di Toxon
POD: Teodoro II (1855-1868) avrebbe forse potuto essere uno dei più grandi imperatori d'Etiopia. Passato dal ruolo di brigante a quello di imperatore, fu il primo ad impegnarsi seriamente a modernizzare il suo paese e a imporre il potere centrale su quello dell'aristocrazia. Tuttavia i suoi ripetuti appelli all'Inghilterra e agli altri paesi europei e cristiani perchè lo aiutassero caddero nel vuoto, e le sue crudeli repressioni delle rivolte feudali innestarono un circolo vizioso di violenza, fino a condurre il suo regno alla tragica fine che ebbe. Ma che succede se la Gran Bretagna risponde positivamente agli appelli del negus?
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C’erano molte difficoltà oggettive al raggiungimento di un’intesa tra Teodoro II e l’Inghilterra. Per la mentalità vittoriana, l’Etiopia dell’epoca era certamente un regno di barbari schiavisti; quanto all’appello alla “solidarietà cristiana” contro un “nemico comune musulmano”, esso non fece breccia in un paese ormai lontano da questa mentalità e che, oltretutto, aveva nell’Egitto un’ottima base economica e commerciale.
Supponiamo però che Teodoro II riesca ad abolire, almeno ufficialmente, la schiavitù, e che, nel frattempo, ci siano degli screzi tra Inghilterra ed Egitto (magari questo si lascia irretire troppo da avances francesi o russe). Poniamo inoltre che le lettere ufficiali che l’imperatore aveva spedito alla regina Vittoria –lettere in cui pregava di poter disporre della “luce” della cultura britannica contro le “tenebre” della superstizione e dell’ignoranza del suo paese- vengano pubblicate dalla stampa, e che l’insieme di tutti questi fattori porti a una mobilitazione dell’opinione pubblica a favore dell’Etiopia (“perché il leone britannico corre al grido di chi lo chiama in aiuto!”). Il governo inglese comincia a inviare in Africa tecnici e soldi, e Teodoro si dà da fare per servirsene per rafforzare la sua posizione interna. Molte delle terre della Chiesa vengono espropriate e cedute ai membri del suo esercito, vengono istituiti un moderno codice penale e civile, viene creata una valuta autonoma, il birr (fino ad allora in Africa Orientale si usavano i talleri di Maria Teresa), si impiantano alcune fabbriche usando il tesoro imperiale e perfino l’alfabeto fidel viene razionalizzato. Infine, nel 1868, un’armata imperiale organizzata in modo moderno (o quasi) sconfigge gli ultimi ras ribelli presso Magdala, e il fatto che tutto stia andando per il verso giusto impedisce che l’imperatore impazzisca e compia le stragi che insanguinarono i suoi ultimi anni di vita nella nostra Timeline.
Teodoro II, a questo punto, è libero di darsi al difficile compito di modernizzare il suo paese (il sogno di liberare Gerusalemme viene rinviato sine die). Una delle prncipali difficoltà che deve affrontare è collegare il suo regno montuoso e isolato con il mondo esterno. Per questo una buona strategia è quella di farsi dare Massaua dall’Inghilterra, la quale può ottenerla con relativa facilità, con mezzi diplomatici o militari. Per l’imperatore questa città può essere quello che fu San Pietroburgo per Pietro il Grande: una finestra sul mondo, libera da influenze dell’aristocrazia o del clero. Presto l’imperatore vi stabilirà adirittura la capitale, e si dedicherà soprattutto allo sviluppo della zona immediatamente circostante. Ovviamente però egli non può permettersi di perdere il controllo degli altopiani, ed è per questo che, per tutta la sua vita, Teodoro si dedicherà instancabilmente a creare una fitta rete di strade e infrastrutture che favoriscano la comunicazione. Il suo sogno è quello di portare la ferrovia nel cuore dell’acrocoro; alla sua morte, nel 1893, i binari arrivano però soltanto fino ad Adigrat.
Il secondo grande problema che l’imperatore affronta, anche se non si può essere sicuri di quanto egli lo percepisse coscientemente, è la mancanza di una vera e propria borghesia etiopica, o anche semplicemente di una classe di funzionari colti e laici legati direttamente a lui. Per risolvere il problema egli innanzitutto spinge le energie dei ras e della Chiesa verso la conquista e la conversione del sud del paese: alla sua morte l’impero d’Etiopia arriverà fino al lago Turkana e alla costa somala (grossomodo i confini di quello che nella nostra Timeline fu l’A.O.I.). Inoltre egli cerca di creare ex novo una classe media con le nazionalizzazioni di cui si è già detto e con la creazione di alcune scuole secondarie e tecniche espressamente dirette agli individui particolarmente brillanti dei ceti bassi; riuscirà se non altro nel suo intento di creare una burocrazia efficiente e fedele a lui solo. Tuttavia il mezzo più efficace per procurarsi una “borghesia” si rivela alla lunga l’incoraggiamento dell’immigrazione di commercianti, tecnici e avventurieri stranieri: greci, armeni, indiani, cinesi e perfino italiani. Nel 1893 gli stranieri rappresentano quasi il 20% della popolazione di Massaua.
Nel 1893, quando il figlio Maconnen ereditò l’impero (Menelik rimane ras dello Scioa) si trovò un mano un paese povero, sottosviluppato, ma con alcuni punti forti, una situazione interna abbastanza pacifica e, soprattutto, un potente protettore internazionale nella figura del Regno Unito. Lui e i suoi successori proseguirono l’opera di Teodoro II (ormai detto “il Grande”) grossomodo coi suoi stessi metodi, raggiungendo anche risultati degni di nota. Nel 1921, dopo molti esitazioni, fu concessa una prima costituzione, che, pur concedendo il diritto di voto a tutti gli etiopici istruiti, conservava all’imperatore il diritto di veto su tutte le leggi. Per quella data ormai nei principali centri urbani si era creata una sorta di borghesia e di classe operaia, e tre università (Massaua, Gondar e Macallè) sfornavano una discreta quantità di persone colte, sensibili anche alle idee più radicali (la fondazione del partito comunista etiopico risale al 1935). L’Etiopia parteciperà ad entrambe le guerre mondiali tra le file degli Alleati, inviando sul fronte alcuni battaglioni e ricevendone in cambio buoni compensi territoriali (Chisimaio, Somalia Britannica e Gibuti). Nel complesso per l’Etiopia, così come per molti altri paesi extraeuropei, le guerre mondiali sono un buon affare che aumentano improvvisamente la domanda di viveri e materie prime. Nel 1945 viene finalmente completata la ferrovia transetiopica, che va da Massaua a Mogadiscio attraversando l’acrocoro. E’ l’apogeo dell’impero.
Dopo quella data però cominciano a manifestarsi i primi seri problemi interni. Il Corno d’Africa è infatti un coacervo di popoli, e, con l’inizio dell’era della decolonizzazione, qualche idea indipendentista arriva anche qua. A questo si sommano le rivendicazioni degli studenti, del nuovo proletariato urbano e perfino dei ceti più alti: tutti sono insoddisfatti dell’assolutismo e delle poche riforme fatte per limitarlo. In pratica, si rischia una lunga serie di guerre civili e una disintegrazione dell’impero.
Tutto dipende da qualcosa che gli ucronisti non possono in alcun modo prevedere: l’intelligenza di chi si trova in quel momento al governo. Se sul trono siede una persona con spiccato senso politico, può forse evitare il peggio e traghettare il paese verso un federalismo democratico, in cui il negus ha compiti solo rappresentativi. L’unica etnia la cui secessione è inevitabile è quella somala: i Somali sono lontani dal centro dell’impero, bellicosi e relativamente omogenei nella loro distribuzione. Concedergli subito l’indipendenza (magari sotto un principe della casa reale etiopica) è forse il modo migliore per evitare che il “contagio rivoluzionario” si sparga.
Se tutto va bene l’Etiopia è oggi uno dei paesi più ricchi dell’Africa subsahariana: la povertà affligge ancora gran parte della popolazione, ma le grandi carestie sono ormai ricordo di secoli lontani, e pian piano si comincia a parlare del paese come di una prossima “tigre africana”, protagonista insieme a Sudafrica e Nigeria dello sviluppo economico africano nel XXI secolo.
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E da noi?
Ovviamente a nessuno passa manco per l’anticamera del cervello di andare a colonizzare un paese formalmente alleato della Gran Bretagna, e De Pretis e Crispi colonizzano la Libia con 20/30 anni di anticipo. Se questo non basta, possono comprare qualche isoletta a qualche altro impero coloniale, o magari impegnarsi di più nella repressione della rivolta dei Boxer e sperare di riceverne vantaggi più consistenti. Senza Adua, inoltre, Crispi non cade e, superata la crisi di fine secolo (con lui al posto di Pelloux) si alterna al governo con Giolitti. La prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo vanno “normalmente”, ma nel 1936 Mussolini non ha nessun paese da attaccare. Forse, senza “inique sanzioni” e relativi aiuti hitleriani, l’azione congiunta di Franca, Inghilterra e Ciano riesce a far rimanere il Duce nel blocco alleato (in fondo, nel ’34 era stato un grande nemico di Hitler). Nel 1939 quindi l’Italia dichiara guerra alla Germania… e viene rapidamente invasa dalla Wehrmacht, mentre re e governo si rifugiano a Tripoli. La Resistenza (con partecipazione fascista!) inizia subito, e nel ’45 l’Italia, come potenza vincitrice, ottiene un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U. La situazione interna è però molto instabile, in quanto gli oppositori del regime, riemersi durante la lotta contro i Nazisti, si rifiutano di tornare nella clandestinità. Mussolini, nei suoi ultimi anni di governo, riesce più o meno a controllare la situazione. Ma dopo la sua morte (1955) il suo successore Italo Balbo e il re Umberto II devono reintrodurre la democrazia. Per il fascismo quindi fine “morbida” alla spagnola. Come principali partiti emergono Dc e Pci, ma i missini conservano un ruolo importante e, come in Spagna, per un bel po’ c’è un’amnesia generale per tutto quello che riguarda il regime.
Ah, e non dimentichiamoci che senza A.O.I. la biografia di molte persone cambia. Così Bruno Lauzi nasce a Bengasi, e Hugo Pratt da ragazzo vive a Tripoli (si tratterebbe peraltro della Tripoli sede del governo italiano in esilio). Forse (e sottolineo il forse) al posto delle “Etiopiche” avremmo le “Libiche”? Misteri dell’ucronia…
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L'imperatore Teodoro il Grande (da H. Rassam, Narrative of British Mission to Theodore, 1869)
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Abbiamo anche un'altra ucronia etiopica, stavolta di Lord Wilmore:
Il 10 marzo 1889 l'imperatore abissino Giovanni IV, colui che nella Battaglia di Gura del 1876 aveva annientato gli Egiziani e posto fine alle loro ambizioni sull'Etiopia, confinandoli sulla costa, morì nella Battaglia di Metemma contro le truppe del Mahdi, e la sua testa venne esibita ad Omdurman, infilzata su di un'alabarda. Egli aveva nominato proprio erede il figlio Ras Mengesha Giovanni, ma il Tigrai gli si ribellò nominando Negus il re dello Scioa Sahle Mariàm, che prese il nome di Menelik II. Il governo italiano si felicitò con Menelik II, da sempre sostenuto con armi e denaro, e si presentò all'incasso con la cambiale del Trattato di Uccialli. Menelik II lo firmò il 2 maggio 1889, ma presto denunciò differenze tra il testo italiano e quello amarico, e dimostrò che, se aveva usato l'Italia per meglio realizzare le sue ambizioni, non aveva nessunissima intenzione di rinunciare alla propria libertà di manovra, diventando di fatto un protettorato italiano. Il dissidio che si aperse condusse infine al disastro di Adua. Ma che accade se Giovanni IV non muore, o il figlio Giovanni V riesce a succedergli? Come cambiano i rapporti tra Italia ed Abissinia, e l'intera politica coloniale italiana?
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Questa è la risposta di Massimiliano Paleari:
Come già suggeriva Toxon, senza il Trattato di Uccialli (e conseguentemente senza le relative beghe interpretative dovute alla discrepanza tra il testo italiano e quello abissino) l'Italia non riesce a trovare una "buona scusa" per attaccare l'Etiopia. Il nostro Paese conseguentemente non affronta le umiliazioni di Dogali e di Adua... con tutto il contorno di di discredito internazionale, di scontri in Italia, di "voglia di rivincita fuori tempo massimo" (la campagna d'Etiopia del 1935/36). L'Italia si accontenta di una modesta presenza in Eritrea e poi anche in Somalia. Il "Nazionalismo" non attecchisce come nella nostra timeline. Non attacchiamo nel 1911/12 nemmeno l'Impero Ottomano. Quindi niente campagna di Libia. Ci concentriamo invece sullo sviluppo economico e sociale interno, specie del sud, dove vengono investite le ingenti risorse sperperate nelle campagne africane della nostra timeline. Giolitti riesce a imporre il Paese la neutralità durante il Primo Conflitto Mondiale. Il dopoguerra così vede un Paese più ordinato e tranquilllo (niente Biennio Rosso, e poi niente Fascismo...)
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Lord Wilmore torna alla carica:
In effetti un paese occupato da altri per secoli, che si mette ad occupare subito altri paesi del Terzo Mondo, mi è sempre suonato strano! Tieni conto poi del fatto che, senza guerra di Libia, non scoppiano neanche le guerre balcaniche, che furono prologo alla WWI, e quindi anche la Prima Guerra Mondiale potrebbe essere rimandata. A meno che la Francia non si cucchi lei la Libia, innescando gli eventi che portarono al disastro del '14-'18. Senza l'Italia in guerra, l'Austria-Ungheria sarà meno impelagata e la Russia potrebbe crollare prima, ma sul fronte occidentale la guerra potrebbe durare uno o due anni di più...
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Ed ora, una proposta di Ded17, che ex abrupto ci propone:
Come apparirebbe l' Africa oggi se i confini non fossero stati dati dai colonizzatori, ma fossero determinati dalle tribù e popoli d' origine? Magari potrebbero esserci piccole repubbliche capaci di entrare ed essere protagoniste del mondo economico. Di conseguenza tutta la storia cambia (la guerra in Africa del Terzo Reich forse inesistente, quindi meno sprechi per la Germania...)
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William Riker gli risponde:
Questa mappa potrebbe cominciare a dartene un'idea. In pratica il POD da individuare è l'eliminazione pressoché totale del colonialismo europeo in Africa. Come riuscire ad ottenerlo? "10, 100, 1000 Adua", come direbbero oggi certi no global?
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Falecius allora dice la sua:
Tanto per cominciare non è che l'Africa fosse l'Arcadia prima che arrivassero i colonizzatori cattivi (e sapete benissimo che non ho nessun tipo di simpatia verso l'imperialismo coloniale!). Ancora nell'Ottocento i Bantu migravano verso sud, e in Sudan c'erano le grandi manovre seguite alle campagne militari di Dan Fodio, mentre sulla costa orientale c'era la presenza dell'Oman. Voglio dire che i confini pre-coloniali erano tutt'altro che stabili. Quel che si può dire a loro favore è che comunque obbedivano a logiche politiche, economiche e militari interne (trascurando il ruolo fondamentale della tratta nel consolidare stati come quelli yoruba).
E poi, possiamo anche immaginare un numero di Adua sufficienti a tenere gli Europei alla larga dalle foreste e dalle savane subsahariane infestate dalla mosca tse-tse (in effetti anche solo far morire Leopoldo del Belgio avrebbe rallentato notevolmente la spartizione, sebbene non basti ad impedirla), ma che dire dell'Africa "bianca"? Pensate davvero che un qualsiasi complesso di circostanze avrebbe potuto tenere gli Europei lontani da Algeria, Tunisia ed Egitto una volta avviata la colonizzazione dell'Asia e dell'Oceania e la Rivoluzione Industriale?
Naturalmente si può pensare ad un POD per cui l'Europa non colonizza nessuna parte del resto del mondo, ma allora cambiano MOLTE cose...
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Manfredi aggiunge:
Senza colonialismo europeo in Africa, difficilmente ci sarà tensione a livello coloniale, il mercato europeo sarà molto meno sviluppato, e difficilmente la storia del primo '900, o anche del tardo '800, sarà anche solo lontanamente riconoscibile!!
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Ecco la risposta di Falecius a stretto giro di posta:
Dipende. Potresti simmetrizzare l'Africa con la Cina o col Medio Oriente... ma in ogni caso avresti grossi cambiamenti più a lungo termine...
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Aggiungiamo questa idea di Enrica S.:
Nel 1886 un cartografo compilò la mappa sottostante, disegnando in colore rosa una possibile colonizzazione portoghese dell'interno dell'Africa, unificando le colonie di Angola e Mozambico. La prepotente espansione britannica all'interno del Continente Nero, con il suo programma "dal Capo al Cairo", fece naufragare questo progetto, e al governo di Lisbona restarono solo le colonie costiere che aveva tenuto per secoli. Ma se il progetto di colonizzazione riesce? Al momento della presa del potere da parte di Salazar, molti portoghesi lasciano la madrepatria e si trasferiscono nella vasta colonia, che proclamano indipendente. Nascono così gli Stati Portoghesi d'Africa, che rivaleggeranno con il Brasile grazie alla ricchezza del territorio, alle risorse minerarie e, nel secondo dopoguerra, al turismo. Il grande stato sarebbe alleato dell'URSS e della Cuba di Fidel Castro, essendo stato fondato da esuli socialisti e comunisti; il Sudafrica vi finanzierà una guerriglia di destra simile alla RENAMO. Il grande paese però potrebbe fare da esempio e da traino per molti stati del continente. Come cambia la storia dell'Africa?

Lord Wilmore coglie la palla al balzo:
Cara Enrica, la cartina da te proposta mi ha fatto venire in mente un'altra possibile colonizzazione dell'Africa, che ho rappresentato nella cartina qui sotto (ho cercato di fare in modo che sembrasse "d'epoca"). Credo che si possa arrivare ad essa grazie alla seguente catena di eventi:
> i Portoghesi si spingono in anticipo nel cuore del continente africano, realizzando il sogno della mappa soprastante ed unendo l'Angola al Mozambico. Tengono inoltre le isole di Capo Vergine, Sao Tomè e Principe, ed una Guinea Bissau più grande.
> la Francia non ha perso la guerra contro la Prussia, cosicché si è interessata maggiormente all'Europa che all'Africa, e mantiene il possesso solo di Algeria e Senegal, colonie "storiche", oltre a Gibuti.
> la Prussia si è consolata della mancata unificazione tedesca occupando gran parte dell'Africa, ma non la Namibia, giudicata improduttiva.
> il Regno Unito ha snobbato o quasi l'Africa, mantenendo solo Gambia, Sierra Leone e la Nigeria. Ha inoltre perso la guerra contro i Boeri, foraggiati dai Prussiani; essi hanno conquistato la Colonia del Capo e creato la Repubblica Federale Sudafricana a guida olandese, non inglese.
> la Spagna si è accordata con la Prussia ed ha occupato tutto il Marocco, oltre al Rio de Oro e alla Guinea Equatoriale.
> la Danimarca non ha ceduto i suoi diritti coloniali agli inglesi ed ha mantenuto il controllo della Costa d'Oro e del Togo, arricchendosi con la tratta degli schiavi neri.
> il Belgio ha occupato il Congo, come nella HL.
> l'Italia è riuscita ad annettere Tunisi prima dei Francesi, ha annesso la Libia ed ha vinto la Battaglia di Adua, detronizzando Menelik II ed imponendo un suo fantoccio sul trono di Addis Abeba.
> sulla scena africana si sono affacciati gli Stati Uniti d'America: la Liberia è diventata uno degli Stati dell'Unione, mentre Namibia e Madagascar sono stati annessi come colonie.
> l'Oman ha mantenuto il controllo del Sultanato di Zanzibar, mentre l'Egitto si è liberato sia della sudditanza alla Sublime Porta che dell'ingombrante presenza inglese, e controlla tutto il Sudan.
Come immaginare la decolonizzazione, in questo scenario?

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A William Riker è allora venuta in testa quest'altra idea:
Bella idea, gli USA in Africa! Che accade dunque se anche gli stati sudamericani, almeno quelli affacciati sull'Atlantico, decidono di partecipare alla spartizione coloniale della loro dirimpettaia Africa? Ad esempio la Namibia è appannaggio dell'Argentina e il Congo del Brasile (non potrà che passarsela meglio, senza il "possesso personale" di re Leopoldo).
Come conseguenza gli stati del Sudamerica potrebbero entrare subito nella Prima Guerra Mondiale, ad esempio l'Argentina dalla parte degli Imperi Centrali e il Brasile dalla parte dell'Intesa, con il risultato di trascinare assai prima gli USA nel conflitto - dopotutto l'America doveva essere appannaggio degli americani - e di dare inizio a scontri militari di proporzioni titaniche nel Sudamerica, al cui confronto la Guerra del Chaco apparirà poco più che una scaramuccia...
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Gli risponde Perché No?:
Circa una colonizzazione dell'Africa anche da parte degli Stati sudamericani ho molti dubbi. Hai nominato Argentina e Brasile, ma all'epoca sono ancora Stati in costruzione, sia del territorio (la colonizzazione dell'Amazzonia e la conquista progressiva dell'estremo Sud) che nazionale (instabilità politica). Non vedo come questi Stati neonati potrebbero diventare subito imperialisti.
Però ci potrebbe essere un'alternativa. E se dopo le guerre d'indipendenza dell'America latina la Spagna ridotta a poca cosa vuole vendicarsi ricostruendo subito un nuovo impero coloniale in Africa? Per esempio se nel 1830 é la Spagna e non la Francia a iniziare la conquista dell'Algeria? Il dominio spagnolo sarà allora ben più esteso e il suo ruolo nelle vicende internazionali ben più importante.
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C'è posto per questa idea di Basileus TFT:
Gli Azebo Galla sono un'etnia etiopica che ha sempre mostrato insofferenza verso il dominio degli Amara. nel 1936 approfittarono della guerra con l'Italia per schierarsi con gli italiani,combattendo tenacemente e venendo ricompensati con la creazione del "Paese dei Galla", una provincia speciale che fu annessa all'Eritrea italiana dove i Galla godettero di una certa autonomia. Lo spirito indipendentista dei Galla si manifestò anche durante la seconda guerra mondiale,dove combatterono strenuamente a fianco degli italiani per impedire il ritorno del Negus. Furono attivi fino al 1943, quando i comandanti italiani che guidavano la resistenza, compreso il fatto che le truppe di soccorso promesse da Mussolini (che sarebbero giunte da Suez) non sarebbero mai arrivate, abbandonarono la resistenza lasciando i Galla al loro destino,facendoli inglobare dal rinato Impero d'Etiopia.
Ma se invece gli italiani mantengono uno stretto rapporto con i Galla e patteggiano con gli inglesi creando un Dominio Azebo-Galla in Eritrea e nella terra dei Galla? Come cambia la storia del Corno d'Africa? Come si sviluppa il nuovo stato africano con la mescolanza di elementi galla, eritrei ed italiani?

Legenda della cartina: marrone = Etiopia; rosa = Inghilterra; blu = Francia; rosso = stato italo-galla.
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Chiudiamo per ora con questa ulteriore proposta di William Riker:
A proposito di colonialismi alternativi in Africa, non tutti lo sanno, ma la Danimarca partecipò alla prima fase della colonizzazione di quel continente, stabilendo alcuni forti lungo la Costa d'Oro, nell'odierno Ghana: Fort Frederiksborg (oggi Kpompo), Fort Christiansborg, Fort Prinsensten (costruito nel 1784), Fort Augustaborg (nel 1787), Fort Friedensborg e Fort Kongensten. Le rovine di alcuni di questi forti esistono tuttora, lungo la costa occidentale dell'Africa; purtroppo essi furono usati principalmente per la tratta degli schiavi, alla quale i danesi non si sottrassero di certo. L'impero Ashanti sconfisse e sloggiò i danesi nel 1807, e nel 1850 Copenaghen vendette tutti i suoi diritti coloniali all'Inghilterra. Ma come cambia la colonizzazione dell'Africa se anche la Danimarca partecipa attivamente alla spartizione della torta, ed ancor oggi in alcuni moderni stati africani la lingua ufficiale è il danese?
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