluto nero trapuntato di abbaglianti diamanti, screziato da colorate nuvole di gas e di polveri, una impetuosa sensazione di forza e di energia percorreva le mie braccia ed i miei occhi scrutavano oltre l'infinito... il gracchiare rauco della sirena mi riporta in questo squallido mondo di metallo lurido e scrostato, nel mio cubicolo puzzolente ed umido, con in bocca un gusto amaro di rancido da far vomitare.

La testa pulsa dolorosamente e ronza come piena di vespe impazzite, gli occhi non mettono a fuoco che vaghe ombre e scintille multicolori, le orecchie rombano e fischiano...

Giovani uomini! Non restate terricoli per tutta la vita! Iscrivetevi all'Accademia Spaziale e diventate PILOTI!

Ecco.. così imparo a credere ai manifesti dove giovani atletici dagli occhi azzurri, circondati da femmine adoranti con un metro di torace e curve da capogiro protendono la mano e lo sguardo fiero verso le galassie! Potevo ben scegliere un altro mestiere invece di farmi mettere le prese e diventare Pilota!

Già... le prese... me le sto grattando furiosamente come ad ogni risveglio, facendo sanguinare il bordo dove la carne confina con la plastica e luccicano i 72 pin dorati, luccicanti ed invitanti... "...collegami!"  sembrano implorare!

Passo alle prese delle caviglie, gratto pure loro,  poi una grattatina a quella da 144 pin sulla nuca e mi ficco nella doccia ad ultrasuoni. Niente acqua per i piloti,  fa' a pugni con le prese. Niente di peggio che un corto tra due pin. Ti sembra di essere messo in un tritacarne, e a seconda dei pin in corto  viene deciso da che parte del corpo si incomincia a macinare.

Pulito ma puzzolente come solo un Pilota può essere, indosso una tuta da turno di riposo fresca di bucato e barcollo verso il locale mensa per farmi uno spuntino, magari così riesco a far star fermo lo stomaco!

Dalla piccola cambusa si sentono delle voci che chiacchierano, la porta è socchiusa e ci sono un Motorista ed un Sistemista a fine turno vicino al tavolo.

Il Sistemista mi volta le spalle e sta parlando ad alta voce al Motorista unto e bisunto con il cappello messo al contrario e seduto a cavalcioni dello sgabello.

Il Motorista non sembra molto interessato e masticando lentamente guarda con occhio spento un panino con della roba che sembra salame di soia (bleah!!! Mi coglie di sorpresa un conato di vomito!).
Ma il Sistemista non sembra far caso allo scarso interesse dell'uditorio, sembra parlare soprattutto per se più che per il compagno.

".. sai cosa vuol dire avere una vista che spazia dai raggi gamma all'infrarosso fino ai neutrini? Sai cosa vuol dire sentire che le tue gambe sono motori con dieci TeraErg di spinta? Sai cosa vuol dire avere accesso ad un archivio totale dei dati delle scibile umano e consultarlo tutto in tre nanosecondi? No, non lo sai... altrimenti saresti un Pilota! Sono una Razza Superiore di Superman drogati! Dopo averle avute, una settimana senza le prese e il cervello fa tilt..."

"Già ... come quel Roberts che aveva raggiunto il traguardo e quando gliele hanno tolte si è buttato sotto un camion."

Poi cade improvviso un imbarazzante silenzio quando lo sguardo del Motorista si alza su di me e fa' voltare anche il Sistemista.

"Ehm... Buongiorno, Pilota.... "

"... Buongiorno Pilota... Buon riposo!"

"...grazie ragazzi!  Buon Riposo anche a voi!"

"Cavolo, Cavolo, CAVOLO!!" penso  "Anche Roberts non ce l'ha fatta!"

Bill Roberts alias "Buck Rogers", il nostro capocorso all'Accademia... lui sì che era come il tipo dei cartelloni, ragazze comprese!

Ricordo ancora le sue parole alla consegna dei Brevetti, esibendo spavaldamente le prese che luccicavano nuove sui suoi polsi"... dieci anni a girare la Galassia mentre il conto in banca si ingrassa e poi a farmelo consumare a colpi di lingua su una spiaggia tropicale, Arrivederci ragazzi!"

Dieci anni nello spazio con le prese collegate e poi.. un Grazie di Cuore, una stretta di mano ed il Benservito!

Ecco l'Eroe che torna a casa! Dopo dieci anni con le prese collegate a decine di astronavi a zonzo per la Galassia adesso ritorna alla sua Terra, alla vita "normale", a giocare coi i bambini ed i cani e a correre per i prati!

Ti ricordi ancora il profumo di una donna, dell'erba bagnata, dei tigli in fiore, Pilota? I tuoi occhi riescono ancora a percepire le sfumature di un tramonto, la magia della nebbia, le mille sfumature del verde delle foglie e del blu del mare?

Solo dieci anni ti raccontano, poi torni a casa, avrai girato in lungo ed in largo la Galassia e riceverai una pensione che ti farà vivere come un nababbo per il resto della vita... già, il resto della vita... tre giorni nella migliore delle ipotesi o una camicia di forza ed una stanza imbottita per sempre.

Premo un paio di pulsanti a caso sul menù e ritiro il cibo nel vassoio, vado al frigo e mi prendo una bottiglia di birra. No, non mi siedo... non resto qui a farmi guardare di traverso le prese da questi idioti,  con gli occhi sgranati mentre mi guardano mangiare... si, un pilota mangia anche, ogni tanto...!

".. scusate ragazzi! Vado a mangiare nel mio cubicolo... non mi sento ancora completamente in sintonia con la realtà!"

".. ma certo Pilota, ci mancherebbe!"

".. nessun problema Pilota, Buon Appetito!"

Faccio il corridoio con lentezza e sussiego studiati, girato l'angolo butto il vassoio nel condotto di riciclaggio e mi scolo la bottiglia di birra. Tre lunghi passi e sono in cabina.

Mi immergo nel bozzolo di pilotaggio, sistemo sui supporti imbottiti polsi e caviglie, collego le prese ai polsi ed alle caviglie, poi adagio la nuca nel supporto e la presa cervicale entra in contatto... scattano anche le prese dei polsi e delle caviglie... la luce si spegne, il silenzio cade improvviso e poi...  un lampo abbagliante, una energia infinita mi percorre le membra ed esplode nel cervello, poi SONO LA NAVE! Ed ecco la quiete, la calma olimpica, l'immensa sensazione di potenza, di libertà, di eternità alla quale nessun pilota riuscirà mai a rinunciare.

Sandro Degiani

MOE8, dipinto di Sandro Degiani

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E ora, uno straordinario racconto del grande Gianni Rodari, fattoci conoscere proprio da Sandro Degiani:

Giacomo di cristallo

Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l'aria e l'acqua. Era di carne e d'ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente.

Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.

Una volta, per isbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.

Un'altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.

Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli faceva una domanda, prima che aprisse bocca.

Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava "Giacomo di cristallo", e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.

Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi.

La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.

Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.

Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.

Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri.

Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.

Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

Gianni Rodari

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Novelle di Sandro Degiani

Il Console Pharaon Ulysses Kursk 1943 Capoverde 1944 New York 1946 Jevah Ritorno al Passato La minaccia del Krang Il Bianco muove e dà matto in tre mosse Gatto di Bordo Pilota Anche gli Dei devono morire Il Valore di un giorno Viaggio di un secondo Briciole Breve Storia del primo McDonald su Marte Volpiano Sud

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